La vite, il vino e la libagione

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Dipinto dell'artista Natale Amica. Negli anni Trenta la tavola era nella cantina del poeta Antonio Ungaro - © Bit Culturali

Dipinto dell’artista Natale Amica. Negli anni Trenta la tavola era nella cantina del poeta Antonio Ungaro – © Bit Culturali

Non c’è chi non conosce il detto “A San Martino ogni mosto è vino”. Così come non c’è chi non sa, o non vede, che in quella data già fanno bella mostra sugli scaffali dei supermercati le bottiglie di vinonovello”.
Pochi sanno, forse, però che l’atto di centellinare, di assaggiare o di bere a piccoli sorsi e moderatamente, cioè di libare del vino o altro liquore è collegato a comportamenti di carattere sociale, politico ma soprattutto religioso che risalgono a vari millenni (circa 6) prima di Cristo.

Infatti, la polisemia del verbo libare (greco leibein, latino libāre) si è venuta arricchendo in tutti questi secoli fino a noi e riguarda comportamenti in cui l’offerta liquida viene espressa col versare, con lo spandere, col bagnare, con l’assaggiare leggermente, con il gustare a fior di labbra.

Certo quando nel 5400 a. C. sui monti Zagros dell’Iran si iniziò a produrre vino, e poi questa pratica, arrivata nel Libano, fu dai navigatori fenici diffusa verso occidente, in Egitto e nel Mediterraneo, può ben dirsi che per l’uomo quello fu un momento importante nell’evoluzione della sua specie.

Infatti, sin dall’antichità greca, come fa notare Emile Benveniste, “la libagione con il vino accompagna una preghiera destinata a ottenere la sicurezza” (Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, vol. II, Einaudi, Torino, 1976, p. 444). È questo il senso etimologico e religioso del sostantivo greco spondé. Lo stesso Benveniste pensa che, nel senso religioso, libare uino (abl.), paragonabile a facere uino, equivale a «fare per mezzo del vino […] una libagione che consista nel “fare sgocciolare” il liquido» (idem p. 450).

Una volta sottolineata l’importante accezione religiosa del libare, non si può sottacere il momento “solenne” del sorseggiare del buon vino, in modo particolare pasteggiando.

Ma interroghiamo un po’ la radice etimologica di vite e di vino. Nel suo Vocabolario etimologico della lingua italiana Ottorino Pianigiani ci dice che vino fa capo alla radice verbale indoeuropea vi- che vale attorcersi , cioè attorcigliarsi, avvolgersi, significato che ben richiama l’azione di torcersi e di avvolgersi svolta dalla pianta dal cui frutto si ricava il vino, cioè dalla vite, nella quale la radice etimologica vi- (o ve-)  si presenta allungata in vit- (o vet-).

È indubbio che se si pensa all’utilizzo che del vino fa religiosamente il sacerdote nella Messa, significando con esso il sangue di Cristo, e all’utilizzo che del vino fa, invece, chi esagera superstiziosamente nel suo uso, come nei baccanali di antica memoria, emerge chiaramente il significato sacro oppure profano che il liquore della vite può avere in situazioni e quantità diverse di utilizzo e di assunzione. Tutti sanno che un bicchiere di vino al giorno fa buon sangue.

Ultima osservazione. Ritengo che non vada sottovalutata la possibilità che la radice etimologica di Venere, la dea della bellezza e dell’amore, non sia estranea a quella di vino e di vite.

Rinaldo Longo

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