Steve McCurry. Icons – Mostra alla Mole Vanvitelliana di Ancona

Lago Inle, Birmania, 2011 © Steve McCurryÈ allestita alla Mole Vanvitelliana di Ancona la mostra “ Steve McCurry. Icons”, che resterà aperta al pubblico fino al 25 giugno 2017.

L’esposizione, a cura di Biba Giacchetti, raccoglie circa 130 scatti della vasta produzione del fotoreporter statunitense, proponendo ai visitatori un viaggio simbolico nel complesso universo di esperienze ed emozioni che caratterizza le sue immagini. A partire dai viaggi in India e poi in Afghanistan, da dove veniva Sharbat Gula, la ragazza che ha fotografato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che è diventata una icona assoluta della fotografia mondiale.

Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate. Con le sue foto ci consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti.
La mostra inizia con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e di ironia.

In una audioguida Steve McCurry racconta in prima persona molte delle foto esposte. Inoltre, in un video proiettato in mostra, racconta la sua lunga carriera e soprattutto il suo modo di intendere la fotografia.

Un altro filmato, prodotto da National Geographic,  è dedicato alla lunga ricerca che ha portato Steve McCurry a ritrovare  la “ragazza afghana”, 17 anni dopo il famoso scatto. A tale proposito è recente, del novembre 2016, la notizia che, dopo essere stata arrestata dalla polizia pakistana, Sharbat Gula è finalmente tornata nel suo paese.

Steve McCurry / Icons è il titolo di una  pubblicazione curata da Biba Giacchetti, che costituisce il catalogo della mostra.

L’esposizione è promossa dal Comune di Ancona ed è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con SudEst57.

Durante tutto il periodo dell’esposizione sarà possibile partecipare alle esperienze didattiche, progettate in collaborazione con Musedu.

La mia battaglia. Franco Maresco incontra Letizia Battaglia – Film e incontro al MAXXI di Roma

La mia battaglia. Franco Maresco incontra Letizia BattagliaAl MAXXI di Roma, giovedì 23 febbraio 2017 alle ore 18.00, è in programma la proiezione del film documentario di Franco Maresco “La mia battaglia. Franco Maresco incontra Letizia Battaglia”.

Il film (2016 – durata 30′ – b/n -colore), che fa parte della grande mostra in corso al MAXXI dedicata alla celebre fotografa siciliana (aperta al pubblico fino al 17 aprile 2017), sarà proiettato all’Auditorium del Museo alla presenza dell’autore e di Letizia Battaglia che, a seguire, incontreranno il pubblico del MAXXI.

Prodotto dall’Associazione Culturale Lumpen grazie al contributo del Comune di Palermo, il film è un racconto intenso e inedito di una città che Letizia Battaglia ha fatto conoscere nel mondo.

Durante l’incontro che seguirà la proiezione, Letizia Battaglia e Franco Maresco approfondiranno le tematiche suggerite dal film e il lavoro di una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.
Introdurrà Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI, e interverranno i curatori della mostra Paolo Falcone, Margherita Guccione e Bartolomeo Pietromarchi.

Letizia Battaglia (Palermo 1935) per trent’anni ha fotografato la sua terra, la Sicilia, con immagini in bianco e nero crude e dolorose, denunciando l’attività mafiosa e i ripetuti attacchi alla società civile. Come responsabile dei servizi fotografici de «L’Ora» di Palermo ha realizzato alcuni tra i reportage più coraggiosi e incisivi. Nel corso degli anni ha messo il suo lavoro al servizio di cause diverse, dalla questione femminile ai problemi ambientali, ai diritti dei carcerati. Un impegno che le è valso molti riconoscimenti, come il premio “W. Eugene Smith” per la fotografia sociale (1985), il Deutschen Gesellschaft für Photographie (2007) o il Cornell Capa Infinity Award di New York (2009). È cofondatrice del centro di documentazione “Giuseppe Impastato”.

Franco Maresco (Palermo, 1958), regista, sceneggiatore, autore televisivo e teatrale, ha lavorato in coppia con Daniele Ciprì, nel duo Ciprì e Maresco, con cui tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 ha realizzato per la TV lavori per Blob, Fuori orario. Cose (mai) viste, Avanzi e, soprattutto, Cinico TV. Nel 1995 ha realizzato il suo primo film con Ciprì, Lo zio di Brooklyn, a cui è seguito Totò che visse due volte.

Life – Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia

© Eve Arnold / Magnum Photos USA. Nevada. US actress Marilyn MONROE on the Nevada desert going over her lines for a difficult scene she is about to play with Clarke GABLE in the film "The Misfits" by John HUSTON. 1960 - Mostra Life – MagnumIntende analizzare il rapporto fra la celebre rivista americana Life e l’agenzia fotografica Magnum Photos la mostra che, dal 4 marzo all’11 giugno 2017, resterà aperta al pubblico a Cremona, al Museo del Violino.

L’esposizione si focalizza proprio sul rapporto fra queste due entità, per analizzare come importanti reportage riferiti ad eventi del XX secolo, e realizzati da grandi maestri della fotografia membri di Magnum, vennero trasferiti all’interno delle pagine di Life.

Due figure che rivestirono un ruolo importante in questo rapporto furono Robert Capa e John Godfrey Morris. Il primo, ideatore e co-fondatore della Magnum nel 1947 e Morris, uno dei più grandi photo editor del Ventesimo secolo, responsabile dell’ufficio londinese di Life durante la Seconda guerra mondiale e dopo il conflitto, redattore esecutivo della storica agenzia Magnum.

La mostra, curata da Marco Minuz, è pertanto un viaggio all’interno di nove reportage fotografici realizzati da grandi maestri che vennero editati dalla rivista americana ed ebbero grande diffusione, ma al contempo grande impatto sull’opinione pubblica.

Si parte dal lavoro di Philippe Halsman, che su Life pubblicò centinaia di fotografie e decine di copertine. Ritratti come quelli di Marylin Monroe, Salvator Dalì o Mohamed Ali.

Seguono due reportage storici di Werner Bischof, il primo dedicato alla grande carestia del Bihar in India nel 1951 e il successivo alla Corea realizzato nel 1952. In entrambi, impegno e sensibilità sociale vengono trasmessi con un senso estetico notevole.

Un altro reportage entrato nella storia è quello di Dennis Stock su James Dean. Sono fotografie di grande intimità che svelano la personalità del divo del cinema, poco prima della sua tragica scomparsa.

Per promuovere “Misfits” (“Gli spostati”), celebre pellicola di John Huston, sceneggiata da Arthur Miller e protagonisti come Marylin Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift, a Magnum venne data l’esclusiva di seguire le fasi realizzative. Per questo Magnum schiera sul set nove suoi membri: Eve Arnold, Cornell Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliot Erwitt, Ernst Haas, Erich Hartmann, Inge Morath e Dennis Stock. Le loro immagini ci portano dentro la macchina del grande cinema americano degli anni ’60.

Duro e drammatico il racconto che Bruno Barbey offre della guerra del Vietnam e di ciò che vi accadde oltre e all’interno del fronte. Queste immagini furono tra le ultime ad essere pubblicate su Life, poco prima della sua chiusura.

Accanto a un persocorso cronologico, la mostra propone una serie di emozionanti “stanze” monografiche. A cominciare dalle immagini che Henri Cartier-Bresson nel 1954 trasse dal suo lungo viaggio dentro l’URSS.
Poi Robert Capa, di cui vengono proposti i tre storici reportage, quello sulla guerra civile spagnola, le cui immagini sono icone della storia della fotografia, così come lo sono le successive immagini dello sbarco in Normandia, unica testimonianza diretta di quella epica impresa; e infine la Guerra di Indocina dove egli trovò la morte.

Accanto alle immagini, la mostra espone le edizioni originali di Life e spezzoni video che permetteranno di contestualizzare i reportage.

L’esposizione, accompagnata da un catalogo edito da Silvana editoriale, è organizzata da Magnum Photos, Unomedia, con il supporto di MdV Friends e con il patrocinio del Comune di Cremona.

Life – Magnum è parte del progetto italiano per i 70 anni di Magnum, che propone mostre oltre che a Cremona, anche a Torino (Camera) e Brescia (Brescia Photo Festival).

L’Italia di Magnum. Da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin

© Paolo Pellegrin/Magnum Photos Roberto Cavalli. Milan, Italy 2007Racconta la cronaca, la storia e il costume del nostro paese negli ultimi 70 anni la mostra che dal 3 marzo al 21 maggio 2017 potrà essere visitata a Torino, presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia.

L’esposizione “L’Italia di Magnum. Da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin“, che intende celebrare anche il settantesimo anniversario della nascita dell’agenzia fotografica Magnum, presenta oltre duecento immagini.

Venti sono gli autori chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell’Italia dal dopoguerra a oggi, in un affascinante intreccio di fotografie celeberrime e di altre meno note, di luoghi conosciuti in tutto il mondo e di semplici cittadini, che compongono il tessuto sociale e visivo del nostro paese.

Introdotta da un omaggio ad Henri Cartier-Bresson e al suo viaggio in Italia negli anni Trenta, la mostra prende avvio con due serie strepitose, una di Robert Capa, dedicata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che mostra un paese in rovina, distrutto da cinque anni di conflitto, e una di David Seymour, che nel 1947 riprende invece i turisti che tornano a visitare la Cappella Sistina: l’eterna bellezza dell’arte italiana che appare come il segno della rinascita di un’intera nazione.

L’esposizione, organizzata per decenni, prosegue con le immagini di Elliott Erwitt, René Burri e di Herbert List: il primo racconta Roma, le sue bellezze e le sue contraddizioni con lo sguardo affettuosamente ironico che lo ha reso famoso; il secondo ci porta all’interno della storica mostra di Picasso del 1953 a Milano; il terzo infine, con una serie di scatti strepitosi, porta lo spettatore all’interno di Cinecittà, dove stava nascendo la “Hollywood sul Tevere”.

Un decennio è raccontato da Thomas Hoepker, che presenta tre immagini del trionfo di Cassius Clay (poi Mohamed Alì) alle Olimpiadi di Roma del 1960, Bruno Barbey, che documenta i funerali di Togliatti e Erich Lessing, con un servizio che riporta direttamente ai tempi del “boom” economico, con una carrellata sulla spiaggia di Cesenatico, con i suoi riti e i suoi miti.

Cambia il clima negli anni Settanta e Ferdinando Scianna racconta il passaggio tra i due decenni attraverso le immagini di una Sicilia sempre uguale e sempre mutevole; Leonard Freed riprende frammenti dello storico referendum sul divorzio che cambiò per sempre la società italiana; mentre Raymond Depardon presenta una delle sue serie più struggenti, quella sui manicomi, realizzata nel momento in cui la Legge Basaglia, che ne prevedeva la chiusura, segnava un altro grande passo del costume nazionale.

Una decina di fotografie ancora realizzate da Scianna aprono gli anni Ottanta: sono le immagini di un Berlusconi in versione imprenditore di successo, appena prima della discesa in politica. Ma il decennio è anche quello della definitiva affermazione del turismo di massa nel nostro paese: la grandi fotografie di Martin Parr colgono genialmente il contrasto tra la bellezza dei luoghi e il cattivo gusto dei nuovi visitatori, con effetti di mirabile comicità. Patrick Zachmann invece racconta la Napoli della camorra, prima di “Gomorra” ma con la stessa intensità.

Nell’ultima, grande sala di Camera si arriva infine alla contemporaneità: gli anni Novanta e Duemila sono come un viaggio tra i nostri ricordi più recenti e le nostre vicende attuali: Alex Majoli racconta le discoteche romagnole di allora e di oggi; Thomas Dworzak ci riporta alle drammatiche giornate del G8 di Genova; Peter Marlow all’ancor più tragica vicenda della guerra nella ex Jugoslavia, narrata dagli occhi dei soldati americani su una portaerei al largo delle coste italiane; Chris Steele Perkins torna invece in Vaticano per raccontare questa volta un aspetto letteralmente giocoso, il torneo di calcio tra religiosi “Clericus Cup”. Paolo Pellegrin chiude la sala e il decennio, con le immagini della folla assiepata in Piazza San Pietro nella veglia per la morte di Papa Giovanni Paolo II e con quelle di un’altra folla, quella dei migranti su un barcone, tragico segnale dell’attualità.

Uscendo dall’ultima sala, il visitatore incontra infine la grande, straordinaria sequenza di immagini di Mark Power dedicate ai luoghi simbolo della cultura italiana, da Piazza San Marco alla Basilica di San Petronio a Bologna, dal Museo del Cinema di Torino al Duomo di Milano.

La mostra L’Italia di Magnum, a cura di Walter Guadagnini con Arianna Visani, è accompagnata da un catalogo bilingue, pubblicato da Silvana Editoriale.

L’esposizione si inserisce nell’ambito delle celebrazioni del settantesimo anniversario di Magnum Photos con mostre, pubblicazioni ed eventi da Brescia a Cremona, fino a Parigi e New York, per tutto il 2017.

Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes al PAN di Napoli

French Vogue, from the series White Women, Melbourne 1973 © Helmut Newton EstateSono esposte, dal 25 febbraio al 18 giugno 2017, al PANPalazzo Arti Napoli oltre 200 immagini di Helmut Newton, uno dei più importanti e celebrati fotografi del Novecento.

Il progetto della mostra “ Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes “, nasce nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del fotografo e presidente della Helmut Newton Foundation, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato in tre sezioni.
I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.

White Women – Nel 1976 Helmut Newton dà alle stampe il suo primo libro monografico, che subito dopo la sua pubblicazione riceve il prestigioso Kodak Photo Book Award. 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui per la prima volta il nudo e l’erotismo entrano nel mondo della moda: si tratta di fotografie innovative e provocanti che rivoluzionano il concetto di foto di moda e testimoniano la trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale.

Sleepless Nights – Anche Sleepless Nights pubblicato nel 1978, ruota attorno alle donne, ai loro corpi, abiti, ma trasformando le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage di scena del crimine. I soggetti sono solitamente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici o sono bardate in selle in cuoio, fotografati fuori dal suo studio, quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come mero pretesto per realizzare qualcosa di completamente nuovo e molto personale. Sicuramente si tratta del volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue fra tutti), ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.

Big Nudes – Con la pubblicazione Big Nudes del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista della fotografia del secondo Novecento, inaugurando una nuova dimensione – misura, quella delle gigantografie che entrano prepotentemente e di fatto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Fonte di ispirazione dei  nudi a figura intera ed in bianco e nero ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, sono stati per  Newton i manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.

L’esposizione, curata da Matthias Harder e Denis Curti, è promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli ed è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation.
La mostra è accompagnata da una pubblicazione edita da Marsilio.

Rocco e i suoi fratelli. Foto di set – Mostra fotografica a Milano

Rocco e i suoi fratelliIn mostra nel foyer del Cinema Spazio Oberdan di Milano, dal 19 febbraio al 31 marzo 2017, le foto dal set del film del 1960 Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.

Il 1960 è stato un anno magico per il cinema, e non solo per essere stato l’anno de La dolce vita. Il milanese Luchino Visconti terminava, infatti, di girare uno dei titoli più noti e acclamati della sua filmografia, Rocco e i suoi fratelli. Tragica vicenda di disgregazione familiare e di perdizione su cui grava la mano del Fato, quasi un seguito ideale de La terra trema.

La straordinaria narrazione viscontiana dell’odissea dei fratelli Parondi, sbalzati dalla natia Lucania alla civiltà urbana del Nord, la potenza espressiva e linguistica che trova assonanze col mito greco, le ambientazioni in una grigia e inospitale Milano fotografata da Giuseppe Rotunno, che gli valse il Nastro d’Argento, rivivono nelle foto di scena del film.

Giovanna Calvenzi, studiosa e docente di fotografia contemporanea, ha selezionato quaranta scatti del capolavoro di Visconti tra i circa duecento conservati presso l’archivio della fototeca della Fondazione Cineteca Italiana.
Gli autori (in prevalenza grandi professionisti come Paul Ronald e Giovan Battista Poletto), adeguandosi alle scelte formali del direttore della fotografia, imprigionano gli istanti in cui si condensa il significato di un’intera scena, magari non presente poi nel montaggio finale; il loro lavoro tuttavia è prezioso perché documenta il ‘farsi’ del film, in una galleria di volti, sguardi, posture, ambienti, che possono essere riproduzioni fedeli delle scene o istantanee del backstage, dove sempre entra in gioco la loro personale sensibilità. Chi le guarda ritrova negli sguardi tra Rocco e Nadia, o nella violenza di Simone su Nadia, alcuni dei momenti più emozionanti del film, dramma dei sentimenti prima che sociale, e l’anonimo grigiore delle case popolari, la povertà dignitosa dei vestiti e degli ambienti domestici.

La mostra rientra nel programma di Cineteca70, l’evento celebrativo per i primi 70 anni della Fondazione Cineteca Italiana (1947 – 2017) fondata da Luigi Comencini e Alberto Lattuada nel 1947.

Ri-Scatti, la ricerca della felicità dei ragazzi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano

ri-scattiIl P.A.C. – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ospita, dal 3 al 12 febbraio 2017, la mostra fotografica “ Ri-Scatti, la ricerca della felicità ”.

L’esposizione presenta oltre 80 fotografie realizzate da 29 ragazzi, di età compresa tra i 14 e i 27 anni, in cura presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Gli adolescenti e i giovani adulti del Progetto Giovani dell’Istituto milanese attraverso la fotografia hanno potuto esprimere le proprie emozioni e il proprio percorso nella difficile ricerca della felicità.

Tre fotografe, Alice Patriccioli, Veronica Garavaglia e Donata Zanotti, si sono alternate nel prestare la loro professionalità, insegnando ai ragazzi della Pediatria Oncologica come usare una macchina fotografica e come costruire un progetto.
Così come negli altri percorsi creativi già attuati dal Progetto Giovani, sostenuto dall’Associazione Bianca Garavaglia onlus, la scelta del tema e del territorio in cui muoversi è partita dai ragazzi e ha permesso loro di raccontarsi nella propria unicità e di mostrare quali soluzioni hanno attuato per trovare la forza di combattere la malattia e tornare a sorridere.

L’iniziativa, come tutte quelle che nascono in seno al Progetto Giovani, coordinato dal dott. Andrea Ferrari, utilizza la creatività come mezzo di espressione per i ragazzi, per raccontare le loro paure e le loro speranze. «Una canzone o una mostra fotografica raccontano la vita dei nostri ragazzi – afferma il dottor Ferrari – ma sono anche per noi medici un importante volano per far sapere che ci si può ammalare di tumore anche in adolescenza, che gli adolescenti sono pazienti speciali, che spesso sono trattati in modo non adeguato, e che pertanto hanno l’assoluto bisogno di luoghi e cure speciali, creati appositamente per loro».

La mostra, a cura di Chiara Oggioni Tiepolo, è realizzata da RISCATTI onlus con il Comune di Milano e con il contributo di Tod’s.

Sahara. Peter W. Häberlin. Fotografie 1949-1952

Peter Werner HäberlinA Roma, il Museo di Roma in Trastevere ospita, dal 2 febbraio al 12 marzo 2017, la mostra ” Sahara. Peter W. Häberlin. Fotografie 1949-1952“.

L’esposizione presenta una selezione di 76 fotografie d’arte, lungo un percorso tematico scandito dal rapporto fra il viaggio nello spazio e nel mondo interiore.
La pubblicazione nel 1956 di Yallah, un volume fotografico di viaggio nel Sahara, suscitò una grande eco nel mondo della fotografia internazionale. Uno dei settimanali americani più letti del tempo, The New Yorker, scrisse che il reportage era l’opera «di uno dei grandi fotografi del nostro tempo, capace di mostrare, come solo l’arte sa fare, ciò che altrimenti resterebbe celato».
L’autore era lo svizzero Peter Werner Häberlin (1912-1953), scomparso in un tragico incidente prima di poter raccogliere i frutti del suo lavoro. Il volume fu ultimato dal padre con l’aiuto dello scrittore americano Paul Bowles, nella cui opera più celebre, Il tè nel deserto – portato sullo schermo da Bernardo Bertolucci – le immagini di Yallah sembrano far capolino a ogni descrizione d’ambiente.

I viaggi di Häberlin si svolsero tra il 1949 e il 1952, toccando l’Algeria, il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Nigeria, il Ciad e il Camerun.

Viaggi lenti. Senza fretta. Una sorta di personale esplorazione del mondo, in cui i fatti si eclissano e persino il rilievo etnologico lascia il posto a una poetica del disincanto, che vira decisamente in senso estetico e antistorico. Nelle fotografie di Häberlin predomina una forma di contemplazione che prende quasi a pretesto il soggetto, per proiettarsi direttamente in un ambito filosofico, simbolico e in una ricerca del bello, che è in evidente dialogo interiore con la ricerca spirituale del fotografo. Il risultato sono immagini che vivono nel dominio della luce diretta, così nitide da sembrare scolpite e da rifiutare se possibile le ombre.

Frutto di un’appassionata ricerca condotta dal Museo delle Culture di Lugano in collaborazione con la Fotostiftung Schweiz di Winterthur, l’esposizione restituisce in tutta la sua originaria bellezza una ricca selezione di prime stampe, realizzate a partire dai negativi originali. Il percorso espositivo si snoda lungo un itinerario interiore che ricalca il viaggio di Häberlin e che oggi, a più di sessantanni di distanza, si intreccia non solo con lo sguardo e il vissuto del visitatore, ma anche con la scoperta di un’affascinante realtà storica e antropologica. Ciascuna delle cinque sezioni dell’esposizione – «L’assoluto», «Il quotidiano», «Le geometrie», «La memoria»; «Gli sguardi» – è accompagnata da un brano tratto dalle lettere scritte da Häberlin alla moglie durante il suo viaggio.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è realizzata dall’Ambasciata di Svizzera in Italia e dal Museo delle Culture di Lugano, in collaborazione con la Fotostiftung Schweiz di Winterthur.

Ludovico Maria Chierici, un fotografo genovese di primo ‘900

Ludovico Maria ChiericiAlla Sala delle Grida del Palazzo della Borsa di Genova e nel foyer del Teatro Carlo Felice è in programma una personale dedicata Ludovico Maria Chierici con fotografie oggi conservate presso la Fondazione Ansaldo.
La mostra fotografica dal titolo “Ludovico Maria Chierici, un fotografo genovese di primo ‘900”, è organizzata con la collaborazione della Fondazione Teatro Carlo Felice e si sviluppa attraverso due separati percorsi.

Il primo è collocato presso la Sala delle Grida del Palazzo della Borsa della Camera di Commercio ed è costituito da circa 80 fotografie scattate fra il 1908 e il 1916, suddivise in cinque temi: Genova, il Porto di Genova, Il Mare bagna Genova, La Riviera di Levante, il Mondo di Chierici.
Le immagini, scattate con una macchina fotografica stereoscopica Verascope, mostrano la formazione autodidatta di un Chierici molto giovane e sono una testimonianza importanti per la storia genovese, con vedute cittadine o paesaggi dove le persone appaiono come comparse secondarie senza essere messe in posa.

Il secondo, monotematico, è collocato invece presso il foyer del Teatro Carlo Felice e raggruppa circa quaranta immagini degli spettacoli rappresentati in quel teatro negli anni fra il 1935 ed il 1941. Si tratta di fotografie che hanno la peculiarità di essere state scattate senza flash ma solo con l’ausilio delle luci di scena e riportano visivamente l’aspetto scenografico degli spettacoli melodrammatici di opere di Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi o Richard Wagner, solo per citarne alcuni.

Le fotografie esposte alla Sala delle Grida sono inedite mentre quelle presenti al Carlo Felice furono già oggetto di una mostra, tenutasi sempre al Carlo Felice circa 25 anni fa.

La mostra sarà aperta al pubblico alla Sala delle Grida dal 2 al 19 febbraio 2017, mentre la parte espositiva collocata presso il foyer del Carlo Felice rimarrà aperta fino al 6 marzo.

Ludovico Maria Chierici (1886-1965) è un fotografo amatore genovese attivo dal primo Novecento, negli anni in cui il dibattito sulla fotografia italiana come tecnica e arte si fa sempre più vivace e inizia a coinvolgere sia fotografi professionisti che amatori. Inizia a fotografare giovanissimo tra il 1901 e il 1902, quando ancora è uno studente che frequenta il Reale Istituto Tecnico di Genova “Vittorio Emanuele II”. Le sue grandi passioni sono la musica, la fotografia e la cinematografia e sarà un amico di famiglia, Adriano Santamaria, fotografo amatore, a dargli i primi insegnamenti di tecnica, permettendogli di utilizzare la sua camera oscura. Figura di spicco nel panorama genovese, Ludovico Maria Chierici è stato membro dell’Associazione Fotografica Ligure e proprietario dalla metà degli anni Quaranta del negozio di fotografia Speich, rinominato poi “F.lli Chierici Fotografia – Cinematografia” con sede inizialmente in piazza della Meridiana e poi in via Roma.

Elliott Erwitt, Kolor – Mostra a Palazzo Ducale di Genova

Elliott Erwitt, California, USA 1956 © Elliott Erwitt / Magnum Potosh
Elliott Erwitt, California, USA 1956 © Elliott Erwitt / Magnum Potosh

Palazzo Ducale di Genova presenta, dal 10 febbraio al 16 luglio 2017, una retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt.

La mostra comprende circa 135 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dai suoi due grandi progetti a colori, Kolor e The Art of Andrè S. Solidor.
Kolor è il titolo del grande volume retrospettivo con il quale Erwitt ha rivisitato tutto il suo archivio che attraversa la sua produzione a colori.
The Art of André S. Solidor è invece l’esilarante e sottile parodia del mondo dell’arte contemporanea con i suoi controsensi e con le sue assurdità.

Mentre il primo progetto vive di scoperte dei vecchi negativi Kodak, in cui si ritrova il tipico linguaggio di Erwitt, dai ritratti di personaggi famosi alle immagini più ironiche e talvolta irriverenti, nella sezione di André S. Solidor, invece, egli crea un vero e proprio alter ego del maestro, con tanto di autoritratti, che si esprime in una produzione e che non lascia più niente al caso o all’intuizione, come emerge anche in un breve ed esilarante filmato.

André S. Solidor ama il digitale e il photoshop, la nudità gratuita e l’eccentricità fine a se stessa, ma somiglia ad Elliott Erwitt più di quanto appaia: ironia, metafora e puro divertimento surreale sottendono una seria riflessione sui meccanismi e le assurdità dell’arte contemporanea e del suo mercato.

Membro dal 1953 della storica agenzia Magnum, fondata tra gli altri da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant’anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo.
«Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla».

Marilyn Monroe, Fidel Castro, Che Guevara, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger sono solo alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità.
Con lo stesso atteggiamento, d’altra parte, Erwitt riserva la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto, portando all’estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo. Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite.

Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale, che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo, e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero.

La mostra, curata da Biba Giacchetti, è promossa dal Comune di Genova e dalla Fondazione di Palazzo Ducale ed è prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57.

La moda a Firenze in 100 immagini dell’Archivio Foto Locchi

Luglio 1953, Ballo in Boboli © Archivio Foto Locchi.
Luglio 1953, Ballo in Boboli © Archivio Foto Locchi.

A Palazzo Pitti di Firenze, Andito degli Angiolini, fino al 5 marzo 2017 è possibile visitare la mostra Fashion in Florence through the lens of Archivio Foto Locchi.

In esposizione 100 rarissimi scatti dagli anni ’30 agli anni ’70 del Novecento che raccontano la storia della moda a Firenze attraverso l’obiettivo dei fotografi della ‘bottega’ Foto Locchi.

La mostra si articola in tre sezioni.
Le botteghe artigiane: quell’insieme di botteghe dedite all’alto artigianato dal Medioevo, che nel Novecento ha favorito la nascita di alcuni tra i più famosi brand dell’alta moda italiana nel mondo. Già intorno agli anni Venti, il mito dell’artigianato fiorentino era arrivato negli Stati Uniti: le ricche ereditiere americane puntavano a Firenze per fare incetta di lingerie ricamata, argenteria, cuoio lavorato in modo eccellente e cappelli di paglia. Emblematica in tal senso la scelta di Salvatore Ferragamo che, dopo 13 anni di successi in America, decise di stabilirsi a Firenze oltre che per la sua bellezza anche per attingere a quel pozzo di specialità artigiane che da sole potevano consentirgli di raggiungere i suoi obiettivi d’eccellenza.

La moda a Firenze: dai primi eventi dopo la seconda guerra mondiale fino alle leggendarie sfilate nella Sala Bianca di Palazzo Pitti (1952-1982), le origini della moda moderna a Firenze si devono al coraggio di un uomo gentile quanto severo, profondo conoscitore del mercato americano, ovvero a Giovanni Battista Giorgini che a New York si era fatto un nome di tutto rispetto come buyer capace di trasformare i sogni in realtà. Se lui è stato il padre della moda italiana, Firenze in quegli anni fu la culla della bellezza e dello charme, di uno stile nuovo che emanava dall’entourage fiorentino e internazionale formatosi intorno al neonato sistema moda, come raccontano le foto di quei giorni scattate dai reporter della Foto Locchi non solo ai défilé in Sala Bianca, ma anche nei palazzi privati e nei giardini storici dove si susseguivano serate di gala, feste e rendez-vous esclusivi.

I personaggi della moda: le maison fiorentine che hanno dato origine alla storia moderna della moda italiana come Gucci, Salvatore Ferragamo, Emilio Pucci raccontate attraverso i loro fondatori e i personaggi che le hanno rese celebri nel mondo. I deus ex machina delle grandi sartorie italiane che la Sala Bianca ha visto sfilare come Roberto Capucci, Emilio Schuberth, le Sorelle Fontana e Simonetta Colonna di Cesarò. Personaggi che non hanno avuto timore di mettersi in gioco in prima persona a fianco di Giovanni Battista Giorgini e che da Firenze hanno fatto la rivoluzione del moderno costume italiano. Ma anche special guest in volo da Parigi come Christian Dior e Elsa Schiaparelli, volti dell’aristocrazia internazionale tra cui spicca il duca di Windsor e osannate star di Hollywood, da Audrey Hepburn a Paulette Goddard, e la divina Callas.

Il progetto espositivo nasce dall’incontro tra l’Archivio Storico Foto Locchi, il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike D. Schmidt, il Centro di Firenze per la Moda Italiana e la casa editrice Gruppo Editoriale, con l’intento di valorizzare l’importante archivio fotografico e rendere omaggio al legame storico tra la città e la moda.

A corredo della mostra è stata realizzata una monografia edita da Gruppo Editoriale in cui sono racchiusi i 100 rari scatti esposti in mostra e arricchita da testi inediti a cura di Caterina Chiarelli, Eva Desiderio e Stefania Ricci, oltre ad un’introduzione di Eike D. Schmidt, Andrea Cavicchi e Erika Ghilardi.

Berenice Abbott. Topografie – Mostra al MAN di Nuoro

Berenice Abbott, Dorothy Whitney, Paris, 1926 © Berenice Abbott/Commerce Graphics/Getty Images. Courtesy of Howard Greenberg Gallery, New YorkÈ dedicata a Berenice Abbott (USA, 1917-1991), una delle più originali protagoniste della Fotografia del Novecento, la mostra Topografie in programma al MAN di Nuoro dal 17 febbraio al 31 maggio 2017.

L’esposizione, a cura di Anne Morin, presenta una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta.

Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche –, il percorso espositivo restituisce il grande talento di Berenice Abbott e fornisce un quadro generale della sua variegata attività.

Nata a Springfield, in Ohio, nel 1898, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Ray, in particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.
Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau a James Joice, da Max Ernst ad André Gide.

Allontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste come Jane Heap, Sylvia Beach, Eugene Murat, Janet Flanner, Djuna Barnes, Betty Parson – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria “Le Sacre du Printemps”. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.

Per Abbott è un punto di svolta. Fa propria la poetica del negletto Atget – del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell’archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York.

Tutti gli anni Trenta, dopo il rientro negli Stati Uniti, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture, sull’espansione urbana e sui grattacieli, che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici, oltre che sui negozi e le insegne. Il risultato è un volume intitolato “Changing New York” (1939), che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini.

Nel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista “Science Illustrated”. L’esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull’astrazione, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme, con esiti straordinari.

La mostra Topografie è realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna.