Viaggio in Mesopotamia all’origine della scrittura – Mostra a Venezia

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Mostra "Prima dell'alfabeto. Viaggio in Mesopotamia all'origine della scrittura"A Palazzo Loredan di Venezia dal 20 gennaio al 25 aprile 2017 sarà possibile visitare la mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia all’origine della scrittura”, a cura del prof. Frederick Mario Fales (Università degli Studi di Udine).

L’esposizione conduce il visitatore nella Terra dei Due Fiumi, in un universo di segni, simboli, incisioni ma anche di immagini e racconti visivi che testimoniano la nascita e la diffusione travolgente della scrittura cuneiforme, rivelandoci nel contempo l’ambiente sociale, economico e religioso dell’Antica Mesopotamia.

Culla di civiltà straordinarie, la terra di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi viene raccontata e svelata grazie all’esposizione di quasi 200 preziose opere della Collezione Ligabue. Si tratta soprattutto di tavolette cuneiformi e di numerosi sigilli cilindrici o a stampo, ma anche sculture, placchette, armi, bassorilievi, vasi e intarsi provenienti da quell’antico mondo.
A questi oggetti si affiancano importanti prestiti del Museo archeologico di Venezia e del Museo archeologico di Torino: dal primo, bellissimi frammenti di bassorilievi rinvenuti dallo scopritore della mitica Ninive, Austen Henry Layard, che nell’ultimo periodo della sua vita si era ritirato proprio a Venezia, a Palazzo Cappello Layard (donò i suoi oggetti alla città nel 1875); dal secondo un frammento di bassorilievo assiro fortemente iconico raffigurante il re Sargon II, scoperto nel 1842 da Paul Emile Botta – console di Francia a Mosul – e da lui donato al re Carlo Alberto.

Una collezione di altri tempi, come ama sottolineare il prof. Fales, quella messa insieme da Giancarlo Ligabue, imprenditore ma anche archeologo, paleontologo e grande esploratore scomparso nel gennaio 2015. Collezione straordinaria non solo per entità, qualità e per l’importanza storica di questi e altri materiali, ma in quanto testimonianza di un collezionismo rispettoso dei luoghi che pure Giancarlo studiava e delle istituzioni, della ricerca e del sapere; un collezionismo appassionato, diretto a preservare la memoria e non a defraudare le culture con altri fini.

Dai primi pittogrammi del cosiddetto proto-cuneiforme, rinvenuti a Uruk  – annotazioni a sostegno di un sistema amministrativo e contabile già strutturato – all’introduzione della fonetizzazione (dai “segni-parola” ai “segni-sillaba”) la scrittura  cuneiforme, con le sue evoluzioni, si sviluppò e si diffuse con estrema rapidità anche in aree lontane: dalla città di Mari sul medio Eufrate a Ebla nella Siria occidentale, a Tell Beydar e Tell Brak nella steppa siro-mesopotamica settentrionale.
Abili scribi vennero formati per redigere documenti grazie a segni ormai classificati e vere e proprie scuole furono istituite nei diversi centri, per insegnare a nuovi funzionari a leggere e scrivere.
Centinaia di migliaia di tavolette di argilla – la materia prima della terra mesopotamica – hanno dato vita ad autentici archivi e biblioteche, in un mondo che aveva compreso il valore e il potere della scrittura: tavolette con funzioni contabili-amministrative, tavolette giuridiche, storiografiche, religiose e celebrative, o addirittura letterarie, racchiudono le storie, i lavori, i pensieri e i ritratti di uomini e re vissuti tremila anni prima di Cristo.
Il loro ritrovamento, e soprattutto la comprensione di quegli affascinanti segni, ci hanno aperto gli occhi sul passato.

Poco prima del 100 d.C. il babilonese – il dialetto accadico più longevo – sparisce definitivamente soppiantato dall’aramaico e dal greco e con esso se ne va la conoscenza del cuneiforme.
Bisognerà attendere diciassette secoli, fino alla metà dell’Ottocento, per riconquistare la coscienza di quanto scritto sulle tavolette della Mesopotamia antica.

In mostra le preziose tavolette raccontano di commerci di legname o di animali (pecore, capre, montoni o buoi), di coltivazioni di datteri e di orzo per la birra, di traffici carovanieri tra Assur e l’Anatolia, di acquisti di terreni e di case con i relativi contratti e le cause giuridiche; celebrano Gudea signore possente, principe di Lagash, promotore di grandi imprese urbanistiche e architettoniche; prescrivono le cure per una partoriente afflitta da coliche, con incluso l’incantesimo da recitare al momento del parto, o testimoniano l’adozione di un bimbo ittita da parte di una coppia o, ancora,  le missive tra prefetti di diverse città-stato.

Accanto alle tavolette, placchette e intarsi, in osso, in conchiglia, in oro o in avorio, bassorilievi e piccole figure, raffinati oggetti artistici e d’uso comune, ma soprattutto tanti, importanti sigilli.
Creati per registrare diritti di proprietà e apposti fin dal periodo Neolitico sulle cerule – sorta di ceralacca a garanzia della chiusura di merci e stoccaggi – i sigilli, con l’avvento della scrittura, vengono apposti sulle tavolette o sulle buste di argilla (utilizzate fino al I millennio) per autenticare il documento, garantendo la proprietà di un individuo, il suo coinvolgimento in una transazione, la legalità della stessa. Come spiegato dall’archeologa Roswitha Del Fabbro, essi prima indicavano l’amministrazione, come oggi il timbro di un Comune, e col tempo vennero a rappresentare il singolo individuo, riportandone il nome, giungendo magari a presentare l’iscrizione di una preghiera.

Ma il valore intrinseco dei sigilli cilindrici è dato dal fatto che essi erano generalmente realizzati in pietre semipreziose provenienti da luoghi molto lontani: i lapislazzuli – importati dal lontano Badakhshan, nell’odierno Afghanistan nord orientale, celebre per le miniere descritte anche da Marco Polo – l’ematite, la cornalina, il calcedonio; ma anche agata, serpentino, diaspro rosso o verde, cristallo di rocca. Per questo i sigilli furono spesso riutilizzati, diffondendosi anche come amuleti con valore apotropaico, ornamenti, oggetti votivi: veri status symbol talvolta indossati dai proprietari con una catenina o montati su spilloni.

Nei sigilli cilindrici, in pochi centimetri, accanto alle iscrizioni venivano realizzati motivi iconografici sempre più raffinati, differenziati per periodi e aree geografiche. Sfilate di prigionieri davanti al re, scene di lotta tra eroi e animali, processioni verso il tempio, raffigurazioni di guerra e di vita quotidiana, donne-artigiane accovacciate, grandi banchetti, racconti mitologici: l’evoluzione stilistica, la raffinatezza delle incisioni diventano nel tempo sempre più evidenti.

In epoca accadica gli intagliatori di sigilli prestano attenzione alla resa naturalistica del corpo umano e di quello animale, curano la narrazione, la simmetria, l’equilibrio, la drammatizzazione. Si individuano e si susseguono nel tempo stili e tecniche anche con l’introduzione del trapano e della ruota tagliente, a scapito della manualità.

Attraverso una didattica puntuale, apparati multimediali innovativi e interattivi e riproduzioni tattili, il pubblico può godere della bellezza di questi oggetti e leggere e comprendere le storie ivi narrate, riscoprendo i simboli e i miti di una civiltà sulla quale si è fondata la cultura occidentale.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Giunti al quale hanno contribuito per i testi anche Roswitha Del Fabbro, Stefano de Martino, Paolo Matthiae, Piergiorgio Odifreddi e David I. Owen, con il coordinamento editoriale di Adriano Favaro.

L’esposizione è promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue presieduta da Inti Ligabue, patrocinata dalla Regione del Veneto e dalla Città di Venezia.

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