Al PAC di Milano la mostra Rise and fall of apartheid

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Gille de Vlieg, Pauline Moloise (madre di Ben), due donne e Winnie Madikizela Mandela piangono al servizio funebre per Benjamin Moloise, impiccato qualche ora prima di quella stessa mattina. Khotso House, Johannesburg, 18 ottobre  1985. © Gille de Vlieg.

Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ospita dal 9 luglio al 15 settembre 2013 la mostra, “Rise and fall of apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life” (Ascesa e declino dell’Apartheid: fotografia e burocrazia della vita quotidiana), una raccolta di immagini che hanno fatto la storia dell’Apartheid, ideata dall’ ICP International Center of Photography di New York.

Il progetto raccoglie il lavoro di quasi 70 fotografi, artisti e registi, e analizza oltre 60 anni di produzione illustrata e fotografica ormai parte della memoria storica e della moderna identità sudafricana. Fotografie, opere d’arte, film, video, documenti, poster e periodici: un ricco mosaico di materiali, molti dei quali raramente esposti insieme, documenta uno dei periodi storici più importanti del ventesimo secolo, le sue conseguenze tuttora durature sulla società sudafricana e l’importanza del ruolo di Nelson Mandela.

L’Apartheid è stata la piattaforma politica del nazionalismo afrikaner prima e dopo la seconda guerra mondiale. Un sistema creato appositamente per promuovere la segregazione razziale e mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Nel 1948, dopo la vittoria a sorpresa dell’Afrikaner National Party, l’apartheid è stata introdotta come politica ufficiale dello stato e si è imposta attraverso un’ampia serie di programmi legislativi. Col tempo il sistema dell’apartheid è diventato sempre più spietato e violento nei confronti degli africani e delle altre comunità non bianche. L’apartheid ha trasformato le istituzioni mantenendole in vita con l’unico scopo di negare e privare dei propri diritti civili di base africani, meticci e asiatici.

La mostra parte dall’idea che la salita al potere del Partito Nazionale Afrikaner e la conseguente introduzione dell’apartheid come suo fondamento legale abbiano modificato la percezione del paese da una realtà puramente coloniale, basata sulla segregazione razziale, a una realtà vivacemente dibattuta, basata su ideali di uguaglianza, democrazia e diritti civili. La fotografia ha colto quasi immediatamente questo cambiamento e ha trasformato il proprio linguaggio da mezzo puramente antropologico a strumento sociale.

Oltre al lavoro dei membri del Drum Magazine negli anni ’50, dell’Afrapix Collective degli anni ’80 e ai reportage del cosiddetto Bang Bang Club, saranno esposte anche eccezionali opere di fotografi sudafricani all’avanguardia quali Leon Levson, Eli Weinberg, David Goldblatt, Peter Magubane, Alf Khumalo, Jurgen Schadeberg, Sam Nzima, Ernest Cole, George Hallet, Omar Badsha, Gideon Mendel, Paul Weinberg, Kevin Carter, Joao Silva e Greg Marinovich. In mostra anche le opere di una nuova generazione di fotografi sudafricani, tra cui Sabelo Mlangeni e Thabiso Sekgale, che esplorano le conseguenze che ancora oggi l’apartheid produce nel paese.

Insieme a loro anche artisti contemporanei quali Adrian Piper, Sue Williamson, Jo Ractliffe, Jane Alexander, Santu Mofokeng, Guy Tillim, Hans Haacke e un video che raccoglie 10 animazioni di William Kentridge per un totale di quasi un’ora di proiezione.

La mostra, curata da Okwui Enwezor, è promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura , dal PAC e da CIVITA.

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