Ricordo di Ettore Sottsass

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Ettore Sottsass mentre lavora alla mostra di Trieste. Foto di Sergio FregosoLa guardava con occhi intimoriti: girava la testa, la esplorava, poi sorrideva. Era contenta e triste in un modo che ancora oggi non so spiegarmi. Aveva quell’oggetto in mano che riponeva con cura nella sua borsa. Mi chiedeva una sigaretta, incredula e stupita per il dono, poi, emozionata, mi faceva un paio di “battute”, così per ridere: “Da oggi prenderò sempre il caffè-latte con te o col pensiero di te”.
Potere degli oggetti. Non era un gioiello o qualche costoso regalo, ma una semplice macchinetta del caffè, messa lì sul tavolino di un locale del centro di Roma. Senza confezione regalo, senza biglietto-dedica, tolti i fronzoli, era lì per ciò che era: un pezzo di design, certo, ma soltanto una macchinetta del caffè.

Eppure dietro alcuni oggetti si nasconde spesso un concetto, una filosofia progettuale che coniuga il bello alla funzionalità.
Sicuramente gli oggetti di uso comune non possono cambiarci la vita, forse possono “alleggerirla”, ma certamente essi s’impregnano, come un arcano, dell’idea del creativo che li ha generati e del pensiero di chi li ha donati, per averli capiti e scelti. Potere degli oggetti, così comuni, così quotidiani da fare parte del nostro mondo, del nostro piccolo universo domestico e, a volte, diventare veicoli emozionali, metafore della vita.
Si prendono gioco della funzionalità stessa per cui sono stati realizzati, ironizzando sulla società, sul consumismo di cui sono “prodotti” e “figli”.
Era il nuovo modo d’intendere il design di Ettore Sottsass, che negli anni 60, insieme con altri architetti, diede vita ad una rivoluzione artistica e formale capace di ripensare l’Architettura e in particolar modo il design. Di là dalla funzionalità del progetto, gli oggetti disegnati diventano allegorie del pensiero, permeati di sogni, di desideri, come di critica sociale che si esprime ad ogni colpo di compasso sullo schizzo dell’oggetto da realizzare.
Nasce il “Radical Design” che dall’Italia si diffonderà presto in tutto il mondo e che troverà proprio in Ettore Sottsass la figura principale di riferimento.

La ValentineHo conosciuto Sottsass negli anni dell’università, quando seguivo, nella Facoltà di Economia alla Sapienza di Roma, alcuni seminari sul consumo critico e su un’idea d’imprenditoria illuminata. Portava come esempio la figura di Adriano Olivetti, proprietario della Olivetti Spa, che credeva nella “creatività al potere”, anche nel modo di gestire un’industria.
Olivetti si era circondato di giovani architetti, con l’idea di creare prodotti per ufficio che, oltre a servire al loro scopo, fossero anche comodi ed esteticamente belli.

Sottsass ha realizzato per Olivetti dei progetti memorabili, come la Valentine (1969), la mitica macchina per scrivere da tavolo, o la sedia regolabile per dattilografia Sistema 45 (1973). Nel 1970 per le sue creazioni vinse il Compasso D’oro, riconoscimento internazionale per il miglior lavoro dell’anno.

Era un uomo poliedrico: architetto, pittore, fotografo. “Per Sottsass i passaggi tra le espressioni artistiche sono fluidi, non esistono linee di demarcazione tra scultura, pittura, architettura e design: Sottsass ha da tempo superato questi confini”. Le parole di Hans Hollein vanno a segno, per indicare che non ci troviamo di fronte a semplici oggetti se pur di design, ma a delle vere e proprie opere d’arte, che, con un sapiente uso dell’ironia, del pensiero, prima che dei colori e dei materiali, portano avanti una severa critica alla società dei consumi.

Per me il design è un modo di discutere la vita” soleva dire Sottsass. Le sue creazioni sono, in qualche modo, etiche, “rasserenanti”, lontane dai modelli proposti dalla pubblicità; provocatorie, in qualche caso, ma costantemente pensate a misura d’uomo e per l’uomo.

Carlton 1981 Carlton, una libreria coloratissima, è forse una delle sue opere più note, “a metà strada tra un totem e un video game”. Sembra uno di quei personaggi usciti dai cartoni animati o dagli schizzi scarabocchiati dai bambini. Mi ricorda una foto di Brassai, non di quelle scattate di notte a Parigi, ma di quelle rubate ai muri: tutta una serie di graffiti che ci riportano indietro con la nostra storia, alle prime manifestazioni artistiche dell’uomo.

Sottsass parlando di Carlton la definiva come una “risposta ludica alla necessità di avere forme solide e godibili: un modo per raccordare, non senza ironia, il sacro e il profano, la storia e l’attualità, l’archetipo e le sue manifestazioni“.

Mi piace pensare a Carlton quando penso a Sottsass, quasi mi fa tornare bambino, come se potessi giocare con quell’oggetto. Ed in Carlton c’è tutta l’ironia, la sensibilità, la bellezza dell’artista.
Senza Sottsass la nostra vita sarebbe incolore”, scriveva di lui il collega architetto Hans Hollein, e aveva ragione. Le ultime ore del 2007 hanno tolto un po’ di colore alla vita: ci ha lasciati un grande maestro che cercava, oltre al capitalismo e alle logiche del profitto, di poter provare a dare una risposta etica, alternativa al consumismo. Con lui sembra chiudersi un’epoca di grandi sogni e utopie.

Noi viviamo sotto una specie di tettoia. Qui si recita la commedia umana. Non andiamo mai oltre la tettoia, dove c’è il cosmo” affermava Sottsass.
Ciao Ettore, da qualche giorno hai superato la tettoia. Spero che al di là troverai forme e colori mai visti e che continuerai ad ispirarci.

Diego Pirozzolo

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