Monza | Oltre lo sguardo, in mostra gli scatti di Steve McCurry

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Cammelli e giacimenti di petrolio, Kuwait, 1991, ©Steve McCurry

Cammelli e giacimenti di petrolio, Kuwait, 1991, ©Steve McCurry

«So già che questa foto sarà citata nella prima riga del mio necrologio. Be’, meglio essere ricordati per qualcosa che per nulla». Così diceva Steve McCurry riferendosi alla sua immagine più famosa, la ragazzina pashtun con gli occhi verdi smeraldo, avvolta da una veste rosso rubino, che guarda dritta, seria verso l’obiettivo: Sharbat Gula, la “Ragazza afghana”, nel campo profughi di Nasir Bagh, nei pressi di Peshawar, in Pakistan. I colori sono quasi dipinti: il verde sfocato, morbido, teloso, dello sfondo; il manto rosso, dalla tinta di un vino complesso e strutturato. In alcuni punti è sgualcito lasciando intravedere un verde acceso, saturo, che richiama il colore degli occhi. Già, gli occhi, vivi accesi, puntano l’obiettivo, lo superano, arrivano ai nostri occhi. Quale anima si cela dietro quelle sfere accese di verde?
Infine, il viso che rivela la pelle di una donna matura, una bambina che non ha avuto il tempo di essere bambina, come se da sempre, in modo immutabile, quel volto rivelasse allo scatto i segni della fatica, del lavoro, forse anche della sofferenza.
Se la guardi con più attenzione per qualche secondo, se accetti la sfida di lasciarti puntare dritto negli occhi dalla ragazza, vedi la dignità condensata in uno sguardo. Come se si fosse reincarnata in un altro luogo ed in altri anni la Mother migrant di Dorothea Lange. Immagini così diverse nello stile e nella composizione, che accolgono però lo stesso sentimento della dignità: lì, stampato sulla pellicola, sui loro occhi.
Questa foto è ormai troppo presente nell’immaginario collettivo; è la foto che ogni fotografo sogna di scattare, la bambina che ogni viaggiatore che atterra in posti lontani immagina di poter incontrare. Ed è inevitabile, quando si parla di Steve McCurry, pensare alla sua immagine più conosciuta.

Dal 30 ottobre 2014 una mostra presso la Villa Reale di Monza darà l’occasione di ammirare i capolavori di McCurry. L’esposizione è curata da Biba Giacchetti e Peter Bottazzi ed è promossa da Nuova Villa Reale di Monza e organizzata da Civita e SudEst57.
Il lavoro dell’artista viene presentato evidenziando una nuova chiave di lettura che, a partire dai suoi inimitabili ritratti, si spinge “oltre lo sguardo”, alla ricerca di una dimensione quasi metafisica dello spazio e dell’umanità.
Partendo dagli ultimi suoi lavori, come il calendario Pirelli 2013 e il progetto The last roll realizzato con l’ultimo rullino prodotto da Kodak, oltre alle immagini dei tanti viaggi compiuti negli anni recenti, dall’India alla Birmania, dall’Afghanistan alla Cambogia, ma anche in Giappone, in Italia, in Brasile, in Africa, la mostra presenta molte opere nuove, alcune mai esposte prima, insieme ai grandi classici che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Una grande occasione per approfondire la vita e l’attività del maestro, scoprendo gli aspetti avventurosi, la grande serietà nel lavoro che lo hanno portato più volte a rischiare la vita, l’amore per il viaggio, il mondo ed i suoi colori. McCurry, piaccia o no, è un esteta del colore, non inteso come puro artifizio per attrarre lo sguardo o come elemento meramente decorativo. Il colore in McCurry è sostanza ed interpretazione, una forma fotografica di “real pop”, con la quale tramite un linguaggio visivo popolare, accessibile a tutti, egli racconta il mondo, le sue diversità, le sue bellezze e le sue sofferenze, sempre davanti, in prima linea. Una sensibilità che sa usare l’inquadratura, che, pur rendendo estremamente piacevole la superficie, scende in profondità, come nei suoi ritratti, in cui mostra, in quei volti così carichi di tonalità cromatiche, la grande dignità e la variegata universale bellezza dell’umanità: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».

Fino al 6 aprile 2015 saranno esposte circa 150 immagini di grande formato, con una audioguida a disposizione di tutti i visitatori, e una serie di video nei quali, in prima persona, l’artista racconta le immagini esposte, i suoi viaggi e il suo modo di concepire la fotografia.

Diego Pirozzolo

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