Venezia | Carlo Saraceni, un Veneziano tra Roma e l’Europa

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Carlo Saraceni, (Venezia, 1579 circa-1620), Caduta di Icaro, 1605-1608 circa, olio su rame, cm. 40x52,5, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, (particolare)

Carlo Saraceni, (Venezia, 1579 circa-1620), Caduta di Icaro, 1605-1608 circa, olio su rame, cm. 40×52,5, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, (particolare)

Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia dal 22 marzo al 29 giugno 2014 è in programma la mostra antologica del pittore seicentesco Carlo Saraceni, ideata da Rossella Vodret e curata da Maria Giulia Aurigemma e Roberta Battaglia.

Il Saraceni fu uno dei più precoci e importanti interpreti di Caravaggio e contribuì alla diffusione del linguaggio caravaggesco offrendone sempre un’interpretazione molto originale, caratterizzata dal vivido cromatismo intriso di luce della grande tradizione cinquecentesca veneta.

L’esposizione comprende una sessantina di opere, tra cui non mancano le principali commissionate al pittore da alcune tra le più influenti famiglie romane, come il Riposo dalla Fuga in Egitto dell’Eremo dei camaldolesi, eseguito per la famiglia Aldobrandini che aveva portato al soglio pontificio (dal 1592 al 1605) un suo esponente Clemente VIII, e i dipinti eseguiti per alcune delle più importanti congregazioni ecclesiastiche straniere, come quella iberica di Sant’Adriano in Vaccino e quella tedesca di Santa Maria dell’Anima per la quale dipinse due autentici capolavori presenti in mostra.

Una sezione della mostra è dedicata a illustrare il legame di Saraceni con alcuni giovani artisti veronesi, scesi a Roma attorno alla metà del secondo decennio del Seicento, che collaborarono con il pittore in alcune imprese decorative (cappella Ferrari in Santa Maria in Aquiro e Sala Regia al Quirinale). Tra loro: Marcantonio Bassetti con il Paradiso e il Sant’Antonio che legge, eseguito al tempo del rientro a Verona (intorno al 1620-1621), suggestionato dall’Estasi di San Francesco di Saraceni; Alessandro Turchi detto l’Orbetto, presente con la Resurrezione di Lazzaro e la Liberazione di San Pietro. Di Antonio Giarola si espone il Miracolo della mula. Infine è presente anche Pietro Bernardi con la pala Sacra Famiglia con S.Gioacchino e S.Elisabetta.

Arricchiscono la mostra veneziana alcune opere come il disegno raffigurante Andromeda del Cavalier d’Arpino posto a confronto con il piccolo dipinto giovanile di Saraceni di analogo soggetto; lo splendido San Rocco accostato al San Girolamo di Jacopo Bassano; il dipinto della Maddalena penitente da accostare alle altre due versioni dello stesso soggetto.

Come testimoniano alcune fonti letterarie, l’artista rientrò in laguna chiamato dalla Serenissima per compiere un telero con Il Doge Dandolo incita le crociate per la Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, destinato a sostituire un dipinto tintorettesco di soggetto analogo che si era danneggiato. Il telero fu ideato e forse impostato dal pittore veneziano, ma venne compiuto e firmato, dopo la sua morte, dal francese Jean Le Clerc, suo allievo negli ultimi anni romani e trasferitosi con lui a Venezia.
In mostra si trova esposto il testamento dell’artista, redatto in casa Contarini dove morì, conservato nell’Archivio di Stato di Venezia. È presente, inoltre, il volumetto commemorativo Dogliose lacrime della Biblioteca Marciana, scritto dal religioso Maurizio Moro in morte del pittore e dedicato a Giorgio Contarini, mecenate di Saraceni.

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