“Due giorni, una notte”, un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne

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Immagine tratta dal film Due giorni una notte

Gli elementi di spicco della produzione dei Dardenne sono quelli di sempre, a ribadire la continuità e la coerenza di un discorso squisitamente autoriale.
Quello dei due registi belgi è sempre stato un cinema d’impegno civile, teso a esplorare le tensioni del presente e a riflettere sulle situazioni di disagio sociale, ma capace altresì di coniugare insieme rigore etico e rigore di stile. L’impressione di naturalezza e spontaneità che offrono i loro film è dovuta a una messa in scena spoglia, di severa e lucida eloquenza, ignara di facili estetismi e priva di concessioni alla retorica tribunizia.

È stato notato tuttavia come da qualche tempo le pellicole dei Dardenne presentino aspetti di novità. Indubbiamente, da Il matrimonio di Lorna, le scelte di regia si sono mostrate meno radicali e meno intransigenti che in passato. In Due giorni, una notte in particolare è possibile ravvisare una luminosità e una fluidità che hanno qualcosa di inedito (invero, un’analoga leggerezza era già avvertibile nel Ragazzo con la bicicletta). L’intenzione naturalistica e documentaria non esita oggi a contaminarsi con i registri del cinema di genere: l’impianto drammaturgico costrittivo e ripetitivo dell’ultima pellicola, la suspense continuamente alimentata circa l’esito della vicenda, i colpi di scena a ripetizione della parte finale, fanno del film una sorta di thriller morale, laddove altri momenti del racconto (le crisi depressive di Sandra, i suoi rapporti con Manu) sono riconducibili alle coordinate espressive del melodramma intimista. Anche il ricorso a un’attrice di grido come Marion Cotillard (che qui peraltro si astiene da ogni artificio di recitazione) è significativo di una cauta apertura verso un cinema di respiro più popolare e tradizionale.

Due giorni, una notte torna a descrivere la storia di una donna in lotta contro il mondo. Sandra si batte con l’ostinazione che hanno sempre le eroine dei Dardenne per conservare il proprio posto di lavoro, ovvero per riappropriarsi di un’identità sociale che le consenta di tornare a essere se stessa, accettarsi, recuperare la stima di sé. La sua paura è di cedere al richiamo insidioso della rassegnazione e scivolare di nuovo nello stato depressivo da cui è appena uscita (ma da cui forse non si è del tutto liberata). A differenza delle altre eroine dei Dardenne, Sandra, nella sua battaglia, non è affatto sola: può contare sulla presenza di un marito comprensivo e attento, e sul sostegno di quanti tra i compagni di lavoro hanno deciso sin da subito di schierarsi dalla sua parte.
Ma non tutti coloro che Sandra interpella nel corso del week end si mostrano con lei solidali. Non tutti accettano di perdere il premio di produzione di mille euro per consentirle di tornare a lavorare in azienda. Ci sono anche quelli che a quel denaro non vogliono proprio rinunciare, o che, più semplicemente, non possono permettersi di farlo. In tempi di crisi economica, la solidarietà di classe è divenuta una merce rara, un lusso consentito a pochi.

La pellicola si sottrae a ogni semplificazione manichea. Essa non giudica e non condanna. Ciascuno ha le sue buone ragioni. Anche il dirigente dell’azienda, che deve tener conto dei meccanismi della competitività e del profitto economico. Anche l’odioso caporeparto, che deve in ogni caso garantire la piena efficienza sul lavoro. Laddove il malessere sociale diviene una guerra tra poveri, distinguere tra buoni e cattivi si rivela un esercizio infruttuoso. Sono piuttosto le leggi del neocapitalismo selvaggio a costringere quei lavoratori a scegliere tra generosità e necessità materiali: un dilemma morale arduo, che può indurre chi è chiamato ad affrontarlo alle reazioni più diverse, talora scomposte e contraddittorie. Ci sarà allora autentico disagio, imbarazzo, rincrescimento, vergogna in quelli che hanno deciso di ignorare le esigenze della compagna di lavoro. Ma sarà soprattutto la paura della miseria a rendere quegli individui egoisti, vili, meschini, astiosi, persino violenti.
Nella sua fragilità interiore, Sandra arriva a comprendere le ragioni degli altri. Al termine del suo percorso potrà sentirsi in ogni caso più forte e sicura di sé. Essa ha capito infatti che per lei l’importante era soprattutto battersi, e riconoscersi nello sguardo complice di chi ha scelto di restare al suo fianco. Solo in tal modo le sarà concesso di ritrovare finalmente se stessa, la propria dignità di persona.

Nicola Rossello

Scheda film

Titolo: Due giorni, una notte
Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Cast: Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salée, Baptiste Sornin, Alain Eloy, Myriem Akheddiou, Fabienne Sciascia, Timur Magomedgadzhiev, Hicham Slaoui, Philippe Jeusette, Yohan Zimmer, Christelle Cornil, Laurent Caron, Franck Laisné, Serge Koto, Morgan Marinne, Gianni La Rocca, Ben Hamidou, Carl Jadot, Olivier Gourmet, Sabine Raskin
Durata:  95 minuti
Genere: Drammatico
Distribuzione: BIM Distribuzione
Uscita:  13 novembre 2014

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