Salgado, a Palazzo Ducale di Genova la mostra “Genesi”

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Arizona, USA, 2010, © Sebastião Salgado / Amazonas Images/Contrasto

Arizona, USA, 2010, © Sebastião Salgado / Amazonas Images/Contrasto

Sono dune che formano sinuose curvature di grigi abbaglianti e di suggestive ombre. Si attraversano canion scavati dal tempo, dall’acqua e da altre forze della natura che si estendono a vista d’occhio e proseguono verso la fine della fotografia, facendosi spazio nell’immaginazione catapultata in quel territorio incontaminato.
Volumi concavi e convessi esaltati dalla luce, come se la natura stessa nella sua meravigliosa varietà avesse agito paziente con mano borrominiana a disegnare il paesaggio. Si osservano uomini, nitidamente ripresi dall’obiettivo di Salgado, muoversi dietro fumose sfumature di toni di grigio, di bruma, di ambienti che pulsano e vivono. Questo è Genesi, l’ultimo lavoro del maestro fotografo Sebastião Salgado. Oltre 200 fotografie esposte per la prima volta a Genova presso il Palazzo Ducale, che testimoniano, attraverso la straordinaria capacità di visione del fotografo, luoghi affascinanti e quasi incontaminati.

La mostra raccoglie opere frutto di un viaggio durato 8 anni tra le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea, fino ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa per arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia.
Un bianco e nero a tratti carico ed a tratti sfumato, con inquadrature che si avvicinano e si allontanano, linguaggi visivi di cui si serve il fotografo per restituirci tutta la vitalità di un mondo che vive dietro ogni singola pietra, dietro ogni gesto di animale o persona  perfettamente a suo agio in questi ambienti ed in perfetto equilibrio con la natura.

Dichiara Salgado: «Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all’aria, all’acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’addomesticamento e sono ancora “selvagge”; alle remote tribù dagli stili di vita “primitivi” e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane. Questo viaggio – prosegue Salgado – costituisce un tentativo di antropologia planetaria. Inoltre, ha anche lo scopo di agire da monito affinché si cerchi di preservare e se possibile ampliare questo mondo incontaminato, per far sì che sviluppo non sia sinonimo di distruzione. Finora avevo fotografato un solo animale, l’uomo, poi ho preso la decisione di intraprendere questo progetto e di andare a vedere il Pianeta spinto da un’enorme curiosità di vedere il mondo, conoscerlo».

Una mostra che offre allo spettatore la possibilità di riflettere sul nostro modello di vita e sulla necessità di preservare il pianeta, grazie all’autentica bellezza delle immagini, alla loro vitalità, alla forza intrinseca che arriva a chi visita l’esposizione.
«Non è solo una ricerca estetica – afferma Salgado – ma anche etica e spirituale in un certo senso, un modo per dire soprattutto alle nuove generazioni che il Pianeta è ancora vivo e va preservato. Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo è ancora come il giorno della genesi, insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia».

Curata da Lélia Wanick Salgado e prodotta da Civita su progetto di Contrasto e Amazonas Images, la mostra rimarrà aperta al pubblico dal 27 febbraio al 26 giugno 2016.

Diego Pirozzolo

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