La flotta perduta di Kubilai Khan – Mostra al MAO di Torino

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La flotta di Kubilai KhanKubilai Khan, Imperatore della Cina e nipote del più noto Gengis, nel 1281 tentò di invadere il Giappone con una flotta di circa mille imbarcazioni e quarantamila uomini.
Ma un improvviso e violentissimo tifone fece affondare le imbarcazioni. La terribile tempesta, che venne considerata provvidenziale dai giapponesi, fu appunto ribattezzata kamikaze, il “vento divino”.
La spedizione archeologica dell’IRIAE (International Research Institute for Archaeology and  Ethnology), realizzata  in collaborazione con l’ARIUA  (Asian Research Institute for Underwater Archaeology), ha riportato alla luce dopo sette secoli la maestosa flotta nelle acque dell’isola di Takashima, regione del Kyushu, nel sud del Giappone.

A tale spedizione archeologica viene ora dedicata la mostra “La flotta perduta di Kubilai Khan“, realizzata in collaborazione con l’IRIAE e curata da Jada Mucerino.
L’esposizione, aperta al pubblico dal 22 ottobre al 20 novembre 2016 al MAO – Musero d’Arte Orientale di Torino, presenta 36 fotografie di grande formato e diversi video.
Gli scatti dei giornalisti e fotografi Marco Merola e David Hogsholt, realizzati in occasione di un reportage poi pubblicato dal prestigioso magazine internazionale Terra Mater, hanno colto i momenti di scavo subacqueo, di recupero dei materiali e di ‘vita’ della missione più suggestivi. Insieme alle stampe vengono presentati alcuni filmati montati da Fabio Branno, Cinemax Studio, che hanno il compito di trascinare il pubblico nel Giappone profondo, mostrando l’area interessata dalla spedizione e, soprattutto, facendo vivere in differita le emozioni vissute dagli archeologi nei sette anni di attività sul campo.

La spedizione in Giappone, finanziata e sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, diretta per parte italiana dal Presidente dell’IRIAE Daniele Petrella e per parte giapponese dal Presidente dell’ARIUA Hayashida Kenzo, ha permesso di scrivere un’importante pagina di storia, svelando quello che era considerato uno dei dieci grandi misteri dell’archeologia.

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