Dalle strade americane del fotografo Robert Frank ai tornanti delle colline calabresi

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U.S. 285, New Mexico, 1955 Robert Frank, The Americans

U.S. 285, New Mexico, 1955 Robert Frank, The Americans

Certi viaggiatori non fanno troppa differenza tra una strada ed un’altra. Pianure americane o tornanti di collina calabresi circondati da uliveti, sono entrambi occasioni per conoscere luoghi e persone, con le loro tradizioni e la loro cultura, il loro cibo ed il loro vino; poi qualche opera d’arte, qualche piazza ben incastonata nel tessuto urbano, un paio di fanciulle e, se si viaggia nelle colline calabresi, quell’aria delle sei del mese di febbraio, non troppo fredda, ma avvolgente come un foulard, pungente e piacevole, che ben si abbina con il gaglioppo di quei posti.

Certi viaggiatori sono simili a Robert Frank, il fotografo americano degli scatti rubati in ogni Stato degli Usa; si calano nelle realtà che attraversano con lo spirito di chi vuole capire ed essere partecipe del territorio, sentendosi, anche solo per breve tempo, perfetti cittadini del luogo che visitano.

Robert Frank ottenne un finanziamento dalla Fondazione Guggenheim di New York per realizzare un progetto fotografico sugli americani. Dal 1955 al 1956 attraversa in auto le strade della nazione con sua moglie ed il figlio, scatta oltre 50 mila fotografie raccolte nell’opera Gli Americani. I personaggi di Frank sono persone comuni, ritratte nel quotidiano. Da una pagina all’altra del suo libro si possono osservare predicatori sulle rive del Mississipi in Lousiana, operai in una catena di montaggio a Detroit, politici in una sala congressi di Chicago, lustrascarpe in una toilette per uomini in Tennessee ed ancora gas station nel deserto con un cartello con la scritta “save”, strade viste dalla finestra dell’albergo, ragazze che servono ai bar, ragazze che prendono l’ascensore. Le foto non riproducono alcun momento decisivo. Non sono la rappresentazione dell’acme di una situazione drammatica o spettacolare. Non hanno neppure la purezza formale della grande composizione fotografica. Sembrano buttate una dopo l’altra senza un criterio logico né estetico. Frank scatta con la coda dell’occhio e riprende un momento di mezzo, ossia un istante in cui nulla accade perché già accaduto o accadrà o forse non accadrà mai. Un istante anonimo e quotidiano, come ce ne sono tanti che riempiono la nostra vita. Eppure nulla ci dice di più dell’America e degli americani di questi anonimi scatti. Si percepisce quasi un’aria di velata delusione ed in particolare, sfogliando le foto, si coglie palpabile la sensazione che la società dei consumi non garantisce la felicità. La promessa del New Deal di Roosevelt non ha prodotto tutti gli effetti sperati.

L’opera di Frank è stata rivoluzionaria, ha introdotto l’improvvisazione nella fotografia. Essa è paragonabile al Jazz di Joe Coltrane, che proprio in quegli anni rivoluzionava il genere musicale, ed alla letteratura della Beat generation. Del resto Jack Kerouac e Robert Frank erano amici e lo scrittore americano scriverà l’introduzione del libro fotografico di Frank. Si racconta che, mentre sfogliavano insieme le fotografie del lavoro, Kerouac rimase colpito dall’immagine di una sala da barba a tal punto da costringere il fotografo a salire in macchina e guidare per centinaia di miglia allo scopo di farsi mostrare il posto dal vivo.

Penso a Robert Frank tra un tornate e l’altro delle colline calabresi, in una sera fredda e avvolgente di febbraio. Scrivevamo che le strade sono tutte uguali per certi viaggiatori, rappresentano un’opportunità di conoscenza, perché conducono sempre in qualche posto dove scoprire piazze, persone, cultura. In Calabria ecco, quando meno te lo aspetti, un teatro uscito da un film di Tornatore, oppure una trattoria scarna con il proprietario che esprime animatamente la sua delusione per la politica. Poi c’è sempre un po’ di vino amico, di quelli senza pretese, ma animatore delle serate. Se si scattassero delle foto, cambiando i protagonisti e l’ambiente, il senso ultimo dello scatto sarebbe simile a quello di Frank negli Americani. Anche qui si percepisce una certa delusione, una velata paura che le cose andranno sempre peggio: poco lavoro, poca impresa, bassi redditi, ecc. Qui, però, non siamo in America e neppure sul finire degli anni Cinquanta, all’alba del boom economico. Siamo in Calabria, una terra ricca di cultura e arte e nello stesso tempo ancora inchiodata da uno sviluppo mancato.
Sulla strada, si incontrano anche amici come Angelo Argento; lui, siciliano ma in giro per la Calabria per impegni politici, si è speso molto per far rientrare l’antica Sibari tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Ha dichiarato alla stampa: “La tutela dell’Unesco non sarebbe fine a se stessa, ma si legherebbe ai riconoscimenti di altre eccellenze, come quelle agroalimentari del territorio calabrese, dal peperoncino alla liquirizia, dal bergamotto al gaglioppo che è il più antico vitigno della storia dell’umanità”. Riporto questa dichiarazione, proprio perché tra un tornante e l’altro sono finito in un posto ed in uno splendido teatro da dove si lanciava questa iniziativa.
Se si continua a guidare s’incontreranno sempre persone, storie, talenti e gente comune, amanti della propria terra ed animati da quello spirito di rinnovamento necessario per migliorare lo stato delle cose. Per questo il viaggio è attraente. Non solo arte, cultura, ma persone e storie, sia in America che tra i tornanti calabresi.

Diego Pirozzolo

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