Intervista a Franco Chimenti autore del volume “Giuda. Un caso politico”

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Franco Chimenti, Giuda. Un caso politico - Copertina del libro

D – Prof., perche lei non crede che il danaro abbia spinto Giuda a tradire il Maestro?
R – Perché molte cose resterebbero senza risposta. Trenta sicli d’argento erano una somma non disprezzabile ma non tale da far perdere il senno ed ispirare un’azione tanto infame. E, innanzitutto, non si spiegherebbe il suicidio.
D – In che senso?
R – Consideri che Giuda, tradendo per danaro, tocca il fondo dell’abominio. Senonchè, dopo solo poche ore, sarebbe intervenuto un pentimento così forte ed insopportabile da fargli preferire la morte. È chiaro che questa tesi non regge.
D – Perché non regge?
R – Perché, normalmente, il pentimento presuppone una evoluzione psicologica e un passaggio ad uno stato d’animo di segno opposto che ha bisogno di tempo e che manca totalmente in Giuda. È difficile pensare ad un repentino pentimento, cosa che può verificarsi a seguito di una azione negativa improvvisa, ad un raptus, al quale segue una resipiscenza immediata. E non è questo il caso di Giuda che, a quanto pare, ha premeditato e preparata la sua azione.
D – Dunque?
R – Dunque io credo che le cose siano andate diversamente.
D – Cioè?
R – Sono assolutamente convinto che il movente sia stato politico. Giuda, che appartiene certamente al movimento patriottico giudaico, constatate le straordinarie capacità di Gesù e pensando che forse è addiritura il Messia che, secondo l’interpretazione giudaica tradizionale, deve liberare il popolo di Israele, concepisce il disegno di guadagnarlo alla causa patriottica. Dopo i precedenti fallimenti, una ennesima rivolta contro Roma, guidata dall’Inviato di Dio questa volta non potrà che essere vittoriosa.
D – Ma come poteva pensare che il Rabbi avrebbe accettato? Gesù predicava amore e non violenza e diceva di perdonare anche i nemici.
R – Certo. Ma Gesù aveva anche dato prova di sapere all’occorrenza reagire con violenza, scacciando con lo staffile i profanatori del Tempio. Non era assurdo pensare che nel momento in cui gli avessero fatto violenza arrestandolo, avrebbe reagito dando così inizio alla rivolta contro i romani. Non si dimentichi che Giuda era uno zelota e che tra i discepoli c’erano uomini armati. E questo è attestato dai Vangeli.
D – Intende dire, professore, che tra i discepoli vi erano zeloti?
R – Certamente sì. Quale significato poteva avere, diversamente, seguire armati un uomo come Gesù che predicava amore, non violenza e perdono?
D – Ma se almeno alcuni discepoli erano zeloti perché non aderiscono al piano di Giuda? Mi pare che non vengano coinvolti.
R – Infatti. Giuda non poteva che agire da solo per evitare che il suo disegno venisse alla luce. Bisognava che tutti credessero che consegnava il Maestro per danaro e che i Sacerdoti, e quindi l’Autorità romana, nulla sospettassero. Il più piccolo sospetto, infatti, avrebbe vanificato l’azione di Giuda. Si comprende facilmente che il suo progetto poteva trovare attuazione solo giocando sulla sospresa.
D – Un movente politico, dunque.
R – Un movente politico.
D – Ma che in nessun caso poteva realizzarsi.
R – Certamente no. Ma bisogna riportarsi a quel momento particolare e sforzarsi di guardare le cose con gli occhi di Giuda, il quale non ha inteso la predicazione di Gesù ed ha evidentemente continuato a pensare al Messia come al capo nazionalista che avrebbe liberato la Giudea dal giogo romano. Non capì, e forse non poteva, che Gesù non veniva a liberare la Giudea ma a cambiare il cuore degli uomini. In realtà non era molto facile capire questo, giacché le cose diventeranno chiare solo dopo gli eventi pasquali. Solo allora si comincerà a capire la predicazione del Rabbi, a intendere il suo messaggio e trovare e scoprire corrispondenza e conferme da quanto anticipato dalle Scritture.
D – E questa interpretazione spiega il suicidio. Non è così?
R – Certo. Quando Giuda constata che Gesù si lascia arrestare, flagellare e condannare senza reagire, comprende di aver commesso un errore colossale di valutazione e si rende conto che ha “tradito” il Maestro per niente.
D – E si pente.
R – No. Non si tratta di pentimento. Giuda non poteva pentirsi di aver agito per liberare la sua patria, essendo questo, al contrario, un movente altamente nobile e onorevole. È invece rammarico acuto e amaro per aver cagionato un danno irreparabile e, agli occhi di tutti, mostruoso. E forse intuisce che la sua inutile azione, considerata mero ed infame tradimento, lo avrebbe disonorato per tutta l’eternità. Giuda non è un pentito. È un disperato che si sente schiacciato da un errore incommensurabile. Il suo, infatti, è un fallimento totale: ha sacrificato inutilmente il Maestro, la sua patria resta oppressa, lui diventa il più infame traditore della storia dell’umanità. La disperazione non poteva essere maggiore. Cos’altro poteva indurlo a continuare a vivere? Nulla. Meglio dunque la morte. E sarebbe stata una liberazione.
D – Così impostata la sua ipotesi è suggestiva e anche convincente. Ma mi chiedo: perché il Sinedrio vuole eliminare Gesù?
R – Perché Gesù, con la sua predicazione e i suoi comportamenti può turbare il delicato equilibrio cui si era dato vita tra la Dirigenza giudaica e l’Autorità romana. L’oligarchia sacerdotale e dei maggiorenti, cui Roma aveva lasciato una non trascurabile fetta di potere, non poteva rinuciare ai suoi privilegi. Che erano cospiqui. Disordini, tumulti e atteggiamenti ostili da parte del popolo potevano indurre i romani ad un giro di vite togliendo al Sinedrio privilegi e potere e rendendo ancora più dura la vita in Giudea. E il Sinedrio non poteva certo rinunciare ai suoi interessi che erano anche economici e finanziari, considerato che le entrate del Tempio, sia in denaro che in natura, erano enormi, e di cui solo i Sacerdoti beneficiavano.
D – Dunque, i Sacerdoti non riconoscono Gesù come Messia?
R – Certamente no. Lo vedono solo come un preicoloso soggetto che può rompere l’equilibrio tra il Sinedrio e l’Autorità romana. I Sacerdoti temevano disordini perché numerosa era la folla che seguiva con entusiasmo il Rabbi di Galilea.
D – Ma cosa temeva il Sinedrio? Gesù predicava la non violenza e il perdono, come poteva fomentare rivolte?
R – Vero. Ma Gesù comincia a mettere in discussione punti centrali della Legge di Mosè, fino a capovolgere i termini della morale corrente. Quando poi si scaglia contro mercanti e cambiavalute del Tempio, tollerati e forse secondati dal Sinedrio, i Sacerdoti vedono tale azione condotta sostanzialmente contro di loro. E tutto ciò turba le regole dell’apparato della classe dirigente.
D – Capisco.
R – Quando poi Gesù, accusa i Farisei, che fino a quel momento non gli erano stati ostili, di essere ipocriti perché erano attenti alla sola esteriorità della Legge senza rispettarne la sostanza, costoro prendono le distanze dal Rabbi e praticamente cominciano anch’essi a vedere in Gesù un pericolo. Si comprende facilmente che da questo momento il destino di Gesù è segnato.
D – E così il Sinedrio decide di eliminarlo.
R – Sì.
D – E con quale accusa?
R – Bestemmia e blasfemia perche Gesù si è fatto figlio di Dio, anche se egli mai ha ciò affermato in modo esplicito. Simile affermazione, evidentemente, è inaccettabile per i Sacerdoti. Ma non dispongono di altre accuse e sono costretti a ricorrere all’unica che comporti la pena di morte. Ma il Sinedrio può pronunciare sentenze capitali ma non eseguirle perché lo “jus gladii” è riservato espressamente al governatore.
D – E questa è la ragione per cui lo mandano da Pilato.
R – Infatti. Ma per il procuratore romano l’accusa religiosa è irrilevante. È necessaria un’accusa politica, l’unica che abbia rilevanza per Roma. E il Sinedrio ne inventa una: Gesù ha affermato di essere re d’Israele.
D – E questo è vero?
R – No. Si tratta chiaramente di un espediente falso e infame perché Gesù non ha mai aspirato alla regalità, anche se il popolo lo ha acclamato “figlio di Davide”, che significa “Re”. Ma Gesù non poteva essere responsabile di quello che la folla andava dicendo.
D – E Pilato crede in quest’accusa politica?
R – Neanche un po’. Si rende immediatamente conto che è innocente e (lo affermano i Vangeli) cerca in ogni modo di salvarlo. È del tutto evidente che se anche per un attimo Pilato avesse ritenuta verosimile l’accusa, non avrebbe cercato di assolverlo, perché questo sarebbe stato alto tradimento nei confronti di Tiberio, mettendo così a rischio la sua vita.
D – Ma se è convinto della sua innocenza perché lo condanna?
R – Perché teme disordini e non se lo può permettere. Sa bene che Tiberio non avrebbe tollerato ulteriori tumulti in Giudea, disordini che Pilato non avrebbe potuto né saputo giustificare neppure nei confronti di Lucio Vitellio, governatore di Siria e suo diretto superiore, col quale non era in rapporti propriamente amichevoli.
D – In definitiva, Pilato per paura non applica la legge.
R – Infatti. Per lo “jus romano” e per la “humanitas” non si poteva condannare senza prova certa. E nel caso di Gesù non esisteva. Qui sarebbero molte le considerazioni da fare. Limitiamoci a dire che Pilato non è riuscito a far fronte agli avvenimenti e a controllare la situazione.
D – E così Gesù si avvia verso il Golgota, Giuda constata il tragico fallimento della sua azione e si uccide.
R – Proprio così. Dopo aver sperato fino alla fine, deluso, disingannato, annientato dalla disperazione, sceglie di porre fine ad una esistenza che ormai per lui non ha più alcun senso.
D – Grazie, prof.!
R – Grazie a voi!

 

Franco Chimenti, ordinario di filosofia e storia in pensione, nato nel 1938 in Calabria, risiede attualmente in Campania. La molteplicità dei suoi interessi gli ha ispirato opere di narrativa, teatro e saggistica. Attento ai problemi della sua Calabria, con il romanzo Gli aranci crescono di notte, finalista al premio Firenze “Maria Conti”, è riuscito a penetrare nella complessità dello spirito calabro e al tempo stesso negli oscuri meandri dove si sviluppano fenomeni spesso di difficile comprensione. Il suo dramma teatrale La notte dei Madrigali (2007) rivive la tragica storia, di fine Cinquecento, della principessa Maria d’Avalos, di suo marito Carlo Gesualdo, principe di Venosa, insigne madrigalista, e del cugino Fabrizio Carafa duca di Andria. In questa opera l’autore utilizza una lingua che richiama in qualche modo  quella dell’epoca della vicenda.  Il saggio Giuda. Un caso politico (dicembre 2010) è la sua più recente pubblicazione.

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