Cesare Leonardi: Strutture – Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova

Cesare Leonardi P14, serie Solidi, 1998–1999. Pannello di abete a tre strati È dedicata al lavoro di Cesare Leonardi (Modena, 1935) la mostra che fino al 17 aprile 2017 è aperta al pubblico al Museo d’Arte ContemporaneaVilla Croce – di Genova.

Architetto e fotografo, nel corso di una carriera professionale durata più di quarant’anni, Leonardi ha continuamente messo in discussione il confine tra progettazione e pratica artistica. Nonostante il successo dei primi oggetti di design (come la poltrona Dondolo disegnata con Franca Stagi nel 1967, selezionata per la celebre esposizione Italy: The New Domestic Landscape al MoMA) la maggior parte dell’opera di Leonardi è ancora poco conosciuta.

La mostra, a cura di Joseph Grima e Andrea Bagnato e organizzata con l’Archivio Leonardi, mette in luce la dimensione personale e allo stesso tempo poliedrica della sua produzione.

Il percorso espositivo mette a fuoco tre macro campi d’indagine – sedie, ombre, alberi – che Cesare Leonardi ha affrontato in scale molto diverse a distanza di anni.

In parallelo ai noti lavori di design in vetroresina, negli anni Sessanta Leonardi e Stagi iniziano un progetto ventennale dedicato al disegno degli alberi, pubblicato nel volume L’Architettura degli Alberi (1982).
Il risultato, poetico e ossessivo, comprende oltre 360 tavole a china e va molto oltre l’intenzione iniziale. Punto focale della mostra è una serie di oltre cinquanta di questi disegni originali.
Lo studio sistematico degli alberi, attraverso una vastissima indagine fotografica che Cesare Leonardi ha condotto viaggiando in tutto il mondo, è propedeutico ad una serie di progetti per il paesaggio basati sull’idea di una struttura non gerarchica (e potenzialmente infinita) che regola la posizione di ogni elemento nello spazio.

A partire dagli anni Ottanta, in risposta alla crisi petrolifera che rende insostenibile la produzione in vetroresina, Cesare Leonardi inizia a lavorare con il legno usando semplici tavole gialle da cantiere.
Decontestualizzati e scomposti secondo schemi sempre più complessi, questi pannelli danno origine ai pezzi di arredamento della serie Solidi, vere e proprie sculture in cui Leonardi manifesta il tema dell’infinita variazione delle parti.
Similmente, la fotografia informa e accompagna l’intera carriera di Leonardi, riflettendo sia il suo interesse per la forma astratta che il modo di lavorare analogico, basato sull’iterazione e sulla sequenza.

Cesare Leonardi è nato a Modena nel 1935. Dopo la laurea in architettura a Firenze nel 1970, apre a Modena uno studio di progettazione insieme a Franca Stagi. Lo studio realizza diversi progetti di interni, architettonici, e paesaggistici, ad esempio il Centro Nuoto di Vignola (1975) e la Città degli Alberi di Bosco Albergati (1998). In parallelo Leonardi continua a sperimentare con la fotografia e la stampa in camera oscura. Tra i suoi libri ricordiamo L’Architettura degli Alberi (Mazzotta, Milano 1982), Il Duomo di Modena. Atlante fotografico (Panini, Modena 1985) e Solidi/Solids (Logos, Modena 1995).
Le opere di Leonardi sono nella collezione permanente di diverse istituzioni internazionali tra cui il Museum of Modern Art di New York e il Victoria and Albert Museum di Londra.

Mondocleto. Il design di Cleto Munari in mostra a Palazzo Chiericati di Vicenza

Cleto Munari: Collezione Micromacro. designer Alessandro MendiniMondocleto. Il design di Cleto Munari ” è il titolo della mostra che, dal 18 marzo al 10 giugno 2017, resterà aperta al pubblico a Palazzo Chiericati, dimora palladiana di Vicenza che custodisce la Pinacoteca civica.
L’eposizione presenta le creazioni di questo designer che in 40 anni di attività ha portato il suo marchio e il nome della sua città in giro per il mondo.

Le sale del museo, recentemente rinnovato in uno straordinario percorso artistico, ospitano in permanenza pitture e sculture dal Gotico al Novecento.
In uno scenografico allestimento, 100 opere di Cleto Munari racconteranno la sua storia, la sua passione per la bellezza nelle forme dell’arredo, del gioiello, della moda.

La mostra, accompagnata dal volume ”Atlante Cleto Munari“ di Liborio Termine e Giò Dardano, pubblicato da Silvana Editoriale, è patrocinata dal Comune di Vicenza.
Negli stessi giorni della mostra a Vicenza, villa Pisani Bonetti Bedeschi a Bagnolo di Lonigo ospiterà una seconda selezione di opere di Cleto Munari, in particolare una preziosa collezione di vasi nella loggia centrale e alcuni arredi nelle sale laterali.

Cleto Munari nasce a Gorizia, ma è vicentino d’adozione. La sua storia di designer ha inizio negli anni ‘70 quando, dagli incontri con alcuni personaggi importanti nel mondo dell’architettura nacque la sua grande passione per l’arte e il design. Il decennio che va dal 1970 al 1980 fu per Munari un periodo di grande innovazione e ricerca stilistica.
Tra le innumerevoli collaborazioni intraprese, riveste un ruolo chiave quella con il maestro Carlo Scarpa e l’amico architetto Ettore Sottsass, che lo inspirarono e gli lasciarono in eredità il gusto per la bellezza.
Del 1982 è la prima raccolta di “Argenti Cleto Munari”, disegnati da Gae Aulenti, Mario Bellini, Carlo Scarpa, Ettore Sottsass, Vico Magistretti, Hans Hollein, Alessandro Mendini, che furono esposti nei più importati Musei e Gallerie d’arte contemporanea del mondo.
Nel 1985 Cleto Munari presenta la prima collezione di “Gioielli”, circa 250 preziosi disegnati da architetti di tutto il mondo.
Nel 1987 nasce la collezione “Orologi Cleto Munari”: sono realizzati in pochissimi esemplari in oro e diamanti e firmati da 4 architetti.
Risale agli anni 1990-2005 la serie di collezioni di “Vetri di Murano” – un periodo nel quale Munari abitò a Venezia – nei quali gli artisti si cimentarono su nuove progettualità vetrarie. Del 2004 è la collezione “Penne Cleto Munari”: 5 penne realizzate da 5 designers (una di Munari stesso) gemellate e firmate da cinque Nobel della Letteratura.
Del 2008 è la collezione “I Magnifici 7”. Dell’anno successivo è la collezione “Arredo” i cui primi pezzi saranno disegnati da Alessandro Mendini.
Del 2012 è la collezione “Art Carpets”, circa 30 modelli di tappeto realizzati completamente a mano in Turchia nel rispetto delle più antiche tradizioni manifatturiere.
Del 2013 è la realizzazione dei primi prototipi di oggetti in pelle con la realizzazione di borse dai colori e della forme dirompenti e allegre, come sono carattere e stile di Munari.
Del 2016 l’ultima preziosa collezione di “Gioielli del nuovo millennio”.

Antò: quando il design sposa l’arte, mostra a Milano

Antò (da sinistra Antonia ‘Neto’ Campi e Antonella Ravagli)La Galleria Fatto ad Arte di Milano presenta, dal 9 al 30 marzo 2017, la mostra ” Antò: quando il design sposa l’arte “, un omaggio a due donne della ceramica: Antonia ‘Neto’ Campi e Antonella Ravagli.

La prima è designer, ceramista classe 1921 (Compasso d’Oro alla Carriera nel 2011) e pioniera nella cultura del progetto, la seconda, artista ceramista è del 1963.
Un sodalizio nato nel 2011, tra due personalità creative apparentemente distanti tra loro, ma con un DNA comune, la ceramica, che ha visto nascere e sviluppare una forte e prolifica empatia progettuale e produttiva. Un linguaggio comune che modula e fonde alla perfezione da un lato il senso della composizione e dell’armonia e la propensione verso l’oggettistica della Campi e dall’altro la matericità e il grande formato proprio dell’energia artistica della Ravagli.

La produzione di Antò (acronimo di Antonia ‘Neto’ Campi e Antonella Ravagli) s’inserisce perfettamente nel percorso di valorizzazione dell’artigianato artistico italiano.
Il duo è riuscito a creare, rigorosamente a quattro mani, un’articolata serie di progetti definendo un proprio linguaggio, frutto del confronto e dell’incontro tra due esperienze professionali ed espressive differenti, ma che hanno generato una nuova grammatica e sintassi.

In più di cinque anni molte opere sono state realizzate: dalla piccola serie, alla maquette fino al pezzo unico.
In mostra varie testimonianze: dai primi medaglioni, tondi modellati con le particolari argille della Ravagli e decorati con i ‘segni’ della Campi, alla serie dei libri, di differenti dimensioni, progettati da quest’ultima con le lettere intagliate dell’altra; dai quadri/tappeto, veri e propri quadri materici in cui la terracotta si mescola al gesso dando vita a campiture cromatiche irregolari e astratte, ai fiori pensati sia come opere d’arte a formare una installazione sia come centri tavola e vasi; per finire con la Scultura da viaggio in serie numerata e le Colonne, sistema modulare autoportante, che può comporre sculture di grande formato e quindi opere d’arte, ma anche creare una soluzione d’arredo decorativo e funzionale.

L’esposizione è a cura di Anty Pansera.

Designing Africa, a Cantù la mostra di Carlotta Modica Amore

Carlotta Modica Amore, Woodoo Mask, 2016, plastica, corde e piume, 26x25 cmIl Teatro comunale San Teodoro di Cantù (CO) ospita, dal 12 febbraio al 12 marzo 2017, la mostra personale della giovane designer e artista Carlotta Modica Amore dal titolo Designing Africa, a cura di Elisa Fusi.

In esposizione una selezione di sei installazioni di design pensate e realizzate dall’artista: tre lampade da terra che raffigurano figure totemiche africane, due arazzi di tessuto e vetro e Woodoo Mask, una singolare maschera tribale realizzata trasformando la tradizionale destinazione d’uso di uno sgabello in plastica in un supporto artistico, decorato con corde e piume.

Quello di Carlotta Modica Amore è un design che non si limita a creare solamente degli oggetti d’arte ma si identifica con un’attitudine, un modo singolare di approcciare la creazione e il progetto. L’artista costruisce, infatti, una narrazione che in questa mostra pone le basi nell’intreccio di differenti passioni: la storia e l’evoluzione del design, il tema del viaggio, la cultura africana, l’antropologia, il tema del riuso.

Designing Africa è, infatti, un approccio antropologico alla cultura artistica, decorativa e iconografica africana, che non si limita alla riproposizione di uno stilema ma rielabora e filtra le influenze ricevute. Un lavoro che gioca sulla linea di confine tra arte e design senza mai pienamente corrispondere a una delle due discipline ma prendendo dalla prima uno spirito eversivo e critico e dalla seconda la possibile funzionalità dell’oggetto.

Le opere esposte si caratterizzano per una lavorazione artigianale con i materiali più disparati, dalla lana al cotone, dal vetro alla corda da arrampicata.
Al recupero dell’artigianalità si associa anche il recupero degli scarti e il riuso di materiali non convenzionali.

L’esposizione nasce dalla collaborazione tra il teatro San Teodoro di Cantù e l’associazione A.c.g. – Azione Coinvolgimento Giovani di Mariano Comense (Co).

Mario Bellini. Italian Beauty – Mostra alla Triennale di Milano

Mario BelliniAlla Triennale di Milano dal 19 gennaio al 19 marzo 2017 è aperta al pubblico la mostra “ Mario Bellini. Italian Beauty “, a cura di Deyan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra, Ermanno Ranzani (architettura) e Marco Sammicheli (design).

La retrospettiva si inaugura esattamente a trent’anni di distanza da quella a lui dedicata dal MoMA di New York nel 1987, che dava conto della sua attività di designer, già allora presente con 25 opere nella collezione permanente del museo americano. Proprio il 1987 è stato l’anno della svolta di Bellini che da allora si dedica prevalentemente all’architettura di grande scala e al disegno urbano.

L’esposizione è un omaggio, dunque, all’opera poliedrica e singolare di un progettista italiano che ha ottenuto ogni successo sia nella piccola scala (otto compassi d’oro, arredi e oggetti diventati icone che sono entrati nelle case e negli uffici di tutto il mondo, spesso anticipando o rivoluzionando gusto e stile); sia nella grande scala (Centri Congressi, Fiere, Musei progettati dal Giappone agli Usa, dalla Germania all’Australia).

La  retrospettiva  è  un  viaggio  trasversale  lungo  quasi  60  anni  tra  designarchitettura, exhibition, e occupa oltre mille metri quadrati del Palazzo dell’Arte. È articolata in Portale, Galleria, Piazza e quattro Stanze (organizzate secondo un tema guida), e pone l’attenzione sulla necessità e sul ruolo eversivo e salvifico della bellezza. Da qui il sottotitolo “Italian Beauty”.

Le installazioni video sono a cura di 3D Produzioni con la regia di Giovanni Piscaglia. Il progetto di allestimento è dello stesso Mario Bellini che dal 1962 a oggi si è sempre appassionato anche a “mettere in scena” esposizioni, prevalentemente d’arte e di architettura.

Accompagna la mostra un catalogo di Silvana Editoriale a cura e con una introduzione di Francesco Moschini, con una prefazione di Germano Celant e saggi, tra gli altri, di Deyan Sudjic, Ermanno Ranzani, Marco Sammicheli, Enrico Morteo, Italo Lupi, Kurt Foster, Franco Purini, Marco Romano, Carlo Arturo Quintavalle, Francesco Binfarè, Vittorio Sgarbi.

Architettura Invisibile al Museo Carlo Bilotti di Roma

Superstudio, Monumento ContinuoCon de Maria, 1969, Photo (C) Centre Pompidou, MNAM-CCI Dist. RMN-Grand Palais Georges Meguerditchian - Mostra Architettura invisibileLa ricerca di un controllo dell’ambiente a qualsiasi scala di intervento progettuale, la volontà di ridefinire il futuro ruolo della società attraverso la tecnologia, lo sviluppo di nuove ipotesi per abitare il pianeta sono al centro del confronto proposto dalla mostra “ Architettura Invisibile ”.
L’esposizione è aperta al pubblico dal 19 gennaio al 26 marzo 2017 presso il Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, a Roma.

L’iniziativa nasce in una fase di approfondimento del ruolo storico assunto, lungo un arco temporale che va tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, dalle avanguardiearchitettoniche giapponesi che si sono ritrovate nel movimento Metabolista e in quello delle avanguardie italiane raccolte sotto il nome di Architettura Radicale.

L’esposizione, curata da Rita Elvira Adamo, mette in evidenza le affinità e le distanze tra le esperienze condotte dai due movimenti. Una molteplicità di autori di primissimo piano, che proprio a partire dalle loro pionieristiche sperimentazioni si sono affermati come protagonisti della ricerca architettonica contemporanea: Arata Isozaki, Archizoom (Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Massimo Morozzi, Dario e Lucia Bartolini), Kiyonori Kikutake, Kisho Kurokawa, Fumihiko Maki, Otaka Masato, Superstudio (Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo Di Francia, Roberto Magris, Alessandro Magris, Gian Piero Frassinelli e Alessandro Poli), Kenzo Tange, UFO (Lapo Binazzi, Carlo Bachi, Patrizia Cammeo, Riccardo Foresi, Titti Maschietto, Sandro Gioli).

Le loro opere, descritte anche tramite le pubblicazioni che hanno contribuito alla definizione delle reciproche influenze tra le ricerche condotte nei due Paesi, saranno introdotte da una ricognizione sulle condizioni culturali, artistiche, sociali, politiche che hanno contribuito all’emergere di questi fenomeni. La parte centrale del percorso espositivo, della quale saranno protagonisti celebri progetti insieme a proposizioni meno note ma fortemente significative, è strutturata secondo tre ambiti tematici attraverso i quali sarà possibile leggere affinità e distanze tra le linee di ricerca documentate: Ambiente, Tecnologia, Abitare.
La parte conclusiva della mostra, simboleggiata dalla presenza di un grande elemento gonfiabile progettato dallo studio Analogique e che sarà allestito sulla terrazza del museo esclusivamente per l’esposizione, conterrà esperienze progettuali sviluppate negli ultimi anni in Giappone e in Italia e che, a vario titolo, interpretano, a cinquant’anni di distanza, gli stessi temi Ambiente, Tecnologia e Abitare elaborati delle avanguardie Metaboliste e Radicali. Di questo percorso conclusivo faranno parte opere di 2A+P/A, AlphavilleArchitects, DAP Studio, Sou Fujimoto, IAN+, Yamazaki Kentaro, Yuko Nagayama, O + H Architects, OFL Architecture, Orizzontale, Studio Wok, Tipi Studio.

La mostra Architettura Invisibile è organizzata dalla Fondazione Italia Giappone, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori e dall’Istituto di Cultura Giapponese – Japan Foundation.
L’evento espositivo rientra nel programma delle celebrazioni per il 150° anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia.

Ico Parisi, una mostra a Monza per il centenario della nascita

Duplice ritratto di Ico Parisi, Cernobbio, 1953
Duplice ritratto di Ico Parisi, Cernobbio, 1953

Ico Parisi ha prodotto una mole notevolissima di lavori, operando, secondo la lezione pontiana, in quella dimensione pluridisciplinare, caratteristica della rinascita del progetto italiano dopo il conflitto mondiale. Parisi è dunque architetto, designer, art director, fotografo, regista cinematografico, pittore e artista puro.

In occasione del centenario della sua nascita, dal 19 gennaio al 19 marzo 2017 è in programma presso la Villa Reale di Monza la mostra “Ritrovare Ico Parisi“, a cura di Roberta Lietti e Marco Romanelli.

L’esposizione, che vuole porsi come una prima riflessione e un primo omaggio al lavoro di Parisi, ha dovuto stabilire dei precisi limiti cronologici e tipologici alla presentazione dei ricchissimi materiali esistenti, quasi tutti appartenenti all’Archivio del Design di Ico Parisi di Como.
I curatori hanno, dunque, privilegiato il periodo “classico” del lavoro di Parisi, ovvero dalla fine della guerra al termine degli anni ’50, e un’unica tipologia, il tavolo.
Ragionare, con la costanza e l’inventiva con cui l’ha fatto Parisi, sulla struttura trilitica del tavolo, considerandolo una architettura in nuce, è qualcosa che raramente è dato di vedere.

Il tavolo, nelle svariate accezioni, che vanno dalla vera e propria mensa alla scrivania, dalla consolle al coffee table e al carrello di servizio, è un argomento tipologico che accompagna Ico Parisi fin dagli inizi della sua vicenda progettuale e dove l’architetto comasco dimostra una fantasia progettuale illimitata, fatta di improvvisi fuochi di artificio e parallelamente di una minuta e attenta ricerca di varianti formali. Del tavolo Parisi analizza le più diverse soluzioni costruttive, sperimenta materiali, si fa promotore di ricerche inusitate presso gli artigiani e gli industriali canturini. Il tavolo è per Parisi un punto focale all’interno della casa.

Ecco, quindi, che nel Belvedere alla Villa Reale di Monza sono presentati sette tavoli di Ico Parisi dal 1948 al 1955. Ogni tavolo rappresenta una storia diversa: storia di progetto, ma anche storia di vita. E, in quest’accezione, a fianco a Ico compare necessariamente la moglie Luisa, preziosa collaboratrice e stimolatrice di molte situazioni che trovano compendio nello studio La Ruota, cenacolo progettuale e culturale inaugurato a Como nel 1947.

L’allestimento, organizzato in “stazioni” contraddistinte mediante gabbie in tubolare quadro bianco, a ricordare l’innamoramento di Parisi per l’avventura del razionalismo e dell’astrattismo comasco, cerca di restituire non solo l’importanza del singolo pezzo, ma anche un frammento di quel contorno progettualmente curato e controllato che Ico e Luisa Parisi sapevano sapientemente costruire.

La mostra è realizzata in collaborazione con l’Archivio del Design di Ico Parisi. Con questa mostra continua la ricerca del Triennale Design Museum dedicata ad approfondire la conoscenza di alcuni personaggi che hanno interagito con il territorio allargato di Monza e Brianza.
«Questa mostra – ha affermato Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum – si inserisce in un percorso tracciato dal museo, che rivendica la continuità di una ricerca volta a rivalutare i non allineati, i sommersi, i dimenticati, da Gino Sarfatti a Piero Fornasetti, da Giotto Stoppino a Gherardo Frassa fino, appunto, a Ico Parisi, personaggio fondamentale del progetto italiano dal dopoguerra in poi».

Gianni Pettena. Una antologica alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano

Gianni Pettena, Minneapolis, 1973. Fotografia, 42 x 36 cm.La sede milanese della Galleria Giovanni Bonelli ospita, dal 12 gennaio al 24 febbraio 2017, la mostra personale di Gianni PettenaAbout non conscious architecture”, a cura di Marco Scotini.
L’esposizione presenta un’ampia antologica dei lavori dell’artista, tra i protagonisti dell’Architettura Radicale, e si focalizza sull’attività svolta tra il 1968 e la fine degli anni Settanta, un decennio cruciale per la sperimentazione artistica e sociale in Italia.

Nel percorso espositivo saranno presentati, oltre a una selezione di lavori risalenti alla fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, materiali d’archivio editi e inediti realizzati da Pettena con differenti media.
Per l’occasione sarà riallestita al centro della galleria la grande scritta Carabinieri (creata per la prima volta nel 1968) che è uno degli esempi più importanti di intervento spaziale semiotico di quegli anni.

Alla base dell’Architettura Radicale c’è l’idea di non costruire ma di operare nel già costruito, lasciando emergere lo spazio inconscio o inconsapevole che normalmente viene rimosso – oltre al concepire l’architettura e lo spazio come evento, performance permanente.

Il titolo della mostra è tratto da un articolo fondamentale di Pettena uscito sulla rivista Casabella nel 1974, risultato dei suoi ripetuti viaggi nel Sud Ovest degli Stati Uniti, dal deserto dello Utah alla Monument Valley. L’anno precedente, nel 1973, era uscito anche il suo libro, ormai leggendario, L’Anarchitetto, in cui si ritrovano molteplici affinità con la pratica artistica che stava sviluppando negli stessi anni Gordon Matta-Clark.

Gianni Pettena (Bolzano, 1940. Vive e lavora a Firenze) è tra i fondatori, alla fine degli anni ’60 a Firenze, del movimento “architettura radicale” insieme a Superstudio, Archizoom, UFO. Nel 1972 realizza la sua prima mostra personale alla John Weber Gallery a New York. Negli anni successivi si dedica sia all’attività di artista che a quella accademica, spesso indagando le connessioni tra le proposte delle generazioni più giovani e il retaggio della sperimentazione iniziata negli anni ‘60.
Le opere di Gianni Pettena, in particolare i lavori del cosiddetto periodo americano (1972) e i molti disegni la cui visionarietà si è poi spesso tradotta in profetica realtà, assumono un valore tanto per la loro specificità e unicità all’interno della sperimentazione radicale degli anni Sessanta e Settanta quanto per i loro influssi sul mondo dell’architettura, del design e dell’arte contemporanea successivi. Il suo lavoro è stato presentato in musei e istituzioni come: il Centre Pompidou di Parigi (1978), la Biennale di Venezia (1996), il Mori Museum di Tokyo (2004), il Barbican Center di Londra (2006), il PAC di Milano (2010), e il Museion di Bolzano (2008 e 2014).

“Lumi di Chanukkah. Tra storia, arte e design” alla Triennale di Milano

Lumi di ChanukkahTriennale Design Museum di Milano ospita, dal 13 dicembre 2016 all’ 8 gennaio 2017, la mostra “Lumi di Chanukkah. Tra storia, arte e design“.
In esposizione una selezione di oltre 40 candelabri rituali a nove braccia (chanukkioth) disegnati da artisti e designer, una parte della collezione depositata negli spazi della Comunità Ebraica di Casale Monferrato.
In apertura del percorso sono esposti tre candelabri antichi tradizionali come esemplificazione di forme archetipiche su cui artisti e designer sono intervenuti.

In ebraico la parola “chanukkah” significa “inaugurazione” o “dedica”. La festa di Chanukkah è dedicata alla Luce e comincia il 25 del mese di kislev, data indicata dal lunario ebraico, che ha la sua corrispondenza nel mese di dicembre, in prossimità del solstizio d’inverno. La festa dura otto giorni.
Il rito che l’accompagna è semplice: al tramonto la famiglia si raccoglie intorno a un candelabro di otto lumi, uno per giorno, più un nono che si chiama shammash – il servitore – che serve ad accendere gli altri lumi.
La ricorrenza commemora il miracolo della riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme nell’anno 165 a.e.v. dopo l’occupazione dei siriani. In questa occasione era prevista la riaccensione del candelabro – la luce che indica la vita e la vitalità del pensiero ebraico – che secondo il rituale deve essere sempre alimentata con olio d’oliva puro, Kasher. Nonostante l’olio fosse esaurito, miracolosamente ogni giorno per otto giorni si autogenerò la quantità necessario per alimentare costantemente il candelabro.

La collezione delle chanukkiot nasce da un’idea di Elio Carmi – designer – e dall’incontro con Antonio Recalcati – artista -, che condividono una visione universale della spiritualità e le danno forma attraverso il progetto del candelabro. I due, uno ebreo e l’altro no, partendo dalla storia ebraica, riflettono sul valore intimo, personale, del concetto d’identità e sul suo senso nella contemporaneità. In seguito l’invito è esteso ad altri autori, non necessariamente ebrei, ma cattolici, evangelici, protestanti, mussulmani: coloro che nel racconto di questa festa di libertà, colgono un valore e vogliono partecipare alla collezione.

In mostra opere di Valerio Anceschi, Arman, Roberto Barni, Franca Bertagnolli, Pietro Bestetti, Renata Boero Medini, Vito Boggeri, Giovanni Bonaldi, Elio Carmi, Eugenio Carmi, Jessica Carroll, Gianluigi Colin, Riccardo Dalisi, Luigi Del Monte, Giosetta Fioroni, Leila Fteita, Tiziana Fusari, Moreno Gentili, Alì Hassoun, Emilio Isgrò, Claude Lalanne, Emanuele Luzzati, Giuseppe Maraniello, Daniele Milanesi, Aldo Mondino, Giancarlo Montebello, Ugo Nespolo, Davide Nido, Mimmo Paladino, David Palterer, Laura Panno, Arnaldo Pomodoro, Marco Porta, Efrem Raimondi, Antonio Recalcati, Paul Renner, Omar Ronda, Roger Selden, Adam Tihany, Roland Topor, Stefano Valabrega, Marco Zanuso Jr.

A Napoli meraviglie e paradossi di Andrea Barzini e Silvio Pasquarelli

L' Estate di Andrea Barzini e Silvio Pasquarelli - Mostra Meraviglie e paradossiLa Fondazione Plart di Napoli ospita, dal 10 novembre 2016 al 7 gennaio 2017, la mostra “ Meraviglie e paradossi: il design dello stupore ”, con opere di Andrea Barzini e Silvio Pasquarelli.

L’esposizione, a cura di Cecilia Cecchini, presenta sei grandi busti posati, come le statue classiche marmoree, su bianchi piedistalli. Questi enigmatici personaggi sono realizzati assemblando piccoli oggetti di plastica appartenenti alla categoria dell’usa e getta.
Andrea Barzini, regista, e Silvio Pasquarelli, architetto, grazie ad una ironica quanto rigorosa operazione a cavallo tra ready made e object trouvé usano flaconi, stoviglie, tappi, soldatini, come unità minime, perfettamente riconoscibili nella loro forma originaria, per costruire queste sculture.

«L’immaginazione e la perizia manuale dei due autori – afferma Cecilia Cecchini –  rendono gli umili oggetti che affollano la nostra quotidianità domestica la materia prima ideale per questi imponenti busti. Come fossero surreali mattoncini Lego, vengono stipati a formare precise fisionomie in un ordine che sembra casuale e bizzarro ma che invece, come dimostrano gli schizzi, i disegni preparatori, le foto del backstage, è pensato e controllato fin nei dettagli con paziente meticolosità. La ludica ricerca tra gli scarti degli autori è infatti guidata da una grammatica compositiva rigorosa, testimoniata da un lungo lavoro di catalogazione tassonomica alla Linneo degli oggetti trovati». Un lavoro restituito nell’ambito della mostra grazie alle affascinanti opere grafiche (bozzetti), ai quadri e all’abaco degli oggetti che nel loro insieme forniscono la chiave di lettura delle opere.

I sei busti vogliono anche indurre ad una riflessione critica sulla società contemporanea e i suoi voraci consumi.
La meraviglia, l’immaginazione e lo stupore assumono l’aspetto di cinque personaggi iconici e allegorici: Il Re Sole, la Guerra, l’Estate, Grace Jones e Donna Felicità, più uno del tutto speciale, che vuole essere omaggio alla città di Napoli, Dà Dà Miracolo, uno stralunato santo che indossa una sontuosa mitria fatta con flaconi di sapone.

Oltre ai personaggi, è presente in mostra una santa, La Beata, che allude all’Estasi della beata Ludovica Albertoni del Bernini, l’unico oggetto che non fa parte del ciclo di busti.

Fa parte integrante della mostra il cortometraggio realizzato dai due artisti “Preferisco lo stupore”, un raffinato e divertente corto che riprende lo stile dei grandi del cinema come Charlie Chaplin e Buster Keaton.

La mostra, patrocinata dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli, è accompagnata da un catalogo pubblicato da Edizioni Fondazione Plart (testi Italiano/Inglese).

Gioielli alla Moda a Palazzo Reale di Milano

Sveva Collection Collezione Scorfanea 2016, collana metallo, ricami, pietre semipreziose - Mostra Gioielli alla Moda
Sveva Collection Collezione Scorfanea 2016, collana metallo, ricami, pietre semipreziose – Mostra Gioielli alla Moda

È dedicata al rapporto tra gioiello e moda nelle sue intersezioni con il costume, la manifattura e la bellezza italiana la mostra che dall’ 8 al 20 novembre 2016 resterà aperta al pubblico a Palazzo Reale di Milano.

In esposizione oltre 500 opere provenienti da maestri e da giovani talenti, da maison internazionali e da piccoli artigiani.

Quella del rapporto tra bijoux e moda è una storia tipicamente italiana, che tiene insieme arte e tecnologia, bellezza e innovazione, creatività e manifattura, artigianato e industria.

In tre diverse sezioni la mostra racconta tre modi di trattare il gioiello proiettato nel contesto della moda, con ispirazioni e influenze multidisciplinari che definiscono il contributo del bijou italiano: Gioielli PER la Moda, dedicata ai principali bigiottieri italiani e alla manifattura d’eccellenza; Gioielli DI Moda, dedicata ai designer e ai brand indipendenti, con un focus sui processi creativi; Gioielli CON la Moda, dedicata ai principali stilisti e alla capacità del gioiello di interagire con l’abito.

La mostra, a cura di Alba Cappellieri, è realizzata dal Comune di Milano-Cultura, da Palazzo Reale e da HOMI – Salone degli Stili di Vita di Fiera Milano.

Signs, grafica italiana contemporanea in mostra a Milano

Guido Scarabottolo, Cose che non vedo - Mostra Signs. Grafica italiana contemporanea
Guido Scarabottolo, Cose che non vedo

“Signs. Grafica italiana contemporanea” è il titolo della mostra in programma a Milano, negli spazi  dell’ex Ansaldo (Via Bergognone 34), dal 9 novembre al 20 dicembre 2016.
Prodotta da h+ con BASE Milano e curata da Francesco Dondina, l’esposizione intende offrire uno spaccato sullo stato della grafica e del design della comunicazione italiana.

In mostra una selezione di lavori di 24 progettisti italiani – dai nomi più affermati e autorevoli fino a quelli di  giovani promettenti – ciascuno con il proprio mondo e la propria storia, diversi tra loro per formazione, età, cultura e linguaggi.

L’esposizione abbraccia diversi settori progettuali, indagandone le differenti peculiarità e offrendo una panoramica sulle tante sfaccettature del graphic design italiano contemporaneo, dalla corporate identity all’editoria, dall’exhibition design all’advertising e al packaging, fino ad arrivare al web design e all’information design.

«La nostra quotidianità è letteralmente sommersa e talvolta sopraffatta da messaggi e forme visive che disegnano il paesaggio della nostra vita – afferma il curatore Francesco Dondina -. Nelle nostre città, nelle case, negli uffici, nei negozi, negli oggetti di uso quotidiano e nelle diverse modalità di comunicazione che utilizziamo, la grafica è dappertutto. E, per questo, ha un ruolo non solo funzionale ma addirittura strutturale nel condizionare i nostri comportamenti, le abitudini, le scelte e la realtà stessa in cui viviamo».

A ciascuno dei 24 autori partecipanti è stato destinato un tavolo, pensato per restituire in parte l’idea di atelier e per contenere non solo una selezione dei lavori e progetti più rappresentativi, ma anche, in alcuni casi, disegni preparatori, maquette e prototipi in grado di mostrare al pubblico sia gli artefatti finiti sia l’iter vero e proprio di creazione e di progettazione che rende la grafica un processo di senso – e di comunicazione – profondo e affascinante.

A chiusura della mostra verrà presentato, inoltre, un progetto speciale che vedrà il coinvolgimento di tutti gli autori nella produzione di un lavoro dedicato a BASE Milano.

L’evento espositivo, dedicato al Maestro Giancarlo  Iliprandi, recentemente scomparso, sarà arricchito da alcuni appuntamenti, tra i quali una serie di workshop sul graphic design e un ciclo di incontri con i progettisti, invitati a dialogare sui temi del design della comunicazione.

Progettisti in mostra:
Alizarina, Stefano Asili, Mauro Bubbico, Ginette Caron, Cristina Chiappini, Gianluigi Colin, Pietro Corraini, Artemio Croatto/Designwork, Studio FM, Michele Galluzzo, Italo Lupi, Gianni Latino, Leftloft, Giuseppe Mastromatteo, Armando Milani, Maurizio Milani, Òbelo, Origoni Steiner, Federico Pepe, Mario Piazza, Massimo Pitis, Luca Pitoni, Guido Scarabottolo, Leonardo Sonnoli.