Giacomo Balla. Un’onda di luce – Mostra a Roma

Giacomo Balla, Linee forza di paesaggio + sensazione di ametista, 1918Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, fino al 26 marzo 2017, è aperta al pubblico la mostra ” Giacomo Balla. Un’onda di luce“, a cura di Stefania Frezzotti.

Il consistente nucleo di opere di Giacomo Balla nelle collezioni della Galleria Nazionale è frutto della generosità delle figlie dell’artista verso il museo che già nel 1971 aveva organizzato una importante retrospettiva che fu l’occasione per riflettere sul significato della presenza di Balla in mezzo secolo d’arte italiana e sulla sua centralità nel movimento futurista.
I 35 dipinti donati da Elica e Luce Balla nel 1984 comprendono alcuni capolavori, quali La pazza (1905, dal Polittico dei viventi), Affetti (1910), e, inoltre, opere chiave del periodo futurista, quali le due tavolette delle Compenetrazioni iridescenti (1912), gli studi sulla velocità, le Dimostrazioni interventiste (1915), i dipinti degli anni Venti di ispirazione spiritualista, fino a comprendere l’ultima produzione figurativa, all’epoca ancora poco studiata. Nel 1994 Luce Balla indicava la Galleria quale destinataria di un ulteriore gruppo di opere, affidando a Maurizio Fagiolo dell’Arco l’incarico di selezionarle tra dipinti, disegni, studi. Fra questi sono compresi lo schizzo Appunti dal vero sul quadro “Fallimento” (1902), Ritmi di un violinista (1912) e il progetto di allestimento per Villa Borghese. Parco dei Daini, il grande polittico acquistato nel 1962 dall’ambasciatore Cosmelli.

La mostra espone per la prima volta insieme le opere provenienti da entrambe le donazioni, offrendo così l’occasione di una rilettura essenziale, ma efficace, del percorso di Balla attraverso opere significative dei momenti salienti della sua attività: dalla fase pioneristica del primo decennio del Novecento, quando Balla individua nel Divisionismo e nella fotografia il linguaggio del moderno, attraverso poi le ricerche sulle dinamiche del movimento e della velocità; dagli studi per motivi decorativi e per le arti applicate, fino alla lunga stagione di adesione ad un suo personalissimo realismo e di ritorno ai temi a lui cari del paesaggio romano, del ritratto, degli affetti familiari.

Nella complessità del lungo e molteplice percorso creativo di un artista incessantemente teso verso la sperimentazione, si può individuare un motivo conduttore nel valore della luce – del suo scomporsi e ricomporsi nello spazio e nel movimento – quale linfa vitale dell’immagine. Per questa ragione, si è scelto di prendere in prestito come titolo per questa mostra un dipinto di Balla del 1943, Un’onda di luce appunto, nel quale l’artista gioca con le parole alludendo alla luce, naturale o artificiale, e al nome della sua figlia maggiore.

Alberto Burri, un nuovo museo a Città di Castello con l’opera grafica dell’artista

Alberto Burri, Sestante 14, 1989, Serigrafia, carta Fabriano Rosaspina cm. 49,5x63,5
Alberto Burri, Sestante 14, 1989, Serigrafia, carta Fabriano Rosaspina cm. 49,5×63,5

Apre a Città di Castello (Perugia) il 12 marzo 2017 il terzo Museo della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, dedicato esclusivamente all’intero corpus dell’opera grafica di Alberto Burri (1915 – 1995). L’evento conclude l’anno “lungo” del Centenario della nascita dell’artista umbro.

L’inedita sezione agli ex Seccatoi occupa oltre quattromila metri quadri, tutti ottenuti da un recente intervento di riqualificazione di parte degli spazi sottostanti in vasti ambienti che accolgono, secondo l’originario allestimento predisposto dallo stesso Burri, i suoi Grandi Cicli d’opera.

Con tale nucleo di opere grafiche, la superficie espositiva offerta ai visitatori negli ex Seccatoi raggiunge gli undicimila e cinquecento metri quadri. Con le tre diversificate raccolte, comprensive anche delle sculture all’aperto, complessivamente, il “Polo Burri” a Città di Castello è il più esteso Museo d’Artista al mondo.

La nuova sezione, o Terzo Museo Burri, accoglie e propone l’intero repertorio grafico e di multipli dell’artista, consistente in oltre duecento opere. Si tratta di un importante aspetto della produzione artistica di Burri, che a volte precorre, a volte segue e in altri casi è coeva con le sue opere maggiori e pone in evidenza anche la sua straordinaria manualità e attitudine alla sperimentazione costante.

«Nel caso di Burri, parlare di grafica non significa parlare di una produzione minore rispetto ai dipinti, ma soltanto di una modalità artistica diversa e parallela, nella concezione e nell’esecuzione, tale insomma da potersi annoverare con assoluto rilievo nella produzione del grande pittore, a fianco di tutti gli altri suoi rivoluzionari pronunciamenti innovativi – afferma Bruno Corà, Presidente della Fondazione -. Anche nella grafica, Burri ha cercato di superare sfide tecniche e di spingere i confini sia degli strumenti che dei materiali utilizzati. Con esiti di interesse straordinario, come le opere esposte confermano».

L’attività grafica di Burri ha inizio nel 1950 e si conclude nel 1994. Com’è noto, Burri ha ricevuto nel 1973 dall’Accademia Nazionale dei Lincei il Premio Feltrinelli per la Grafica con la motivazione che essa «… si integra perfettamente alla pittura dell’artista, di cui costituisce (…) una vivificazione che accompagna il rigore estremo a una purezza espressiva incomparabile».

In occasione dell’apertura della Sezione Grafica della Collezione Burri è prevista una giornata di studio con la partecipazione di studiosi del settore e importanti stampatori nazionali ed esteri.

Jheronimus Bosch e Venezia, mostra a Palazzo Ducale di Venezia

Jheronimus Bosch, Trittico dei santi Eremiti, particolare, 1495-1505 circa, Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”
Jheronimus Bosch, Trittico dei santi Eremiti, particolare, 1495-1505 circa, Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”

È dedicata a Jheronimus Bosch, pittore olandese vissuto tra il 1450 circa e il 1516, la mostra che dal 18 febbraio al 4 giugno 2017 è allestita a Palazzo Ducale – Appartamento del Doge – di Venezia.

Attorno ai tre capolavoriveneziani” di Bosch, custoditi in laguna alle Gallerie dell’Accademia – due trittici e quattro tavole -, riportati all’antico splendore grazie a una importante campagna di restauri, ruotano circa 50 opere, provenienti da importanti collezioni internazionali pubbliche e private.

Di Jheronimus Bosch vengono, dunque, esposte Il martirio di santa Ontocommernis (Wilgefortis, Liberata), Tre santi eremiti e Paradiso e Inferno (Visioni dell’Aldilà), mentre tra le opere di contesto figurano, tra gli altri, dipinti di Jacopo Palma Il Giovane, Quentin Massys, Jan Van Scorel, Joseph Heintz, disegni e bulini straordinari di Dürer, Bruegel, Cranach e Campagnola, bronzi e marmi antichi, preziosi e rari manoscritti e volumi a stampa.

Le opere  in mostra conducono il visitatore a scoprire una città, Venezia, che accanto al classicismo tizianesco e al lirismo tonale inseguiva una passione dotta per il tema del sogno e le visioni oniriche; chiariscono i collegamenti tra le Fiandre e uno dei più raffinati e colti protagonisti della scena veneziana, il Cardinale Domenico Grimani che volle i capolavori dell’artista. I capolavori esposti mostrano, inoltre, le connessioni di questo ambiente culturale con la cabala ebraica e la cultura giudaica in generale e rievocano i salotti e le straordinarie collezioni che a Venezia diventavano luogo e occasione di discussioni e scambi d’opinione, di natura filosofica e morale.

L’intervento conservativo non ha solo consentito, infatti, una migliore leggibilità delle opere ma ha portato anche alla luce una serie di indizi fondamentali per ripensare le molte questioni sospese: sulle origini e il significato dei lavori dell’artista, sulla presenza di tali opere a Venezia ma anche sull’impatto di Bosch sull’arte italiana.

Una mostra emozionante, che tra visioni infernali, “chimere e stregozzi”, per usare le parole di Anton Maria Zanetti, ci porta a riscoprire un’arte volutamente enigmatica che non smette di incuriosire, far discutere e meravigliare.

Alla fine del percorso si può entrare virtualmente nell’opera, immergersi negli anfratti dell’Inferno e nelle luci del Paradiso grazie a un’innovativa tecnologia che permette – indossando gli Oculus – una visione emozionale, di grande impatto e totalmente immersiva delle Visioni dell’Aldilà di Jheronimus Bosch.

Jheronimus Bosch e Venezia”, co-prodotta dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e dal Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia, con il patrocinio del Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona, è curata da Bernard Aikema con il coordinamento scientifico di Gabriella Belli e Paola Marini.

Keith Haring in mostra a Palazzo Reale di Milano – Le immagini

Keith Haring, Untitled, June 11 1984, acrilico su tela, 238,8 x 716,3 cm, Collezione privata © Keith Haring FoundationPalazzo Reale di Milano dal 21 febbraio al 18 giugno 2017 presenta la mostra “ Keith Haring. About Art”.

In esposizione 110 opere del geniale artista americano, molte di grandi dimensioni, alcune inedite o mai esposte in Italia, provenienti da collezioni pubbliche e private americane, europee, asiatiche.

Le opere di Keith Haring si affiancano a quelle di autori di epoche diverse a cui Haring si è ispirato e che ha reinterpretato con il suo stile unico e inconfondibile, in una sintesi narrativa di archetipi della tradizione classica, di arte tribale ed etnografica, di immaginario gotico o di cartoonism, di linguaggi del suo secolo e di escursioni nel futuro con l’impiego del computer in alcune sue ultime sperimentazioni. Tra queste, s’incontrano quelle realizzate da Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee per il Novecento, ma anche i calchi della Colonna Traiana, le maschere delle culture del Pacifico, i dipinti del Rinascimento italiano e altre.

Keith Haring è stato uno dei più importanti autori della seconda metà del Novecento; la sua arte è percepita come espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi propri del suo e del nostro tempo: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere. Haring ha partecipato di un sentire collettivo diventando l’icona di artista-attivista globale.

Tuttavia, il suo progetto, reso evidente in questa mostra, fu di ricomporre i linguaggi dell’arte in un unico personale, immaginario simbolico, che fosse al tempo stesso universale, per riscoprire l’arte come testimonianza di una verità interiore che pone al suo centro l’uomo e la sua condizione sociale e individuale.
È in questo disegno che risiede la vera grandezza di Haring; da qui parte e si sviluppa il suo celebrato impegno di artista-attivista e si afferma la sua forte singolarità rispetto ai suoi contemporanei.

La mostra, curata da Gianni Mercurio, è promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale, Giunti Arte mostre musei e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, con la collaborazione scientifica di Madeinart, ed è accompagnata da un catalogo pubblicato da GAmm Giunti/24 ORE Cultura.

Please come back. Il mondo come prigione? – Mostra al Maxxi di Roma

Rä di Martino, Authentic News of Invisible Things (tank), 2014, double channel video installation - Mostra "Please come back. Il mondo come prigione ?"
Rä di Martino, Authentic News of Invisible Things (tank), 2014, double channel video installation – Mostra “Please come back. Il mondo come prigione ?”

È ospitata nella Galleria 5 del MAXXI di Roma la mostra “Please come back. Il mondo come prigione?”, a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli.

L’esposizione, aperta al pubblico fino 21 maggio 2016, presenta 50 opere di 26 artisti che raccontano il carcere come metafora del mondo contemporaneo e il mondo contemporaneo come metafora del carcere: tecnologico, iperconnesso, condiviso e sempre più controllato.

La mostra si compone di tre sezioni: Dietro le mura, Fuori dalle mura e Oltre i muri.

Della prima sezione – Dietro le mura – sono protagonisti artisti che hanno fatto una esperienza diretta della prigione, sia perché sono stati reclusi, sia perché ne hanno fatto il soggetto del proprio lavoro, sia perché sono cresciuti in ambienti caratterizzati da questa presenza ingombrante. Tra questi Berna Reale con un video che racconta la luce della torcia olimpica all’interno delle carceri brasiliane, Harun Farocki, che utilizza i filmati delle videocamere di sorveglianza del carcere di massima sicurezza di Corcoran in California, e Gianfranco Baruchello con le interviste ai detenuti delle carceri di Rebibbia e Civitavecchia.

In Fuori dalle mura troviamo le opere di quegli artisti che hanno compiuto una riflessione sulle prigioni che non possiamo vedere, sui regimi di sorveglianza, capaci di trasformare le città contemporanee in vere e proprie “prigioni a cielo aperto”. Tra questi Superstudio che con il suo Monumento Continuo aveva profeticamente immaginato un modello di urbanizzazione globale alternativo alla Natura; Mikhael Subotzky che presenta materiali video forniti dalla polizia di Johannesburg; Lin Yilin con la sua performance che riproduce una scena di privazione della libertà per testare le reazioni dei cittadini della città cinese di Haikou e di Parigi; Rä Di Martino che trasforma Bolzano nel fondale di una messa in scena con finti carri armati.

Nella terza sezione – Oltre i muri – il tema è quello della sorveglianza come “pratica organizzativa dominante”, fenomeno omnipervasivo nella nostra società dopo l’ 11 settembre 2001. Ecco allora, tra le opere presenti in quest’area, la pratica della “guerra al terrore” che diventa protagonista del lavoro di Jenny Holzer; il progetto di Simon Denny che si ispira alle rivelazioni di Snowden; Jananne Al-Ani che riproduce la prospettiva del drone investigando diversi siti in Medio Oriente; Zhang Yue che con un lavoro visionario prefigura future guerre o un piano per la distruzione degli Stati Uniti.
Tra le opere esposte anche due acquerelli su seta di Shen Ruijun, Lake e Abuse del 2009, che verranno acquisiti nella collezione del MAXXI.

La mostra è accompagnata da una serie di incontri, eventiappuntamenti e da una rassegna cinematografica, in collaborazione con Fondazione Cinema per Roma, che presenta 4 film che raccontano come il controllo sull’uomo si sia fatto nel corso degli anni sempre più stringente a causa della nuova comunicazione globale.

Gli artisti in mostra:
AES+F, Jananne Al-Ani, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Mohamed Bourouissa, Chen Chieh-Jen, Simon Denny, Rä di Martino, Harun Farocki, Omer Fast, Claire Fontaine, Carlos Garaicoa, Dora García, Jenny Holzer, Gülsün Karamustafa, Rem Koolhaas, H.H. Lim, Lin Yilin, Jill Magid, Trevor Paglen, Berna Reale, Shen Ruijun, Mikhael Subotzky, Superstudio, Zhang Yue.

William Merritt Chase, un pittore tra New York e Venezia

William Merritt Chase, The Young Orphan (1884), © National Academy of Design New YorkUna grande retrospettiva dedicata all’artista statunitense William Merritt Chase (1849-1916) è aperta al pubblico, fino al 28 maggio 2017, a Venezia, presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

In esposizione circa sessanta opere provenienti da collezioni pubbliche e private statunitensi. In mostra anche l’unica opera di Chase presente in Italia, Self-Portrait (1908), che giunge a Venezia in prestito dagli Uffizi.

Il percorso espositivo, suddiviso in otto sezioni, si articola secondo un andamento tematico che intende documentare i vari soggetti realizzati dall’artista americano durante la sua carriera.

La prima sala ospita le opere degli anni monacensi, ritratti di giovani immersi in una scura cromaticità, influenzati dalle lezioni di Karl von Piloty, professore all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco, e dagli studi condotti sulle opere dei grandi maestri. Accanto ad essi una selezione di dipinti realizzati durante il periodo veneziano (1877-1878), in cui la particolare luminosità della laguna caratterizza scorci e vedute che colgono il vissuto della città con accenni realistici.

Il percorso continua seguendo William Merritt Chase nel suo rientro in patria, all’interno del suo studio newyorkese, luogo di interazione e promozione culturale, riccamente arredato con un’eclettica collezione di opere e oggetti d’antiquariato, che mescolano influenze europee ed orientali. Seguendo la moda del tempo kimono e ventagli, paraventi e stampe vengono inclusi in una serie di opere in cui l’artista coglie motivi ed elementi desunti dalla cultura giapponese.

Sulle pareti dell’ampio salone di Ca’ Pesaro i grandi ritratti della moglie, Alice Gerson Chase, e delle allieve dei corsi di pittura. Raffigurate secondo i canoni della ritrattista tradizionale, si presentano fiere davanti all’osservatore, personificando il nuovo tipo americano di bellezza e indipendenza.

Il mondo degli affetti compare nella sala successiva, con scene intimiste in cui l’artista raffigura il ruolo materno della moglie e i momenti ludici delle figlie.

Dall’ambiente domestico usciamo quindi negli spazi verdi e nelle località di villeggiatura, luoghi di svago dell’alta borghesia. Questa serie di vedute di parchi cittadini e marine dimostrano l’assimilazione dei soggetti e della tecnica dell’Impressionismo, tradotta in un linguaggio personale che avrà profonda influenza sullo sviluppo della pittura americana.

Alla luminosità dei paesaggi marini fanno da contraltare le cupe tonalità delle nature morte. Riflessi e riverberi metallici ravvivano le calibrate composizioni di grande formato, esaltate da ricche e sfarzose cornici.

L’ultima sala rende infine omaggio a Firenze e Venezia, mete italiane dei corsi estivi tenuti da William Merritt Chase in Europa. Le brillanti tonalità delle spiagge statunitensi raggiungono qui un’ampia saturazione a voler catturare la bellezza e la vitalità del paesaggio toscano. Vedute en plein air di Venezia, sede nel 1913 dell’ultimo corso estivo tenuto all’estero dal pittore, sono caratterizzate da un libero cromatismo e da un personale gesto pittorico, a testimonianza dell’evoluzione dello stile dell’artista da una rappresentazione dal vero rispettosa dei precetti accademici a una visione libera dagli schemi, espressione del puro piacere per la pittura.

La mostra, realizzata sotto la direzione scientifica di Gabriella Belli, Dorothy Kosinski e Matthew Teitelbaum, a cura di Elsa Smithgall, Erica E. Hirshler, Katherine M. Bourguignon e Giovanna Ginex, è accompagnata da un catalogo la cui edizione italiana è curata da Magonza (Arezzo).

Gio Ponti. L’infinito blu alla Triennale di Milano

Gio Ponti: L’Infinito BluGio Ponti. L’infinito blu ” è il titolo della mostra che dal 10 febbraio al 5 marzo 2017 resterà aperta al pubblico alla Triennale di Milano.

In esposizione disegni, appunti di lavorazione e fotografie che raccontano il progetto di Gio Ponti per l’Hotel Parco dei Principi di Sorrento.

La mostra presenta, infatti, da un lato, i disegni originali di Ponti, con tutti gli appunti di lavorazione, le fotografie del laboratorio dell’azienda dove l’architetto ha lavorato a fianco degli artigiani e operai, insieme alle ceramiche originali dell’epoca; dall’altro lato, dopo circa 60 anni, si potrà vedere la riproduzione fedele delle 27 maioliche, insieme agli inediti 5 decori, non utilizzati per il Parco dei Principi, ora per la prima volta realizzati dai maestri decoratori della Ceramica Francesco De Maio, che ha rilevato, nel 1990, la ex Ceramica D’Agostino, oggi Antiche Fornaci D’Agostino.

Come scrive Ponti, a proposito del progetto di Sorrento, «date a uno un quadrato di venti per venti e, benché nei secoli tutti si siano sbizzarriti con infiniti disegni, c’è sempre posto per un disegno nuovo, per un vostro disegno, non ci sarà mai l’ultimo disegno».

Ecco la modernità di Ponti: infinite possibilità di combinazioni progettuali e che tutto sia eseguito seguendo le regole del “fatto a mano”, perché solo così il disegno come il colore si rigenerano senza esaurirsi mai.
Gio Ponti. L’infinito blu” non solo è una mostra che ricostruisce una condizione privilegiata, ma dimostra che è sempre possibile rimettere in gioco un concetto, una filosofia progettuale, a patto che le regole siamo sempre le stesse: “nulla che non sia prima nelle mani”, e le mani sono l’espressione più diretta del pensiero.

La mostra, a cura di Aldo Colonetti e Patrizia Famiglietti, è accompagnata da un catalogo, che ospita una serie di interventi di Aldo Colonetti, Gianni De Maio, Patrizia Famiglietti, Salvatore Licitra, Lisa Licitra Ponti, Fulvio Irace, Fabrizio Mautone e, in particolare un dialogo con Gillo Dorfles, amico di Gio Ponti, con cui ha avuto un lungo sodalizio, soprattutto durante la direzione di “Domus”.

L’esposizione è stata realizzata in collaborazione con l’Archives Gio Ponti e lo CSAC, Università di Parma.

“La Stampa” compie 150 anni – Mostra fotografica a Palazzo Madama di Torino

La Stampa, mostra fotografica per i 150 anniIn occasione dei 150 anni de “La Stampa“, quotidiano nazionale nato a Torino nel 1867, Palazzo Madama ospita, dal 9 febbraio al 22 maggio 2017, la mostra “La Stampa fotografa un’epoca. Scatti che raccontano 150 anni della nostra storia”.

Attraverso una selezione di 500 fotografie e documenti provenienti dall’archivio storico del giornale sarà possibile rivivere temi sociali, costumi e personaggi che hanno caratterizzato un secolo e mezzo di storia, testimoniando nello stesso tempo l’importanza fondamentale che la documentazione iconografica riveste nella vita di un giornale.

Le tante testimonianze in mostra, selezionate da Cynthia Sgarallino, comprendono fotografie originali: alcune con annotazioni storiche, altre ritoccate a tempera e matita, come si faceva prima di Photoshop, altre ancora sgualcite o incurvate. Tutte sono state selezionate perché “hanno addosso” il lavoro di questi 150 anni in cui sono passate di mano tra fotografi, archivisti e giornalisti.

L’esposizione è articolata in 13 sezioni, seguendo un ordine tematico che prende le mosse dalla Redazione. Da questo punto di partenza si snodano tutti gli altri dodici temi: Lavoro, Svago, Terza Pagina, Torino, Terrorismo, Moda, Diritti, Solidarietà, Migrazioni, Conflitti, Mondo, Sport.

Ad accompagnare le immagini in mostra, un’ampia selezione di prime pagine del giornale, ben 47 per ricordare gli avvenimenti più importanti accaduti in Italia e nel mondo nel corso degli ultimi 150 anni.

Al centro della mostra Il mondo della Stampa, opera d’arte contemporanea in carta di giornale pressata di Michelangelo Pistoletto, realizzata appositamente per l’occasione.
Il celebre artista ne ha sintetizzato il significato con questa frase: “Quanti frammenti di memorie compongono la sfera di giornali che celebra La Stampa nel mondo!”.

Il percorso di visita prevede anche numerosi apparati multimediali. Innanzitutto gli audio di alcuni eventi chiave della storia italiana: dalla canzone del Piave, all’ultimo discorso di Matteotti alla Camera o a quello pronunciato da Togliatti dopo l’attentato. Ma anche il popolare “Lascia o raddoppia?!” di Mike Bongiorno, fino alla proclamazione di Papa Francesco.
Un touch screen consentirà di selezionare e ascoltare le interviste a otto direttori de La Stampa, da Arrigo Levi a Maurizio Molinari.

Infine, su due schermi scorreranno alcune tra le numerose fotografie dei lettori a testimonianza del loro lungo e affettuoso rapporto con il quotidiano, pervenute alla redazione grazie al contest “Alla storia de La Stampa manca solo una foto. La tua”.

Guercino a Piacenza, iniziative per celebrare il grande pittore del Seicento

Guercino, Susanna e i vecchioni, Parma, Galleria NazionaleA Piacenza, dal 4 marzo al 4 giugno 2017, sarà ricordato Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, l’artista seicentesco emiliano (Cento, 1591 – Bologna, 1666) che in città ha lasciato importanti testimonianze.

In programma iniziative di grande suggestione e di notevole rilevanza storico-artistica, che uniranno in un unico percorso, tra sacro e profano, il Duomo e Palazzo Farnese.

Fulcro di tutta la manifestazione sarà la Cattedrale, la cui cupola ospita lo straordinario ciclo di affreschi realizzato da Guercino tra il 1626 e il 1627 e che si presenterà in tutta la sua bellezza con una nuova illuminazione realizzata da Davide Groppi.

Eccezionalmente, per tutta la durata dell’evento, i visitatori avranno la possibilità di ascendere all’interno della cupola del Duomo di Piacenza, per ammirare da vicino i sei scomparti affrescati con le immagini dei profeti Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea, Geremia, le lunette in cui si alternano episodi dell’infanzia di Gesù – Annuncio ai Pastori, Adorazione dei pastori, Presentazione al Tempio e Fuga in Egitto – a otto affascinanti Sibille e il fregio del tamburo.
La visita sarà introdotta da una sala multimediale che permetterà al pubblico di leggere in modo innovativo il capolavoro del Guercino e di provare un’inedita esperienza immersiva attraverso particolari visori 3D.

Contemporaneamente, la Cappella ducale di Palazzo Farnese accoglierà una mostra, curata da Daniele Benati e Antonella Gigli, insieme con un comitato scientifico composto da Antonio Paolucci, Fausto Gozzi e David Stone, che presenterà una selezione di 20 capolavori del Guercino, in grado di restituire la lunga parabola che lo ha portato a essere uno degli artisti del Seicento italiano più amati a livello internazionale.

A corollario dell’intera manifestazione, mercoledì 22 e giovedì 23 marzo 2017, nei Musei civici di Palazzo Farnese, si terrà un convegno con i maggiori esperti di Guercino che comunicheranno i più recenti studi sull’opera del maestro di Cento.

L’evento Guercino a Piacenza è promosso dalla Fondazione Piacenza e Vigevano, dalla Diocesi di Piacenza-Bobbio e dal Comune di Piacenza, con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, del MiBACT e col contributo della Camera di Commercio di Piacenza, di APT Servizi Regione Emilia Romagna, di Iren.

Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia – Mostra a Forlì ai Musei San Domenico

Forlì, Art Déco - Tamara de Lempicka: La sciarpa blu, 1930, particolare, olio su tavola, 56,5 x 48 cm, collezione privata
Forlì, Art Déco – Tamara de Lempicka: La sciarpa blu, 1930, particolare, olio su tavola, 56,5 x 48 cm, collezione privata

Forlì dedica una grande esposizione all’ Art Déco italiana. La mostra, in programma ai Musei San Domenico dall’ 11 Febbraio al 18 Giugno 2017, propone  immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l’Italia e l’Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi mondiale del 1929, assumendo via via declinazioni e caratteristiche nazionali, come mostrano non solo le numerosissime opere architettoniche, pittoriche e scultoree, ma soprattutto la straordinaria produzione di arti decorative.

Il gusto Déco fu lo stile delle sale cinematografiche, delle stazioni ferroviarie, dei teatri, dei transatlantici, dei palazzi pubblici, delle grandi residenze borghesi: si trattò, soprattutto, di un formulario stilistico, dai tratti chiaramente riconoscibili, che ha influenzato a livelli diversi tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall’oreficeria ai tessuti alla moda negli anni Venti e nei primissimi anni Trenta, così come la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa.

Le ragioni di questo nuovo sistema espressivo e di gusto si riconoscono in diversi movimenti di avanguardia (le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo) cui partecipano diversi artisti quali Picasso, Matisse, Lhote, Schad, mentre tra i protagonisti internazionali del gusto vanno menzionati almeno i nomi di Ruhlmann, Lalique, Brandt, Dupas, Cartier, così come la ritrattistica aristocratica e mondana di Tamara de Lempicka e le sculture di Chiparus, che alimenta il mito della danzatrice Isadora Duncan.

Ma la mostra ha soprattutto una declinazione italiana, dando ragione delle biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930, oltre naturalmente dell’expo di Parigi 1925 e 1930 e di Barcellona 1929. Il fenomeno Déco attraversò con una forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, gioielli, argenti, abiti, impersonando il vigore dell’alta produzione artigianale e proto industriale e contribuendo alla nascita del design e del “Made in Italy”.

La richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell’artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti, Giovanni Gariboldi, Guido Andloviz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini e Libero Andreotti, alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Buzzi, Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, come agli arazzi in panno di Depero.

Obiettivo dell’esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l’originalità e l’importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana, connotando profondamente i caratteri del Déco anche in relazione alle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Sono qui essenziali i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, affiancato da grandi maestri, come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono a Klimt e alla Secessione viennese; dei maestri faentini Domenico Rambelli, Francesco Nonni e Pietro Melandri; le invenzioni del secondo futurismo di Fortunato Depero e Tullio Mazzotti; i dipinti, tra gli altri, di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla produzione della Richard-Ginori ideata dall’architetto Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci e tedeschi fino ad arrivare al passaggio di testimone, agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.

La mostra, curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, è diretta da Gianfranco Brunelli ed è accompagnata da un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale.

Palermo Capitale italiana della cultura 2018

Palermo
Palermo

Palermo è stata designata quale Capitale italiana della cultura 2018. A darne l’annuncio il Ministro dei Beni culturali e del Turismo Dario Franceschini.

Il capoluogo siciliano è stato scelto tra le dieci città finaliste che si contendevano il prestigioso titolo: Alghero, Aquileia, Comacchio, Ercolano, Montebelluna, Palermo, Recanati, Settimo torinese, Trento, Unione dei comuni elimo-ericini (Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Paceco, San Vito Lo Capo e Valderice).

“La candidatura – è scritto nella motivazione –  è sostenuta da un progetto originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, fortemente e generosamente orientato all’inclusione alla formazione permanente, alla creazione di capacità e di cittadinanza, senza trascurare la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni artistiche contemporanee. Il progetto è supportato dai principali attori istituzionali e culturali del territorio e prefigura a che interventi infrastrutturali in grado di lasciare un segno duraturo e positivo. Gli elementi di governance, di sinergia pubblico-privato e di contesto economico, poi, contribuiscono a rafforzarne la sostenibilità e la credibilità”.

Particolarmente soddisfatto il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che ha affermato: «C’è una profonda emozione, ma devo riconoscere che è stata una vittoria di tutti perché siamo stati capaci ognuno di narrare le bellezze dei nostri territori. La cifra culturale più  significativa e che rivendichiamo è la cultura dell’accoglienza. Rivendichiamo il diritto di ogni essere umano di essere e restare diverso ed essere e restare uguale».

Palermo riceverà un milione di euro e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare i progetti.
Nel 2018 verrà designata la Capitale italiana del 2020.

Falstaff di Verdi alla Scala di Milano, dirige Zubin Mehta

Ambrogio Maestri durante le prove di Falstaff al Teatro alla Scala di Milano
Ambrogio Maestri durante le prove di Falstaff al Teatro alla Scala di Milano

Il Teatro alla Scala di Milano presenta dal 2 al 21 febbraio 2017 Falstaff, commedia lirica in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Arrigo Boito.
Sul podio il Maestro Zubin Mehta, che festeggia i suoi 55 anni di collaborazione con il Teatro alla Scala, mentre la regia è di Damiano Michieletto.

Lo spettacolo, presentato al Festival di Salisburgo nel 2013, accosta le due ultime grandi opere di Verdi che mentre componeva Falstaff, presentato alla Scala nel 1893, concepiva insieme all’architetto Camillo Boito, fratello maggiore di Arrigo, la costruzione della Casa di riposo per musicisti che oggi porta il suo nome e dove sarebbe poi sorto il suo monumento funebre.

L’opera, apologo malinconico e disincantato sul trascorrere del tempo e il tramonto delle illusioni, è collocata da Michieletto nel salone principale di Casa Verdi, ricreato dallo scenografo Paolo Fantin, al tempo presente. «Il protagonista – spiega Michieletto – vive nella condizione della memoria, perché la sua realtà è quella della finitezza, dell’attesa della morte. E tutta la vicenda si svolge un po’ come un ricordo, un sogno, o uno scherzo: Falstaff in un attimo si vede passare davanti agli occhi tutta la vita.»

Il cast è guidato da Ambrogio Maestri, che dopo il debutto nel ruolo alla Scala nel 2001 con Riccardo Muti è stato Falstaff più di 250 volte in oltre 25 teatri, imponendosi come interprete di riferimento. Alice Ford è Carmen Giannattasio, già apprezzata alla Scala nella stessa parte con Daniel Harding e come Amelia in Simon Boccanegra con Myung-Whun Chung e che sta per tornare al Metropolitan come protagonista de La traviata. Ford è Massimo Cavalletti, baritono assai apprezzato dal pubblico della Scala dove ha già cantato tra l’altro in Falstaff con Daniel Harding e con Daniele Gatti, La bohème con Gustavo Dudamel, Simon Boccanegra con Daniel Barenboim e con Myung-Whun Chung e Don Carlo con Fabio Luisi, un’opera in cui tornerà in maggio a Firenze con Zubin Mehta. Quickly è Yvonne Naef, mezzosoprano apprezzato in un vasto repertorio che spazia da Verdi (è stata Quickly con Danele Gatti) a Wagner e Bizet. Nella parte di Fenton torna Francesco Demuro, già applaudito nelle scorse edizioni, che nelle prossime settimane sarà Edgardo alla Fenice e poi Nadir nei nuovi Pêcheurs de Perles a Berlino, mentre Meg è Annalisa Stroppa, reduce dal trionfo personale riscosso come Suzuki nella Madama Butterfly diretta da Riccardo Chailly, e Nannetta ha la voce di Giulia Semenzato, che alla Scala ha già cantato nel Lucio Silla di Mozart nel 2015 e tornerà come Zerlina nel Don Giovanni.
Il Coro e Orchestra sono del Teatro alla Scala, Maestro del Coro è Bruno Casoni.

Dopo la prima rappresentazione in programma giovedì 2 febbraio 2017 ore 20, Falstaff andrà in scena
– domenica 5 febbraio 2017 ore 20 – turno M;
– martedì 7 febbraio 2017 ore 20 – turno A;
– venerdì 10 febbraio 2017 ore 20 – turno O;
– mercoledì 15 febbraio 2017 ore 20 – turno D;
– venerdì 17 febbraio 2017 ore 20 – turno E;
– domenica 19 febbraio 2017 ore 15 – ScalAperta;
– martedì 21 febbraio 2017 ore 20 – turno B.