Cammino di Santiago di Compostela – Seconda tappa – Da O Cebreiro a Fonfria

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O' Cebreiro

O Cebreiro

Non so se uno dei motivi per cui ho fatto il cammino sia il desiderio di raccontare, ma è sicuro che la possibilità di raccontarlo mi aiuta a chiarire le ragioni di questa mia piccola impresa e vi aggiunge un ulteriore valore.
Proseguo senz’altro, allora, dal momento in cui ho lasciato il bar di O Cebreiro.
Sull’Alto, le poche case raccolte intorno all’acciottolato delle stradine, formano come un presepe di costruzioni di pietra, alcune ancora con i tetti di paglia e fango (pallozas), secondo una tecnica costruttiva antichissima, forse risalente addirittura all’antico popolo dei Celti, che abitarono queste remote contrade.

Da segnalare anche la Chiesa, che custodisce un calice legato ad una tradizione miracolosa.

L’atmosfera magica del luogo è da attribuire alla singolare architettura delle poche case presenti, alla splendida vista che, quando splende il sole,  spazia sulle valli circostanti, e al totale isolamento in cui ci si ritrova quando cala la nebbia, fenomeno frequente, da queste parti, insieme alla neve.

Ma, nei miei ricordi, quella magia splendeva di una luce solo mia, legata alla gioia del mio arrivo, alla fatica, ai talloni sotto i quali si erano gonfiate due grosse vesciche, alla giornata di sole che aveva benedetto la mia scalata, alla paura di non trovare un posto dove dormire, all’aiuto prestatomi spontaneamente dai tanti che mi avevano conosciuto durante il cammino e che mi avevano aiutato ad introdurmi furtivamente nel rifugio stracolmo, prestandomi i tappetini (asterillas) su cui poggiare il mio sacco a pelo, oltre all’appoggio morale che mi serviva per affrontare il rischio di essere cacciato fuori dalle guardie che, la notte, vengono a  controllare nei rifugi e che sarebbero tenuti ad allontanare chi dorme per terra.

Era per me un piccolo, privato trionfo, quella tappa di 30 km in salita a 15 giorni e 330 km di distanza dall’iniziale sconfitta. La prova, in fondo, che nella vita di tutti i giorni ci arrendiamo sempre troppo presto e che basterebbe essere solo un po’ più testardi. Ma quello che manca,  a volte , è la voglia, la voglia di farcela. Viviamo davvero per cose che “valgano la pena”? La verità è che a un certo punto si è fatta strada in me la voglia di arrivare a Santiago. Quella voglia è diventata mia, fino in fondo. Ed è per questo che ho cercato e trovato i mezzi e gli aiuti, gli espedienti e le risorse  che mi hanno consentito di raggiungere la meta.

Ma quelli erano i miei ricordi, ricordi di un tempo già passato; e il cammino tollera soste, ma solo per lanciarsi ancora in avanti. Attardarsi significa  stagnare e ricadere nella tristezza. Il passato non torna e non si può rivivere, se non attraverso la memoria, come cerco di fare in queste note.

Strada per LugoMentre scendo lungo la statale per Lugo 633,  presto raggiungo e sorpasso tre amici, due ragazze e un ragazzo. Parlavano di numerologia con una certa serietà. Numerologia, lettura dell’aura, corpi esoterici, chakra, meditazione, yoga, Krishnamurti e Nisahrgadhatta, Osho, Sai Baba e via dicendo. E’ la new age. Questa cultura spirituale è sicuramente uno dei filoni che animano il moderno cammino di Santiago. Ci sarà, forse, ingenuità, approssimazione, confusione e un po’ di superficialità. Ma chi può dire attraverso quali modi le stelle e la terra, gli uomini e i cieli comunicano fra loro? Verrebbe da dire con Amleto che ci son più cose in cielo e in terra di quante non ne conosca la nostra filosofia. E – aggiungerei – le nostre religioni codificate, cristallizzate ed istituzionali, appesantite da leggi e normative, dottrine e gerarchie. Dove alla fine pare che la ricerca di Dio si risolva in una procedura complicatissima e senza fine, fatta soprattutto di proibizioni e di paure, di rituali con relative morali; una via stretta che, oggi, sembra appannaggio di pochi eletti, e tutti gli altri fuori. E allora ecco una gioventù che cerca  la via con più allegria e leggerezza, con più sorrisi e meno dottrina, con più vitalità  e meno senso di colpa. Sulle vie per Santiago.

E tuttavia, l’indifferenza patita a Cebreiro mi spinge ora a concentrarmi sul percorso e quasi evito il contatto con i tre. “Hola” ,“Hola” e accelero il passo per riportarmi sul bordo della strada, di fronte a loro. Sarà lo squillo del telefonino a rallentarmi e farmi  riimbattere  nei tre che, con fare spontaneo ed amichevole, mi offrono del “chocolate”. Da quella barretta di cioccolato alla presentazione è solo un attimo. Piacere Vincenzo de Italia, piacere Ruben, Susana e Gloria, di Madrid. Si cammina insieme e si parla, si confrontano le mappe, ci si ferma ancora per indossare il poncho di plastica, si torna sulla numerologia, si sorride e si cammina ancora. Ecco, allora è vero, il cammino riprende, sono di nuovo nella corrente, è inevitabile, non bisogna far nulla di speciale, solo rimettersi in cammino, il resto viene da sé.

In questi miei primi chilometri avevo deciso di tenermi sulla strada asfaltata per non rischiare di perdere la ruota sinistra del mio carretto. Prima della partenza, infatti, mi sono lanciato in una riparazione davvero avventurosa. E se c’è un miracolo di cui posso dar testimonianza è questo. Io, che non ho mai saputo cosa fosse un cuscinetto a sfera e perché si chiamasse così, l’ho scoperto cercando di riparare la ruota del mio carretto. Chi l’avrebbe detto? E tuttavia, fidandomi assai poco delle mie arti meccaniche, sono costretto ad evitare il tracciato che corre su pietre e sterrato, almeno nella prima tappa. Non voglio azzoppare il mio mezzo d’accompagnamento ancor prima di iniziare.

Monumento al pellegrino - Alto de San Roque

Alto de San Roque - Monumento al pellegrino

Proseguo così fino all’Alto de San Roque dove la strada e il sentiero si ricongiungono e, mentre scatto foto al monumento al pellegrino, i tre amici riappaiono e siamo di nuovo insieme. Quando la deviazione per il sentiero si ripresenta decido di seguirli. Passiamo per la sperduta località di Pardonelo, attraverso un sentiero fangoso e pietroso che  si conclude con una ripida salita, tutta scavata dall’acqua, lungo la quale mi trascino il carretto temendo che, da un momento all’altro, ceda e mi lasci.

Riesco invece a sbucare sulla strada, proprio sull’alto del Poyo, 1350 mt. È il punto più alto di quest’ultimo tratto e ci siamo arrivati attraverso un saliscendi che continuerà fino a Santiago e che è conosciuto, per gli effetti che ha sulle gambe, come rompepiernas (spezza gambe), ma almeno sappiamo di aver conquistato l’ultima cima, dopo quelle della Cruz de Ferro (1504 mt)   nella provincia di Leon e dell’Alto Do Cebreiro, ormai alle nostre spalle.  Ci saranno altri altos da conquistare  nelle giornate successive, ma  di altitudine inferiore.

Nel frattempo i tre amici sono andati avanti e io, dopo la gran sudata fatta, mi infilo nel bar che vedo, appena sbuco dall’erto sentiero sconnesso. Documento con qualche foto l’arrivo. Metto ad asciugare giacca, felpa e poi anche la maglietta di cotone su una sedia, di fronte al camino e chiedo un altro café con leche grande. Scambio due parole con il barista, aspetto che sia tutto asciutto; mi passa davanti la famosa senora Remedios di cui avevo letto nella guida, ma ci penserò solo più tardi, quando sono già tornato in strada e scendo verso Fonfria, la località dove voglio provare a fermarmi per la notte.

Mentre cammino, una scritta in giallo sull’asfalto mi dice che sono a tre km circa dal rifugio dove la scorsa estate ho conosciuto Marcelo, l’architetto brasiliano che passa lì dei periodi come hospitalero. Mi metto a cantare A Garota de Ipanema e comincio a sperare di poterlo riincontrare, anche se non è sicuro che il rifugio apra prima di Pasqua.

Attraverso, scendendo, un altro banco di nebbia, che è un modo di volare fra le nuvole senza staccarsi da terra, e intravedo qualche raggio di sole prima di scorgere l’indicativo del km 16. Pochi passi dopo riconosco il villaggio dove ero arrivato in macchina e sotto una pioggia scrosciante.

È  lì che   avevo passato la serata successiva all’arrivo a O Cebreiro, prima di prendere l’autobus per Santiago e, da Santiago, l’ aereo per Roma. Mi ci aveva portato una simpatica signora di Barcellona, che mi aveva raccolto a bordo mentre camminavo  sotto un vero acquazzone estivo.  Era la prima volta che ricorrevo ad un passaggio, e solo perché non mi era stato possibile   fermarmi al Cebreiro. Di  quella sera a Fonfria ricordo la pioggia scrosciante, il fresco di un autunno anticipato,  l’hospitalero Marcelo, brasiliano che mi passa una chitarra, mi ascolta cantare e poi  intona, in solitario, A Garota de Ipanema, i gruppi di pellegrini  seduti e vocianti ognuno nella propria lingua. Quella sera aveva avuto tutta la magia degli addii.  Magia:  quella sensazione che si prova quando la vita non ti passa solo accanto, ma ti prende con se e la senti dentro, come una musica.

Ero lì, circondato da sconosciuti, senza nemmeno più il bisogno di parlare, tante erano le voci, i ricordi, i volti, le presenze che portavo con me, alla fine di quel cammino che tanto mi aveva sorpreso e tanto mi aveva regalato.

Dai miei talloni spuntavano ciuffi di fili di molti colori che mi ero cucito dentro, nel tentativo di drenare   la gran quantità di pus prodotta dalle due vesciche ma il cuore volava al ritmo della canzone di Marcelo che, appena arrivato a casa, ho voluto imparare a memoria.
Ma siamo di nuovo all’Agosto 2008.

FonfriaLa Fonfria che trovo verso l’una del mio primo giorno di cammino, anche se aperta la porta ritrovo Marcelo e  Angela, è un cantiere che deve ancora ripartire, dopo la chiusura invernale. Fa freddo, ci sono lavori in corso dappertutto, anche di ristrutturazione, non c’è ancora quasi nessuno e, dopo un po’ che sono lì, sento che non riesco a rilassarmi a causa del freddo che diventa sempre più pungente, man mano che il corpo naturalmente si raffredda.

E’ una struttura privata, offre anche stanze doppie con la possibilità di accendere il proprio radiatore. Non era quello che volevo, avrei preferito tornare in camerata, da pellegrino, ma non volevo nemmeno prendermi un accidenti. Marcelo va e viene, io mi vedo costretto a trasferirmi nella stanza dove accendo il radiatore e aspetto,  tremando sotto le coperte, che si scaldi. Sono da solo e ho lunghe ore da trascorrere fino alla cena. Si fa spazio il tarlo del viaggiatore: che cavolo ci faccio qui a morire di freddo, quando potrei godermi la Settimana di Pasqua in compagnia di mia moglie e della mia piccolina, al caldo, in casa mia, col caminetto e la tv?  Chi mi ha imposto questa penitenza?

Qui la TV galiziana dà le previsioni del tempo. Dice che domani sarà bello, ma domani sembra molto lontano ed io mi sono pentito di essermi fermato così presto, per inseguire i ricordi della scorsa estate e riallacciarmi a una storia che si può ricucire solo procedendo in avanti. Avrei dovuto fare qualche chilometro in più, verso Triacastela.

Per qualche ora la magia è perduta, ma è il solito diavoletto che mette i bastoni fra le ruote. Si presenta di solito all’inizio, quando è più facile lasciarsi scoraggiare. Basterà aspettare la cena perché la scena cambi e il viaggio riprenda.

Vincenzo Continanza


Segui il viaggio:

Prima tappa: In Galizia sul Cammino per Santiago di Compostela

Seconda tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Da O Cebreiro a Fonfria

Terza tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso il monastero di Samos

Quarta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Il tempo del pellegrino

Quinta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso Ferreiros

Sesta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Arrivo a Hospital de la Cruz

Settima tappa: Sul Cammino di Santiago di Compostela tra ricordi e sogni

Ottava tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Compagni di viaggio

Nona tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Sosta a Casanova

Decima tappa: Cammino di Santiago di Compostela –  Arrivo a Ribadiso

Undicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – 40 chilometri alla meta

Dodicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Sosta a Santa Irene

Tredicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso Monte do Gozo

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