In Galizia sul Cammino per Santiago di Compostela – Prima tappa

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Camminare verso Santiago de Compostela, un’emozione da vivere! Così direi,  se dovessi esprimermi come i pubblicitari. Subito dopo potrei mostrare un paio di scarpe adatte all’impresa e un logo ben impresso, a colori luccicanti. Ma non sono un pubblicitario, non scrivo per mestiere e cammino per mio solo ed esclusivo piacere e, se non l’avete mai fatto prima, vi consiglio, in modo del tutto disinteressato, di provarci. A Santiago! A Santiago! Ultreya! Suseya! Sono queste le grida di incitamento ad andare più in là, sempre in avanti, fino a Santiago e anche oltre, fino all’estrema propaggine occidentale della penisola iberica, finis terrae d’Europa e, per lunghi secoli, fine del mondo conosciuto: confine sospeso ai bordi di un precipizio cosmico, di un baratro invalicabile.

La terza  e conclusiva tranche del mio cammino comincia a O Cebreiro, lì dove mi ero fermato lo scorso 10 di agosto, a conclusione di una tappa di trenta chilometri (Villafranca del Bierzo – O’ Cebreiro), dei quali gli ultimi 10 di salita, con un dislivello che mi aveva portato da 500 mt a 1300 mt sul livello del mare. Non male per uno che, solo 15 giorni prima, era finito dal medico dopo i primi dieci chilometri. Avevo, da allora, bruciato altri 300 chilometri in compagnia di un bastone e di uno zaino trainato su due ruotine  di plastica, legate a un piccolo telaio metallico. E mi sembrava, a quel punto, di poter continuare così fino alla fine del mondo e anche oltre. Non fosse per l’aereo prenotato e mia moglie in attesa di una bambina, che sarebbe venuta alla luce di lì a un mese o poco più.

Oggi posso ormai considerarmi un veterano.  So come orientarmi fra le zip e le cinghie innumerevoli del mio zaino, come impomatarmi piedi e muscoli per aumentare la mia resistenza e diminuire le probabilità di contratture muscolari e crampi, come curare le vesciche. Ho anche imparato a confidare nell’improvvisazione e nella fortuna o, se volete, nella Provvidenza, per la soluzione dei problemi che, di volta in volta, si presentano.

Secondo l’ortopedico le mie ginocchia sono piene di microtraumi. Dev’essere vero, per il male che mi fanno ogni volta che mi rimetto a camminare, ma ho con me gli antinfiammatori e lo zaino è appoggiato ad un portapacchi, al quale è fissato con tre cinghie elastiche. Me lo trascino con la mano sinistra, mentre con la destra mi appoggio ad un walking stick, un bastoncino leggero che serve a scaricare parte del peso che altrimenti insisterebbe sul ginocchio e l’anca destri, quelli che mi danno più problemi.

Detto questo, credereste ancora che sono arrivato alla meta?  E se vi dicessi di sì, vi convincereste di potercela fare anche voi, voi privilegiati dalle ginocchia e dalle anche intatte, voi poco più che ventenni, voi fisici asciutti, scheletri simmetrici, ossa solide cresciute con la giusta dose di calcio, voi muscoli scattanti sostenuti dalle giuste quantità di potassio, magnesio e sali minerali?

Prima di tornare all’Alto do Cebreiro ci sono voluti molti giorni, alcuni spesi a fantasticare, altri a percorrere chilometri in salita, per prepararmi un po’ meglio dell’ultima volta. Quella in cui, a Burgos, ero stato costretto a cercare questo carrito, come lo chiamano qui, per trascinarmi lo zaino, senza gravare le articolazioni di quei 10/11 chili di cose che non mi riesce ancora di lasciare a casa.

È a quell’esile struttura di metallo e a un paio di scarpe nuove che mi affido per completare il mio viaggio.
Mi dico che, in fondo, non saprò mai cosa mi abbia spinto a volerlo fare. All’inizio una specie di  flash mistico, un desiderio d’antico che ha trovato nel ritmo lento dei passi e nell’attraversamento dei tanti luoghi carichi di storia del nord della Spagna una sponda amica e una risposta generosa; la possibilità di rivedermi nei panni di uno degli innumerevoli pellegrini che, dal X sec. in poi, hanno  percorso queste strade, smosso le stesse pietre, sudato sotto il sole o tremato sotto la pioggia, in giorni come quelli appena trascorsi: giorni di nebbia e silenzio, di vento e scrosci improvvisi, di cieli che si aprono su arcobaleni imprevisti e si richiudono neri e carichi di pioggia e grandine. Le absidi e le facciate semplici e sincere del romanico spagnolo mi hanno spinto con forza in questo medioevo della storia e del mito, della tradizione e della leggenda. Le storie dei santi e dei miracoli, di cui restano testimonianze molteplici, hanno contribuito ad alimentare questa mia prima fiamma.

Una palloza galiziana

Una "palloza" galiziana

La tendinite che mi ha fermato a Burgos nel 2007 e la zoppia sopravvenuta dopo soli 10 chilometri l’anno dopo, mi avevano portato a considerare la possibilità di fermarmi in uno degli ostelli per pellegrini (albergues) e di fare l’hospitalero a titolo volontario. Avrei comunque partecipato alla vita e alla storia delle centinaia di altri che, come me, passavano di lì, carichi di entusiasmo e di storie da raccontare. La prospettiva non mi aveva scoraggiato. Anzi, avevo deciso che avrei comunque goduto di quei giorni, in un modo o nell’altro.
Poi, l’invenzione del carretto, i primi chilometri fatti timidamente con questa nuova appendice da trascinarmi dietro, non più sopra le spalle; un’altra sosta di un giorno in un luogo fuori del tempo, a San Bol, senza  elettricità, né acqua corrente, né bagni ma solo brande al riparo di un’antica chiesa sconsacrata. Poi ancora una notte fra i resti di un’antica chiesa cistercense, altri dieci chilometri più in là, in un luogo che ricorda Sant’Antimo in Toscana, ma che si chiama San Antòn ed è situato a pochi chilometri da  Castrojeriz. Così, quasi senza accorgermene, ho ripreso confidenza con le mie gambe e la loro capacità di macinare chilometri.

Andrò avanti e indietro nel tempo di questi miei tre viaggi verso Santiago ma, in fondo, vorrei portarvi con me in una dimensione dove il tempo scorre in modo molto diverso, al suono dei propri stessi passi e con il sottofondo di qualche muggito, l’abbaiare dei cani alla catena in qualche casolare, l’urlo di un ciclista che ti rivolge un “Buen  Camino!” come prevede il galateo dei caminantes, non sempre teneri nei  confronti della categoria dei ciclisti. Questo epifenomeno moderno del pellegrinaggio a piedi è, infatti, guardato dai puristi con una certa sufficienza.
Io, col mio carretto, rappresento una specie di incrocio polimorfo e perverso delle due categorie, mi sento ecumenico e conciliante e non lesino un Buen Camino a nessuno, comunque proceda verso la meta comune e qualunque sia la sua motivazione. E il cammino di oggi si lega indissolubilmente a quello della scorsa estate e dell’estate ancora precedente, un tempo e uno spazio separati, in grado di saldarsi al fuoco di un’unica passione.

Pedrafita Do Cebreiro è la località più vicina all’Alto Do Cebreiro che posso raggiungere con l’autobus. È un paesino sperduto fra le montagne a più di mille metri di altitudine. Ci arrivo il venerdì 3 di Aprile, verso le dieci di sera  e, seduto al tavolino di un bar, con un panino al formaggio e una birra, seguo le previsioni del tempo per la Semana Santa prima di andarmene a letto. Si prevede tempo instabile, ma in netto miglioramento verso la fine della prossima settimana, quando dovrei, cioè, essere prossimo alla meta.

Nella stanzetta fredda della pensione dove passo la notte, mi muovo a fatica per il freddo che mi paralizza. È l’estremo Nord freddo e piovoso di questa nazione così famosa per il sole e le sue coste, ma qui  siamo in montagna. Mi rifugio sotto tre spesse coperte sperando che il radiatore scaldi un po’ l’aria della stanza. I risvegli si susseguono a ritmo continuo. L’una, le due, le tre e mezza, le cinque. C’è tutta l’attesa febbricitante condensatasi nell’emozione degli ultimi giorni precedenti la partenza. E sono ormai più di due anni e mezzo che inseguo il sogno di completare questo percorso, entrando nella cattedrale di Santiago con le mie scarpe e il mio bastone. Alle sei meno un quarto non ce la faccio più e mi metto in piedi. Cerco di lavarmi come posso, senza congelare. Rimetto a posto con attenzione le mie cose nello zaino. Se dovessero servirmi devo ricordare dove si trovano. Ricompongo carretto e zaino allacciando stringhe e lacci in modo da farne un solo corpo viaggiante al mio seguito. Tutta la preparazione, comprese pomate, borotalco, ginocchiere e plantari, mi chiedono più di un’ora di lavoro. Prenderò il ritmo e mi muoverò con più destrezza col passare dei giorni.
Esco in strada mentre tutti dormono. È bagnata ed è ancora buio. C’è solo la luce dei lampioni. Qualche foto al paesetto e al segnale stradale che indica il chilometro zero della statale che, attraversando il bosco di pini, mi porterà al Cebreiro. La strada si immerge rapidamente nel buio appena mi allontano dal paese ed io prego che le mie gambe e le ruote reggano. Cade la llovizna leggera ma insistente, tipica di questo clima nordico, umido e piovoso. Sento il rumore di due fontane, senza poterle vedere. Fa freddo e c’è nebbia. Calzo il cappello di lana sotto il cappuccio, copro lo zaino; dopo il primo chilometro  di salita mi libero del cappello ma anche della felpa per evitare di sudare troppo. Il silenzio è interrotto solo dallo scrosciare delle fontane che non vedo e dal canto degli uccelli nascosti fra gli alberi, che salutano festosi il chiarore che lentamente si diffonde nella nebbia.

O Cebreiro, Chiesa di Santa Maria la Real

O Cebreiro, Chiesa di Santa Maria la Real

Entro al Cebreiro col solito stupore che mi prende ad ogni ritorno nei luoghi conosciuti in passato. Sono ancora lì, più o meno identici, nonostante tutta l’acqua che è, nel frattempo, scorsa sotto i ponti della nostra vita, cambiandola in modo spesso irreversibile. Le luci di un bar occhieggiano nella nebbia e mi invitano ad entrare. Il tempo di un café con leche consumato al banco, in piedi, fra un gruppo vociante di adolescenti che mi accerchiano incauti, mettendo a repentaglio l’equilibrio del mio carrito, nell’indifferenza delle ragazze sedute ai tavoli, strette nelle loro giacche a vento e prese dalle loro conversazioni e dalle loro storie.

Non era stato così il mio arrivo al Cebreiro di otto mesi fa. Negli occhi e nei volti dei passanti che incontravo c’era anche un po’ della mia storia, che si era incrociata con la loro; volti ormai noti, dai nomi divenuti familiari: Aiakò, Manuel, Paola, Salvador, Judit, Yannick, Mijong, Shitzuka. La mia familia del camino, una comunità itinerante in viaggio verso Santiago in cui si creano legami ed assonanze che vanno rinforzandosi di sosta in sosta, da un rifugio ad un bar, da un tratto di sentiero percorso fianco a fianco, silenziosamente, a una serata trascorsa intorno a un tavolo a mangiare e bere assieme, rumorosamente. In un concerto di lingue, accenti, colori, dove sembrava impossibile ascoltare una sola nota stonata o fuori dal coro. Una comunità senza confini, in grado di contenere intero questo mondo e di farlo rotolare lentamente, ma straordinariamente, fino ai confini dello spazio, in direzione di quella via lattea che ci sovrasta e alla quale ci avviciniamo tanto di più, quanto maggiormente sappiamo calarci all’interno di noi stessi, sostenuti dal rumore soffice dei passi sulla terra, dal cigolio di due ruote e dal battito invisibile del cuore.

O Cebreiro, particolare della piazza

O Cebreiro, particolare della piazza

Il nostro cuore, così simile al cuore di tutti coloro che camminano sulla faccia di questa terra ferita da divisioni che qui appaiono per quello che sono: brutti sogni dai quali dobbiamo ancora svegliarci, segni astratti su mappe immaginarie, paure evanescenti come nebbie nel mattino, acqua in sospensione nell’aria, in attesa di un po’ di sole che la faccia evaporare.

Anche per la barista, stanca e nervosa, è un giorno qualunque. I soliti pellegrini, i soliti turisti. Ma per me è il giorno 1 di un nuovo cammino. Non importa che anche la signora olandese seduta vicino alla porta risponda appena al mio cenno di saluto (la reincontrerò a Triacastela dove mi verrà incontro come se ci conoscessimo molto bene, ed è allora che scoprirò la sua nazionalità); io sono di nuovo all’aperto, sotto la pioggia, pronto ad uscire dal paese e a riguadagnare la strada. Comincia un’altra storia che si lega indissolubilmente alle altre, come anelli di una stessa catena di giorni. Giorni salvati e sottratti alla routine che ci macina come polvere. Giorni da raccontare.

Vincenzo Continanza

Segui il viaggio:

Prima tappa: In Galizia sul Cammino per Santiago di Compostela

Seconda tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Da O Cebreiro a Fonfria

Terza tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso il monastero di Samos

Quarta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Il tempo del pellegrino

Quinta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso Ferreiros

Sesta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Arrivo a Hospital de la Cruz

Settima tappa: Sul Cammino di Santiago di Compostela tra ricordi e sogni

Ottava tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Compagni di viaggio

Nona tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Sosta a Casanova

Decima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Arrivo a Ribadiso

Undicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – 40 chilometri alla meta

Dodicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Sosta a Santa Irene

Tredicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso Monte do Gozo


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