Il linguaggio pittorico di Tobia Ravà fra misticismo ebraico e messaggi subliminali

0
Tobia Ravà, Portico dei palpiti semantici, 2000  Resine e tempere

Tobia Ravà, Portico dei palpiti semantici, 2000 Resine e tempere

Una mostra che pone in primo piano le opere di Tobia Ravà, artista italiano di Venezia, sensibile alla cultura ebraica anche grazie ai suoi ascendenti, è quella datata 13 dicembre 2013 – 16 febbraio 2014, allestita presso il prestigioso Centro culturale Altinate San Gaetano di Padova.
Per questa esposizione, curata da Maria Luisa Trevisan e da Sirio Luginbühl, è stato scelto il titolo “Codici trascendentali תא”, che letteralmente significa insiemi di norme, di regole eccelse e metafisiche, di segni derivati da correnti mistiche dell’ebraismo e comunicati attraverso un linguaggio esoterico. Si tratta di una indagine riguardante la dimensione dell’assoluto e il rapporto tra uomo e mondo, tra il mistero della creazione e l’essenza della vita.
Un titolo veramente adeguato al contenuto delle opere di Tobia Ravà, che sembra riecheggiare Pitagora e la sua religione misterica per la quale il Numero è tutto, è  l’elemento di cui tutte le cose sono costituite. Infatti Tobia Ravà utilizza, nelle sue composizioni, la ghematrià, uno degli strumenti interpretativi che la kabbalah impiega per la lettura del testo sacro.

Per tutto ciò questo artista mi intriga, per cui trovo interessante sperimentare il mio linguaggio su quanto egli, titolata vestale dello spirito creativo divino, va producendo.

Tutti sanno che se nel linguaggio vocale è la glottide a funzionare come punto di sfogo dei bisogni sociobiologici del cervello, nel linguaggio pittorico tale funzione è svolta dalla mano, con o senza l’ausilio di adeguati attrezzi.
Ora, come il linguaggio vocale non è un calco della realtà e alla sua base vi sono elementi simbolici vocalici, distintivi ma non significativi, rappresentati dai fonèmi (sing. fonèma), così il linguaggio pittorico non è un calco della realtà e alla sua base possiamo considerare dei segni grafici, anch’essi distintivi ma non significativi, definibili come pittèmi, che, come i fonèmi, composti e ‘letti’ in un certo ordine costituiscono un significante (di forma fonica nel caso del fonèma, di forma cromatica nel caso del pittèma), cioè qualcosa capace di significare e di emozionare. Il risultato di questa significazione, o emozione, è detto significato.

Dalla semiologia di Fernand de Saussure sappiamo che significante e significato sono alla base del triangolo semiologico (o semiotico) e che al vertice opposto vi sta il referente, che nella sfera del reale è ciò di cui si parla, ossia l’elemento del mondo reale o concetto a cui un’espressione linguistica fa riferimento, ma che Tobia Ravà, riguardo alla sua opera figurativa, per l’influsso mistico, o se volete, misterico o esoterico esercitato dalla presenza di segni (o simboli) alfanumerici dell’alfabeto ebraico, chiama aura simbolica.

Se consideriamo i referenti di composizioni di pittèmi, come quelle di Tobia Ravà, più che nella sfera del reale, comunemente inteso, che è fortemente legato al principio di casualità, questi sono rintracciabili nella realtà mentale dell’autore, realtà mentale che è un carosello di atti creativi dove la fanno da padrone le correnti mistiche ed esoteriche dell’ebraismo dalla kabbalah, al chassidismo, e la ghematrià, criterio di permutazione delle lettere in numeri, per cui ogni successione alfabetica può considerarsi una somma aritmetica. Si tratta indubbiamente di un nuovo approccio simbolico attraverso le infinite possibilità combinatorie dei numeri, attraverso le quali possono essere costruiti i monèmi (unità significative come parole, parti del discorso o elementi grammaticali) e i sintagmi (frasi, espressioni, testi, codici significativi) di questo linguaggio esoterico.

Si è tentati di dire che i pittèmi, costituenti i numeri impiegati in maniera ripetuta da Tobia Ravà per le sue composizioni, sono i costituenti di moduli (o monèmi)  numerici, per cui, di conseguenza, potremmo parlare di sintagmi modulari e quindi di pittura modulare o di architettura modulare o di arte modulare.

Ora se consideriamo l’immagine sottostante a questi moduli, ciò che appare più interessante è la particolare operazione di modulazione effettuata da Ravà, quella che i fisici chiamano modulazione a impulsi codificati (sigla PCM). Con essa l’artista stabilisce una corrispondenza biunivoca (codice) tra gli elementi cromatici dell’insieme alfanumerico utilizzato (banda traslata) e le successioni di impulsi binarî (pittèmi-pixel: anche il pittèma, che, come abbiamo detto, è associabile al fonema, è una unità discreta con evidente richiamo al bit 0 1) costituenti la texture cromatica delle parti dell’immagine di fondo (banda base) che è realizzata in maniera convenzionale.

Tecnicamente parlando, i segni (o simboli) alfanumerici utilizzati da Ravà a volte, per effetto ottico, sembrano essere incisi, a volte scolpiti o sbalzati, a volte sembrano coprire o avvolgere a mo’ di reticolo un’immagine, a volte sembrano costituire elementi necessari alla formazione e quindi alla ’lettura’ dell’immagine di fondo. L’effetto è che questi simboli alfanumerici, che racchiudono messaggi subliminali, risultano essere dominanti rispetto alla figura di fondo che in genere rappresenta, come abbiamo detto, convezionalmente persone, animali, vegetali o elementi architettonici o cose del mondo reale.

Questo linguaggio codificato riferito ai numeri riguardanti la traslitterazione ghematriaca delle lettere dell’alfabeto ebraico, dal valore etico, spirituale e numerologico, insieme alla modulazione e alla tecnica, delle quali si è detto sopra,  funzionano come un oggetto magico alla Harry Potter e, nel nostro caso, permettono al fruitore dell’opera di passare da uno stato di contemplazione estetica ad un altro di contemplazione estatica. Questo secondo stato è detto da Tobia Ravà quello dell’aura simbolica, derivata dal terzo livello percettivo, ma che io chiamerei della sinestesia simbolica, perché sembrerebbe che l’aura si sprigiona dall’energia vitale di un soggetto in carne ed ossa.

Chiaramente questo processo di significazione non riguarda solo Tobia Ravà, artista  pervaso da attività creativa, ma anche i fruitori del suo prodotto artistico in quanto a loro appartiene la comprensione dello stesso. Cosa non sempre semplice quando non si conosce il valore misterico dell’alfabeto ebraico e della ghematrià. Meno male, però, che ci sono “forme intuitive [di comprensione]che sembrano oltrepassare i confini della scienza e che riguardano non solo l’apprezzamento della poesia e delle arti in genere, ma anche la comprensione delle emozioni. Alla base di queste forme vi è un processo di attribuzione di senso a cui gli uomini pervengono anche condividendo la cultura in uno specifico contesto storico. È una prospettiva in cui la mente si riapre agli stati intenzionali come le credenze, i desideri e le emozioni. Per questo ogni uomo ha una propria modalità privilegiata di approccio alla conoscenza, che dipende ugualmente dagli aspetti cognitivi e da quelli affettivi della personalità” (Rinaldo Longo, Sinestesia e comprensione dell’arte. Riflessioni sulla pittura di Francesco Guerrieri).

Va da se che, da quanto abbiamo esposto, è improprio, riduttivo e semplicistico definire, come molti fanno, Tobia Ravà “l’artista che dipinge con i numeri“, perché in genere con i numeri si calcola, si misura, mentre è coi colori che si dipinge, è dalla materia che scolpendo si sprigiona la scultura, è con le emozioni prodotte dal ‘mistero’ che si accende la sinestesìa, è dall’energia vitale che si sprigiona l’aura.

Detto questo, ci avviamo alla conclusione con questa domanda: quale sarebbe il valore delle opere dell’artista Tobia Ravà senza quel particolare elemento esplicativo che, a mo’ di rete o di patina o di decoro, sembra sprigionarsi dall’immagine di fondo, creando spesso effetti che possiamo definire sensazioni ottico-cinetiche molto sfruttati nella Op Art (Optical Art), anzi di cui costituiscono il fulcro? La risposta è: ben poco o nulla. Infatti è proprio quel valore aggiunto rappresentato da quelle che impropriamente chiamo ‘decorazioni ghematriache’ a rendere quelle di Tobia Ravà delle autentiche opere d’arte ricche di messaggi subliminali.

La semiotica ci ha arricchito delle importanti distinzioni fra atto estetico, atto magico e fatto sociale, ebbene gli atti creativi di Ravà sono contemporaneamente un atto estetico, un atto magico, e, non ultimo,un fatto sociale, infatti sono in molti, fra i quali Vittorio Sgarbi, a ritenere le opere dell’artista veneziano una spinta al dialogo fra le diverse culture e verso un affratellamento dei popoli.
Sgarbi ha affermato: “Ho sempre vissuto la cultura ebraica come un accrescimento, un accrescimento delle mie sensazioni, qualcosa che ha contribuito ad allargare la mia percezione del reale e mi apparteneva nel profondo pur nella mia identità cristiana”.
Non c’è che da essere d’accordo.

Rinaldo Longo

NOTE

– Per linguaggio vocale, glottide, fonema e monema si legga l’articolo di Rinaldo Longo Il linguaggio vocale e le fluttuazioni quantistiche;
– Per fonèma, pittèma e cinèma si legga in Rinaldo Longo, Arte figurativa contemporanea a Corigliano, Il Seme, Corigliano Calabro, 1997, p. 48; ma già in un saggio sulla pittrice Claudia Pedace risalente al 1991.

Comments are closed.