Roma, a Palazzo Incontro due mostre fotografiche: “La guerra a colori”, “Il muro di Berlino”

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Presentate a Roma, presso Palazzo Incontro, sabato 7 novembre 2009, due mostre fotografiche dal titolo “La guerra a colori. La prima guerra mondiale come non l’avete mai vista e “Il Muro di Berlino. Vent’anni dopo“.
Le due esposizioni, promosse dalla Provincia di Roma e organizzate da Civita con la collaborazione della Camera di Commercio di Roma, sono state curate da Reinhard Schultz della Galleria Bilderwelt di Berlino e rimarranno aperte al pubblico fino al 6 gennaio 2010.

Alla presentazione sono intervenuti, oltre al curatore, Francesco Giro, Sottosegretario di Stato ai Beni e Attività culturali, Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, Cecilia D’Elia, Assessore Provinciale alle Politiche Culturali, e Umberto Gentiloni, Delegato della Provincia di Roma alla Storia e alla Memoria.

La guerra a colori raccoglie 60 scatti di fotografi come Hildenbrand, il russo ProkudinGorski e altri numerosi fotografi australiani, austriaci, statunitensi dei quali, in alcuni casi, non si ricorda neppure il nome.
La sequenza non è riconducibile ad una storia cronologica della guerra, ma semplicemente al tentativo “di illuminare con i colori di sessanta foto – ha dichiarato Reinhard Schultzquella guerra che fino ad oggi era sempre apparsa in bianco e nero“.

C’è qualcosa nelle foto che non si riesce a cogliere con immediatezza. Una specie di atmosfera unica, quasi aura, che rende le immagini speciali ed irripetibili. “La prima guerra mondiale come non l’avete mai vista, recita il sottotitolo della mostra: gli organizzatori hanno proprio ragione e non solo per la presentazione di immagini vecchie di quasi un secolo scattate a colori, ma anche perché ci si trova di fronte a foto di guerra realizzate senza retorica, con assenza di quegli effetti tipici dei clichè del fotogiornalismo contemporaneo. È vero che i mezzi tecnici dell’epoca erano pionieristici; il più delle volte ci si muoveva con attrezzature ingombranti ed era necessario che i soggetti fossero quasi immobili di fronte all’obiettivo, altrimenti l’immagine era da buttare. Però, grazie a quelle difficoltà e alle soluzioni adottate per superarle, oggi possiamo confrontarci con delle immagini straordinarie, di una semplicità unica, che affidano ai volti, ai colori, ai particolari la testimonianza di una delle più grandi tragedie dell’umanità.

Non vediamo scene di guerra, rappresentazioni di epiche battaglie, ma uomini in posa davanti all’obiettivo del fotografo, ripresi ognuno con le proprie divise, in trincea, tra le città in rovina, nelle ore di riposo; vediamo bambini che giocano, infermiere in posa per la foto di gruppo, città desolate, cannoni ammassati, fabbriche di aerei: una sorta di collezione di scene dove si ha l’impressione che la guerra sia appena passata o che stia per sopraggiungere.

Tutte le immagini sono, quindi, la registrazione di un istante intermedio tra una battaglia e un’altra, dove l’umanità mortificata sembra riemergere alla stregua dei fiori di campo ai bordi delle trincee, che il colore ci permette finalmente di cogliere ed ammirare in tutta la loro bellezza, simbolo di stridente contrasto tra la vita e la morte.

Ciò che colpisce in maniera ancor più forte è la potenza linguistica delle immagini, scattate a colori utilizzando la placca autocrhome, inventata nel 1903 dai fratelli Lumière.
In verità, il colore non ha mai avuto una sua vera e propria affermazione, sebbene già a partire dal 1907 si potevano trovare in commercio lastre in grado di produrre diapositive a colori. I fotografi preferivano affidarsi ancora al bianco e nero, sia per l’alto costo della tecnologia (almeno fino alla metà degli anni Trenta), che per questioni di gusto estetico. Solo verso la fine degli anni Sessanta si registra un uso massiccio di rullini a colori tra i fotoreporter professionisti. Così come ci vorrà un altro decennio perché un museo si accorga della valenza espressiva e artistica del colore stesso; succederà al MoMa di New York in occasione della mostra di William Eggleston (Photographs by William Eggleston, MoMa, New York 1976) dove il curatore John Szarkowski dirà che l’autore ha restituito il blu al cielo.

Si può comprendere, di conseguenza, l’originalità e la rarità delle opere esposte a Palazzo Incontro. L’osservatore percepisce un’atmosfera unica ed irripetibile. Di fatto quei pigmenti colorati sembrano racchiudere il tempo tenendolo prigioniero nell’immagine. C’è una forza concettuale disarmante; le foto sembrano non essere solo un documento realizzato attraverso la registrazione della fotocamera e, quindi, frutto di un’operazione di selezione da parte del fotografo, ma una vera e propria creazione, nata da un’operazione di sintesi e meditazione. Ecco, allora, che si coglie con immediatezza quello che ad una prima occhiata ci sfuggiva, e che rende ancor più pregevole la scelta ed il recupero di queste immagini da parte dei curatori. Quelle problematiche tecniche e quei limiti tecnologici hanno consentito agli autori di realizzare immagini pittoriche dal forte contenuto simbolico, ma soprattutto irripetibili ed affascinanti.


Le 80 immagini esposte nella mostra “Il muro di Berlino. Vent’anni dopo” sono il frutto del lavoro di tanti fotografi che sono accorsi nella città tedesca per documentare e fotografare la barriera di mattoni, ferro e cemento che per 43 chilometri ha tagliato in due la città.
L’esposizione si apre con la foto di Walter Ulbricht, Capo di Stato della DDR, scattata il 15 giugno 1961 durante un celebre discorso nel quale affermava “nessuno intende costruire un muro“. Passarono solo due mesi da quel giorno, che iniziò la costruzione della barriera, sotto gli occhi increduli e sbigottiti dei berlinesi.

Le foto esposte rappresentano un autentico ex cursus storico di quegli anni, dalla costruzione al momento del crollo; immagini che hanno fatto il giro del mondo, testimoniando in modo inequivocabile non solo una città spaccata, ma il mondo diviso in due blocchi contrapposti.

L’ultima sessione raccoglie fotografie di espressioni artistiche realizzate direttamente sulla superficie del muro. Emblematico è il murales che raffigura la prima auto che è riuscita ad oltrepassare il confine da est ad ovest, a perenne ricordo di tutte le sfide e di tutti i pericoli affrontati dall’uomo per raggiungere la libertà.

Diego Pirozzolo

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