Cammino di Santiago di Compostela – Sesta tappa – Arrivo a Hospital de la Cruz

0

Fra l’arrivo e la partenza del giorno dopo, niente foto. Peccato. Provo a ricostruire a memoria i mucchi di biancheria che vengono scaricati sul radiatore elettrico vicino alla mia branda, calzini, magliette, slip, scarpe, tutto quello che durante il giorno è stato esposto alle intemperie e si cerca di riportare o riindossare asciutto il giorno dopo. Può sembrare poco elegante e scarsamente igienico, ma se vi dicessi della doccia col tasto a risalita? Che se lo molli l’erogazione si interrompe e, prima di sentire acqua calda devi ripremerlo numerose volte, innaffiandoti di tanta bella acqua fresca mentre batti i piedi e stringi i denti e dici no, no, no…!

E’ in queste situazioni che l’ingegno si rivela per quello che è, una risorsa davvero provvidenziale ed eccomi in equilibrio col peso del corpo concentrato in quel punto della spalla che tengo premuto contro il tasto benedetto, regalandomi una effusione continua e grondante di buona acqua calda che mandi via il freddo e l’umido e il sudore di tante ore sotto la pioggia.

Lavarsi e rivestirsi, altro che foto. Poi c’è da fare in fretta il bucato, sperando che un po’ di vento tardo pomeridiano basti ad alleggerire i tessuti dell’acqua che li impregna. Speranza vana. Va tutto a finire sul radiatore, e sto lì a girare e rigirare per ore, come fosse uno spiedino, anche durante la notte, senza riuscire ad evitare che maglietta e camicia si anneriscano e si brucino in più punti. Fortuna che non hanno preso fuoco. E dire che mi avevano avvertito. Ma provate voi a portarvi una busta di panni bagnati e pesanti nello zaino e a riaprirla il giorno dopo. Sentirete un fetore tale da farvi fare questi ed altri spropositi, pur di evitare il bis. Senza contare che non avreste come cambiarvi.

Buona parte di ciò che resta del giorno, che qui in Spagna, in questa stagione, è ancora lungo e si prolunga con i suoi chiarori fino verso le nove e mezza, passa dunque nel disordine di buste e panni e saponi e suolette da lavare, fango da scrostare dalle scarpe e dalle ruote, il mio angolo di dormitorio da organizzare e tenere pulito, quanto basta perché sia la mia casa fino a domani mattina.

Poi c’è la cena, che è l’ora della resa dei conti col proprio bilancio calorico in rosso, dopo la scorazzata diurna. E’ lì che materia e spirito si fondono nei morsi coi quali addento il filete de ternera e la mucca mi si rivela per quello che è, un animale davvero sacro. Per fortuna che noi cristiani abbiamo questo sano rapporto carnale col sacro e non ci tiriamo indietro se si tratta di cibarsene, che sia pane o vino o una bella fettona di vitello tenera e succosa.

La cena, dunque, è la festa di ogni sera, una vera apoteosi dell’appetito, dove ogni cucchiaiata di brodo ha più sapore di quanto ne abbia mai avuto e il flan del dessert è più dolce di una torta di nozze.

A cena, insieme alle ragazze di Barcellona, trovo due giovani  galiziane appena partite e già ferme dopo 10 km con le vesciche ai piedi. Me lo dice una delle due con un po’ di pudore, quasi fosse una colpa. Piccola anima pellegrina dai piedi poco allenati! Ma non lo sai che dieci chilometri a piedi, se non ci sei abituata, sono tanti? Vedendo poi la tua attrezzatura, con quel sacco a pelo che balla da un lato all’altro della tua sacca, che mi ricorda i disegni della cicogna col fazzoletto annodato intorno a un bastone… La pellegrina si farà,  un giorno dopo l’altro imparerà anche lei, è solo l’inizio, la strada è tutta davanti.

La proprietaria del ristorante, nonché cuoca, è un vero personaggio; autorevole e robusta, pur nella modesta statura, mi regala con 10 euro la cena più squisita del cammino, con incluso vino a volontà. Quando mi alzo sono un po’ sbronzo e pesante, ma lo spirito di..vino fa parte di quella forza che ci spinge a rialzarci ogni mattina e a continuare. Ne sono prova le parole scolpite di fronte alla fontana del monastero di Irache , in Navarra, dove, provare per credere, dal rubinetto esce vino e non acqua e chiunque passa di lì può berne a volontà. Ci sono passato nel 2007 e c’è persino una webcam, per chi ha bisogno almeno di vedere, per credere. Ai  veri Tommaso consiglio invece di andarci di persona, di toccare, ma soprattutto di bere. “Si quieres llegar a Santiago con fuerza y vitalidad de este gran vino echa un trago y brinda por la felicidad” (Se vuoi arrivare a Santiago con forza e vitalità, di questo gran vino prendi un sorso e brinda per la felicità).

La signora Maria (è così che si chiamava?) racconta degli sparuti pellegrini di un tempo, in special modo di due francesi, passati quando in cucina c’era la mamma e lei era solo una bambina. Arrivati lì  esausti, avevano chiesto qualcosa da mangiare. Alla richiesta del conto, la madre, riconoscendoli come pellegrini in viaggio verso Santiago “devotionis causa”, come recita la Compostela, si rifiutò di accettare del compenso in danaro per quello che le sembrava un obbligo evangelico. I pellegrini si alzarono da tavola e si allontanarono lasciando nascosti sotto il piatto 5000 Pesetas, una fortuna per l’epoca. Da quel giorno e fino a pochi anni fa, hanno ricevuto ad ogni Natale lauti pacchi dono dalla Francia, da parte di quei pellegrini mai più rivisti, mai più tornati, ma che non hanno mai più dimenticato quel gesto fraterno.

Che storie! Le storie del Cammino. Ne ho udite tante e tante ancora ne ascolterò. Una dietro l’altra, come i grani di un rosario che non mi stancherei mai di recitare.

QUARTO GIORNO

La colazione del mattino dopo è l’occasione per ritrovarsi ancora in questa taverna addossata all’ennesima chiesetta romanica che si segnala con le sue due piccole campane sormontate dalla croce, nel bel  mezzo di tre o quattro case dai tetti di pietra. Mi ricompaiono in fondo alla discesa con la quale inizio questo mattino ancora freddo e nuovo del mio quarto giorno. Le foto che scatto alla signora e alle ragazze, è l’unica cosa che mi resta, oltre ai loro nomi. Dopo pochi chilometri si ripresentano i lastroni di pietra fra i quali il mio carrello arranca, le ragazze prendono di nuovo l’abbrivio e di loro non saprò più nulla. Ora ricordo che il sabato successivo avrebbero preso l’areo per il ritorno a casa. Ed io invece mi sarei fermato al Monte Do Gozo, il monte della gioia, per assaporare ancora l’arrivo a Santiago, distante da lì ormai solo pochi chilometri.

In  questa quarta tappa attraverso due piccoli villaggi dai nomi curiosi, Parrocha e Vilachà, continuando ad entrare ed uscire dal sentiero per approfittare dei tratti di asfalto che sono, per il mio carretto, il corrispettivo di quello che sarebbe una suite d’albergo per un pellegrino. Mi chiedo se non stia camminando facendo uso del carretto o piuttosto in funzione della sua sopravvivenza. E’ straordinario constatare come i nostri vizi ci accompagnino. Quello dell’attaccamento alle cose non fa eccezione. Qui con me ne ho poche, ma quelle poche che ho continuano a condizionarmi. Questa due ruote finisce con l’essere una vera fissazione, come la Jaguar o la Ferrari potrebbero esserlo per l’appassionato di automobili.  Ogni volta che una ruota si blocca il cuore ha un sussulto ed io trattengo il fiato; la libero dal fango e dalle foglie e, quando riprende a rotolare, anche il mio respiro ritorna regolare. Quel carretto ha assunto per me un potere taumaturgico, liberatore dal potere delle infiammazioni articolari e da tutti i poteri oscuri che intralciano il cammino intrapreso, il cammino delle stelle, quello nel quale gli antichi pellegrini si orientavano guardando in cielo, come i naviganti, e nel quale io mi inoltro ogni mattina sperando di trovare la strada giusta, quella che fino a Santiago, ma anche oltre, mi aiuti ad aggiungere e raggiungere quel surplus di senso che la mia vita chiede e la mia anima desidera.

Questo mio procedere fra strada e sentiero fa di me un pellegrino solitario come è bene che sia un pellegrino, cercatore della meta e cercatore di se stesso, consapevole di come il viaggio, ogni viaggio, debba cominciare “in interiore homine” e culminare ancora lì, all’interno del nostro santuario interiore, in quella foresta dello spirito dove ci attendono oscurità e paure, ma anche spettacolari rivelazioni e itinerari sempre nuovi.

Passo per una casa isolata nella campagna e al lato del cancelletto d’ingresso una campanella mi invita a tirare la catenella che la aziona, per chiedere conferma di procedere nella giusta direzione.

Mentre due cagnolini abbaiano e si agitano, una signora si affaccia alla finestra e con modi spicci mi invita a proseguire. Dopo pochi passi ritrovo la pietra  miliare con  la freccia gialla, nel punto in cui sentiero e strada asfaltata si ricongiungono, e quella freccia ha ormai da molte centinaia di chilometri un effetto rassicurante e corroborante, per non parlare di quelle pietre che ormai segnano i chilometri che mancano all’arrivo, sempre più frequenti, a testimoniare quanto si avvicini la meta e la ricompensa dei nostri sforzi di viandanti.

Nelle due estati precedenti, il calcolo dei chilometri che mi separavano da Santiago era fuori discussione. Sapevo che non ci sarei potuto arrivare con i giorni a mia disposizione. Ogni giorno si faceva il conto dei chilometri che mancavano per la sosta successiva. Dopo un po’ di giorni ci si stupiva di come i dieci, venti chilometri giornalieri si fossero trasformati, dopo una settimana, in un gruzzolo di chilometri espresso in tre cifre. E solo all’arrivo a O’Cebreiro mi resi conto di come quei 155 km rimasti erano meno della metà di quelli che avevo percorso nelle precedenti due settimane e di come la meta mi fosse negata solo per motivi logistici, legati alla necessità di prendere il volo già prenotato e tornare a casa, dove ero atteso con ansia.

Ora che rivedo le foto, mi accorgo che Portomarin, tappa intermedia di questo mio quarto giorno, era già visibile in lontananza, dal pianoro rialzato che percorro prima di entrare a Parrocha e Vilachà.  Ma una specie di scaramanzia, forse, mi impediva di notarlo, per non illudermi di essere già in vista di una città che la guida indicava ad una distanza di quasi 9 km dalla partenza a Ferreiros. Intravedere una città, lungo il percorso, significa infatti veder salire quella febbre che è necessario tenere a bada, perché le gambe continuino, lentamente ma regolarmente, a fare il loro lavoro senza eccitarsi più del necessario. Un paio di gruppetti di pellegrini mi sorpassa mentre ritraggo le case di pietra, molte abbandonate, la pietra miliare che segnala il cammino sormontata da una cassetta postale, le piste di terra che attraversano i villaggi, le colline coltivate, verdi e marrone. Prima della discesa, che mi fa scendere verso la valle del Rio Minho, i muretti assumono l’aspetto di costruzioni nuragiche, misteriose ed antiche, con quelle pietre triangolari disposte ad intervalli regolari, come piccole porte disposte ad aprirsi al tocco di bacchetta di qualche  elfo nascosto nei boschi.

La ripida discesa mi suggerisce di procedere all’indietro, perché in questo modo il ginocchio destro si flette di meno e duole di meno. Mi sento un po’ ridicolo, mentre sopravviene un altro gruppo di giovani spagnoli, ma vedrò, fra un paio di giorni, una ragazza procedere all’indietro come me, con il ragazzo che le tiene le mani e la faccia contratta nello sforzo. E’ così che molti, anche più giovani di me, arrivano a Santiago, troppo vicina ormai perché ci si rassegni a rimandare ad un’altra volta.

Il fiume è  un bel fiume grosso e pieno d’acqua; prima di attraversarlo rivedo i segnali della statale dai quali è ormai scomparsa Piedrafita, e Sarria è indicata a una distanza di 23 km, ormai alle nostre spalle.  I ciclisti che attraversano con me il ponte si fermano sotto un arco sormontato da una scala, all’ingresso della cittadina, e gli chiedo di scattare una foto anche per me. Lungo la salita che mi porta al centro, due agnellini con mamma pecora meritano una sosta a loro dedicata.

Il piccolo centro di Portomarin ricorda le città dell’Emilia, con i porticati sotto i quali ripararsi e camminare, fiancheggiando i negozi, i ristoranti, i bar. Il sello lo chiedo in comune, nella “Casa do Concello”, in un negozio molto ben fornito mi rifornisco di batterie, carta telefonica prepagata e dell’ “asterilla” (tappetino) che ho dimenticato a casa. Non mi serve per dormire all’aperto, ma per tenere lo zaino ben rialzato sulla base del carretto, in modo che il fango e l’acqua non lo raggiungano.

In un bar ordino una porzione di tortilla che la cuoca mi serve con un bel sorriso; di fronte a me un gruppo di giovanissimi pellegrini spagnoli che ritroverò a Hospital de la Cruz e dietro di me una coppia che parla tedesco.

Più che un piccolo centro, è proprio un paesetto piccolo piccolo; ma dobbiamo ancora spiegarci meglio: lungo questa parte del cammino, la presenza combinata di una cabina telefonica, di un negozio, di un alimentari e di un ristorante costituisce un evento raro. Nella giornata di oggi non incontrerò altri centri simili a questo. Solo domani, a Palas de Rei. E’ importante saperlo, perché anche se le gambe mi avrebbero suggerito di continuare ed evitare la deviazione verso il centro, era opportuno che oggi mi occupassi anche del pranzo e di quei piccoli acquisti che non avrei potuto effettuare nelle prossime 24 ore.

Dopo la sosta, le nuvole color fumo si addensano, l’aria  “s’annera”, io sistemo il carretto al riparo dei portici e mi preparo all’ennesimo acquazzone. E invece dopo poche gocce, mentre ancora ritraggo il graziosissimo centro della città, il vento apre ampi squarci fra le nuvole, io esco dai portici e attraversando la statale ritorno sul sentiero, prima stretto, poi, dopo aver riattraversato il fiume, più ampio ma in  salita, fresco di manutenzione, dove l’erosione della pioggia è contrastata da ghiaia bianca, non proprio quello che le due ruotine prediligono, ma molto meglio dei pietroni e del fango. Esce il sole, si suda, il vento soffia fresco mentre salgo di quota e incrocio altri due solitari come me che procedono in direzione opposta. Il primo è un francese, è arrivato a Santiago da Sevilla, lungo la Via de la Plata e percorre il Camino Frances in direzione opposta, verso St. Jean Pie de Port. Per terra come per mare i francesi si segnalano sempre come grandi viaggiatori; che dire?…Chapeau!

Questo tratto di sentiero immerso nella campagna mi porta ancora a fiancheggiare la strada lungo degli andadeiros aperti proprio per i pellegrini, una specie di marciapiedi in terra battuta. Passo per Gonzar dove chiedo un sello all’Albergue, fotografo una coppia che mi segue e mi sorpassa, nordici dall’accento, olandesi o tedeschi, e proseguo verso Castromaior, per un sentiero limitato dai muretti di pietra. Realizzo un incontro ravvicinato del terzo o quarto tipo con una mucca ruminante il cui bel musone nero finisce al centro di una delle mie migliori inquadrature. A Castromaior ritraggo la chiesetta romanica che puntuale si rivela con la sua campanella e la catenella per suonarla che scende dall’esterno fino alla porta. Sono quasi tentato di tirarla, ma mi sforzo di ricordarmi  che ho l’aspetto e l’età di un adulto e non voglio turbare la quiete di questo paesino immerso nel silenzio.

Ancora una ripida salita, lungo la quale arrancano i ciclisti usando le estreme risorse loro offerte da corone e rocchetti, ancora un andadeiro che fiancheggia la statale, ancora quella sensazione del tempo che si dilata e della strada che sembra volersi dipanare lungo un nastro che si srotola fino ai confini di un orizzonte irraggiungibile. Sono, del resto,  le 5:16 del pomeriggio quando trovo il km 78,5 di Hospital de la Cruz dove ho deciso di passare la notte. Resta da trovare l’Albergue. É una di quelle soste minori,  poco affollate e non mi preoccupo.
Infatti l’intera camerata è a disposizione di una coppia di catalani, 5 andalusi, due tedesche. Io uso almeno tre letti per disporre in ordine l’intero contenuto dello zaino. La doccia è tutta mia, calda come una sauna. Sui radiatori bollenti stendo il mio bucato. E’ l’ostello più comodo e spazioso di questa settimana delle stelle!

Vincenzo Continanza

Segui il viaggio:

Prima tappa: In Galizia sul Cammino per Santiago di Compostela

Seconda tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Da O Cebreiro a Fonfria

Terza tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso il monastero di Samos

Quarta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Il tempo del pellegrino

Quinta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso Ferreiros

Sesta tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Arrivo a Hospital de la Cruz

Settima tappa: Sul Cammino di Santiago di Compostela tra ricordi e sogni

Ottava tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Compagni di viaggio

Nona tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Sosta a Casanova

Decima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Arrivo a Ribadiso

Undicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – 40 chilometri alla meta

Dodicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Sosta a Santa Irene

Tredicesima tappa: Cammino di Santiago di Compostela – Verso Monte do Gozo

Comments are closed.