Il linguaggio vocale e le fluttuazioni quantistiche

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Rinaldo Longo

Rinaldo Longo

In questo scritto si vuole porre l’attenzione sul linguaggio vocale e sul suo legame con le fluttuazioni quantistiche che fanno vibrare l’universo.
Come si sa “il linguaggio non è un calco della realtà” (André Martinet, Elementi di linguistica generale, Laterza, Roma-Bari 1977, p. 18) e alla sua base vi sono elementi simbolici vocalici rappresentati dai fonemi. Questi in un sistema linguistico sono le più piccole unità con carattere distintivo, ma non significativo, ad  esempio il fonema /p/ nella lingua italiana ci permette di distinguere palla da balla, pela da bela.

I fonemi sono gli elementi di cui sono costituiti i monemi (le parole, per intenderci). Questi monemi sono invece le più piccole unità significative di un’espressione linguistica. Per esempio nella lingua italiana i monemi la (articolo e pronome), pioggia (sostantivo), cade (verbo) ci permettono di formulare l’espressione ‘la pioggia cade’.

Ogni sistema linguistico “evolve fino a che non si stabilisce l’equidistanza tra i fonemi che esso comporta” (A. Martinet, idem, p.223), si pensi in italiano a pollo e bollo, a pelle e belle che vengono ben distinte grazie alla differenza tra /p/ (occlusiva labiale sorda) e  /b/ (occlusiva labiale sonora).

Diciamo, per essere più precisi, che ogni sistema linguistico è in continua evoluzione, e, “se capita che un certo fonema non sia tanto differenziato dai suoi vicini nel sistema quanto lo permetterebbero gli organi della parola, ci si può aspettare che l’articolazione di tale fonema si modifichi quando non si sia ristabilita la differenziazione massima” (A. Martinet. ibidem). Naturalmente queste modifiche che avvengono nel tempo riguardano il luogo e il modo di articolazione del fonema in oggetto.

Ora c’è da considerare che in ogni lingua “i fonemi sono unità discrete” (A. Martinet, idem, pp. 30, 31, 32), non solo, ma se per esempio consideriamo le due varietà possibili, sorda e sonora, delle produzioni foniche che chiamiamo consonanti, il richiamo al bit  0 1 è evidente, come è evidente se pensiamo (per le vocali) ad acuta e grave, oppure a chiusa e aperta, o ad anteriore e posteriore.

Sembrerebbe che qualunque sistema di linguaggio vocale sia formato di bit discreti. Ciò ha analogia con l’intuizione che Craig Hogan cerca di dimostrare riferendosi all’universo. Egli infatti ritiene che il tremolio intrinseco che pervade l’universo implicherebbe che lo spazio-tempo è digitale, diviso a pacchetti discreti (Craig Hogan, Lo spazio è digitale?, Le Scienze, n. 524, aprile 2012, pp. 36-43).

A tutto quanto detto finora vuole essere attenta la glottobiologia, che intende procedere in armonia con la fisica moderna che mira a riscrivere le sue regole attraverso “la misura dei collegamenti tra spazio-tempo, materia e informazione”, come afferma Craig Hogan (articolo citato). Infatti la glottobiologia , assumendo per definizione come oggetto di studio la glottide (e quindi il linguaggio vocale) come punto di sfogo dei bisogni sociobiologici del cervello, si muove confrontando le sue idee con le affermazioni e le acquisizioni della fisica moderna. Il riferimento è in particolare alla teoria dei quanti, principalmente per ciò che attiene al principio di complementarietà di Bohr, secondo il quale il modello ondulatorio e corpuscolare dovrebbero essere considerati come due descrizioni ugualmente legittime e necessarie dei fenomeni della microfisica.  Questo principio di complementarietà, che va ad escludere il tradizionale dualismo onda-corpuscolo, è, cosa importante, un criterio estensibile alle ricerche della glottobiologia.

Rinaldo Longo

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