Dipinti e incisioni di Maria Candeo in mostra a Padova

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 Maria Candeo, Residui sterili di lavorazione del rame canalizzati nel fiume, New Mexico, acrilico, olio su tela, cm.100x100, 2016 Maria Candeo, Residui sterili di lavorazione del rame canalizzati nel fiume, New Mexico, acrilico, olio su tela, cm.100x100, 2016 A Padova, nella Sala della Gran Guardia, è in programma, dal 25 febbraio al 26 marzo 2017, la mostra Dro Drone Land, personale di Maria Candeo curata da Enrica Feltracco.

L’esposizione presenta 30 opere recenti dell’artista padovana, la cui cifra espressiva risiede nel tradurre e rimodulare immagini di paesaggio, riprese dai satelliti e dai droni, in dipinti, monotipi e grafiche.

La ricerca di Maria Candeo, infatti, prende avvio dalla visione dall’alto, ovvero dalle fotografie scattate dai satelliti, attualizzando in un’ottica contemporanea la rappresentazione ‘a volo d’uccello’, propria dell’arte antica.

L’artista usa queste immagini come modello da riportare sulla tela o sulla lastra d’incisione, attraverso un lungo e attento processo fatto di texture sovrapposte, di delicate velature o di accostamenti cromatici molto studiati. Il paesaggio ritratto dal satellite, benché sfugga a ogni caratterizzazione geografica e a ogni tentativo di tracciare linee nette tra solidi e liquidi, tra terre emerse, fiumi, minerali, scarti di lavorazione, riesce a cogliere alcuni elementi che segnano il passaggio dell’uomo, come le strade, i campi coltivati intensivamente, gli impianti di bonifica, i complessi industriali. Compare la desertificazione, l’antropizzazione spinta, la Terra trasformata e ferita con le sue cicatrici industriali.

L’arte di Maria Candeo si immerge in tutto questo e documenta quanto questo processo si sia ormai spinto verso una deriva difficilmente recuperabile.

Nelle sue opere più recenti, la visione satellitare si abbassa e lascia spazio a quella più prossima del drone. Si riconoscono le strade percorse dalle pattuglie degli eserciti nelle missioni in Afghanistan, i vulcani trasformati in colori luminescenti dalle fotocamere termiche, le lottizzazioni ai confini delle terre aride, le discariche minerarie, gli scarichi industriali, le velme e le barene della laguna di Venezia.

Sono queste le suggestioni che guidano la mano di Maria Candeo, sia quando si affida ai pigmenti e all’olio, sia quando graffia la lastra, per riportare, a monito per le generazioni future, le pesanti e pericolose alterazioni del territorio o meglio, le cicatrici lasciate dall’intervento dell’uomo sul pianeta.

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