Recensione / Il profeta – Film di Jacques Audiard

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di Nicola Rossello

Tra classicismo e modernità. Realizzato in studio, con attori professionisti, Il profeta si nutre dell’immaginario cruento e pauroso del genere carcerario, a cui però affianca segni squisitamente autoriali: di qui gli scarti sui codici narrativi; di qui l’incredibile impressione di freschezza, di naturalezza e di verità che si avverte nel film, quell’aspra ostentazione del particolare autentico – delle facce, delle voci, dei corpi, delle scenografie, dei costumi – dove è pur possibile avvertire la lezione di Pialat.

Benché esibisca un alto tasso di realismo e sia nutrito di dettagli documentari “esatti”, Il profeta non mira a essere un film realista, un’opera documentaria e di denuncia, tesa a fotografare la vita in un carcere francese, oggi. Jacques Audiard sembra guardare piuttosto al lirismo febbrile e barocco di certo cinema gangster americano contemporaneo, il cinema di Scorsese, Coppola, De Palma, Mann. Se nel tessuto della pellicola s’inseriscono squarci visionari e onirici (le scene in cui il fantasma di Reyeb torna a ossessionare i sensi di colpa di Malik), i tempi dilatati del racconto s’innalzano a una cupa grandiosità epica, venendo a celebrare un’ascesa criminale intessuta di orrore e sangue (ma dove anche i più feroci episodi di violenza non assumono mai un carattere gratuito).

Nel film il conflitto tra Corsi e Arabi viene a riassumere la dialettica tra vecchia e nuova criminalità, ovvero tra una struttura criminale “tradizionale”, ormai declinante, e un nuovo gruppo tribale, sostenuto dal rigore del fondamentalismo islamico, e destinato ad avere il sopravvento.

In questo contesto Malik incarna la figura del truand solitario e individualista, ignaro di codici morali, ma capace di trasformare a proprio vantaggio la propria marginalità, la non appartenenza a consorterie comunitarie, etniche o religiose, servendosi delle armi della simulazione e della dissimulazione, le stesse che, unitamente all’istinto di sopravvivenza, alla capacità di adattamento, all’astuzia, all’inganno, gli consentiranno di consumare l’uccisione simbolica del padre. (Anche in passato, in Tutti i battiti del mio cuore, in Regarde les hommes tomber, i giovani eroi di Audiard giungevano alla piena realizzazione di sé dopo la morte della figura paterna).

L’itinerario del protagonista della pellicola assume i contorni di una Bildung, di un romanzo di formazione alla vita (criminale). Orfano, analfabeta, “straniero”, Malik è il giovane “innocente” alla ricerca della propria identità. Superato il rito sanguinoso dell’iniziazione (l’uccisione del delatore), egli avvia un laborioso percorso di scoperta e conoscenza. Impara a leggere e a scrivere. Impara a parlare la lingua corsa (la lingua di chi ha il controllo della prigione). Impara soprattutto a insinuarsi come un serpente nel groviglio di relazioni d’interesse e rapporti di forza che tra le mura del penitenziario dettano le regole della sopravvivenza.

Lo spazio chiuso della prigione diviene allora il campo di battaglia entro cui, tra derive criminali e omicide, si realizza l’ascesa dell’eroe; il luogo dove un piccolo malfattore può arrivare a scalare le più alte vette del potere. Il trionfo di Malik assume nella pellicola una dimensione metaforica, laddove il microcosmo carcerario si fa rappresentativo delle lacerazioni della società francese contemporanea, venendo a ricreare la selvaggia competizione per la vita del mondo capitalista. L’inserimento, nel finale del film, della canzone di Macie Messer (dall’Opera da tre soldi di Brecht) è, a tale riguardo, sin troppo esplicita…


Scheda film

Titolo: Il profeta
Regia: Jacques Audiard
Cast: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi
Durata: 149 Min.
Genere: Drammatico
Distribuzione: Bim Distribuzione
Data di uscita: 19 marzo 2010
Gran Premio della Giuria – Cannes 2009

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