Amico Aspertini 1474-1552. Artista bizzarro nell’età di Dürer e Raffaello

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Le opere di Amico Aspertini (1474-1552), pittore che segnò profondamente l’arte bolognese ed europea del suo tempo per originalità e singolarità di espressione, sono esposte a Bologna alla Pinacoteca Nazionale dal 27 settembre 2008 all’11 gennaio 2009 (prorogata al 26 gennaio 2009).
La mostra, a cura di Andrea Emiliani e Daniela Scaglietti Kelescian, è realizzata in occasione del bicentenario della Pinacoteca.

In mostra oltre un centinaio di opere tra dipinti, disegni, codici miniati, libri e ceramiche.
Accanto alle opere di Amico, quasi tutte presenti in mostra, sono esposte una quarantina di opere di artisti coevi con cui Aspertini si confrontò artisticamente, come Dürer, che venne a studiare prospettiva a Bologna nel 1504, Filippino Lippi e Raffaello.

Il percorso espositivo ha una importante sezione in esterni, che può essere fruita seguendo un itinerario di cui fanno parte, fra gli altri, i cicli di affreschi nella Chiesa di Santa Cecilia e di San Giacomo, e le sculture sulla facciata della Chiesa di San Petronio a Bologna. Fuori Regione, invece, si segnalano i cicli di affreschi nella Rocca di Gradara (Pesaro) e nella Chiesa di San Frediano a Lucca.

Di particolare rilievo la sezione dedicata agli affreschi nella Rocca Isolani di Minerbio (Bologna). Restaurati in occasione della mostra, gli affreschi nella Sala di Marte, insieme a quelli già noti delle sale di Ercole e dell’Astronomia, costituiscono un importante ciclo decorativo di soggetto mitologico.

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, la mostra vede come promotori la Soprintendenza B.S.A.E. di Bologna e il Comune di Bologna- Cultura e Rapporti con l’Università, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. L’esposizione è resa possibile grazie alla Società di Santa Cecilia – Amici della Pinacoteca, che ne segue la gestione.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Silvana Editoriale.

Amico Aspertini, uomo capriccioso e di bizzarro cervello, come lo definisce Giorgio Vasari, è una delle figure più amate dalla critica d’Arte (Longhi, Arcangeli) e dal pubblico che rimane sempre affascinato di fronte alle sue bizzarrie, alle sue figure fortemente espressive, ai suoi paesaggi fra naturalismo e classicismo e al forte carattere onirico e materico della sua opera.
Grande disegnatore ambidestro, era infatti capace di dipingere utilizzando entrambe le mani simultaneamente. In pittura era il più ricercato nella Bologna della prima metà del Cinquecento, tanto da intrecciare rapporti con le famiglie più illustri della città che gli commissionarono opere importanti destinate a essere considerate le più ‘moderne’ del tempo. Pittore, scultore, frescante e disegnatore, Aspertini si mostra come intellettuale profondamente aggiornato sia sulla cultura figurativa nordica sia sul mondo antico, che ebbe modo di visionare di persona durante diversi soggiorni a Roma e che interpreterà in modo personalissimo.
Roma, Firenze, Venezia: Aspertini fu grande viaggiatore per motivi artistici, per indole e anche per motivi contingenti (quando, cacciata da Bologna la famiglia che lo proteggeva, i Bentivoglio, si trasferì a Lucca dove affrescò la cappella di Sant’Agostino nella chiesa di San Frediano). Durante i suoi viaggi riproduceva ogni cosa che lo colpiva su alcuni taccuini di disegni, le cosiddette vacchette: vi si trovano opere di altri artisti, architetture, luoghi e persone. Le vacchette sono una vera miniera storico-artistica, ricercate già allora da pittori e studiosi (il Guercino ne possedeva una) come inestimabile fonte creativa.
Molte delle opere di Amico Aspertini sono andate perdute, e soprattutto gran parte delle decorazioni che ornavano i palazzi signorili bolognesi all’esterno da lui completamente affrescati. Molto significativo doveva essere anche il suo intervento nella decorazione dell’arco trionfale allestito di fronte al Palazzo Pubblico in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Carlo V, avvenuta a Bologna nel 1529. Ma anche di quest’opera, ricordata da tutte le fonti bolognesi, fra cui C.C. Malvasia nella Felsina Pittrice del 1678, non resta traccia.

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