Dorothea Lange

Dorothea Lange,  Migratory Cotton Picker, Eloy, ArizonaLa sua mano. Scavata come la terra che lavora, dura come il legno su cui è appoggiata. I suoi occhi vigorosi, la capigliatura incolta, il volto giovane e fiero. Sembra che si nasconda, che si copra la bocca, forse non vuole dire nulla di sé. Ma nella mano è scritto il suo destino.

Se per Stieglitz le mani disegnavano delle piacevoli composizioni estetiche, per Dorothea Lange sono profetiche, nascondono la sorte, rivelano più di mille parole. Con un colpo d’occhio nel palmo si coglie la vita, l’amore, la morte.

Nella foto Migratory Cotton Picker, Eloy, Arizona la mano sembra della stessa sostanza del legno, quasi come se non fosse fatta di carne. È uno strumento per combattere la povertà, per non morire; è tutto quello che l’uomo possiede. Il suo destino è in quel palmo. Non importa quanto vivrà, quello che è certo è che molto presto anche il suo viso diventerà scarno, la sua pelle rugosa come la mano. La verde età passerà presto, una vita di stenti e fatiche lo attende. Ed è tutto lì; scritto nei solchi di quella mano.

Dorothea Lange documenta la povertà, soprattutto durante la Grande Depressione, quando si metterà in viaggio con i migranti verso la California per registrare il peregrinare e le sofferenze di un popolo in cerca di lavoro per sopravvivere.
Per lei la fotografia ha una funzione sociale, non deve soltanto documentare, ma suscitare delle reazioni, indignare, spingere a prendere qualche provvedimento. Ciò che conta è “la ricerca della verità – come sostiene – in ogni cosa e ad ogni costo”.
La funzione sociale della fotografia stessa viene avallata dalla FSA (Farm Security Administration), agenzia governativa che sotto il New Deal di Roosvelt mirava a migliorare la condizione di contadini e mezzadri ridotti sul lastrico dalla Grande Depressione. A capo della sezione storica c’era Roy Stryker, economista che credeva molto nel mezzo fotografico e nella capacità delle immagini di dare un volto umano a questioni economiche. Per la FSA lavorarono grandi fotografi, tra cui Dorothea Lange, ed è indubbio che le sue immagini contribuirono in maniera determinante a sensibilizzare le autorità sui provvedimenti urgenti da adottare contro la povertà.

Se negli articoli precedenti abbiamo messo una “porta” separatrice tra i fotografi documentaristi e gli artisti, ora rimescoliamo le carte perchè con la Lange non c’è arte più bella di una strada che corre verso l’orizzonte in un deserto nel quale ogni cosa è uguale a sè stessa. Ci sono solo polvere e massi; la speranza è in quell’orizzonte dove si può trovare la vita oppure la morte. Un deserto simile a quello che hanno vissuto i migranti della Grande Depressione, quando vendevano quel poco che avevano per comprare una macchina e partire per la California; è il deserto presente in ognuno di noi, come individui singoli nei momenti in cui sembra non esservi nessuna speranza, o come gruppo quando tutte le nostre forze sono vane.

Le sue immagini sembrano istanti rubati ad una trama in continuo movimento, location di un film che sintetizzano tutta la pellicola. Bellissima White Angel Bread Line del 1933 dove, come lei stessa ammette, “… si ha l’intima sensazione di aver abbracciato una cosa nel suo complesso”. Ci sono tanti uomini riuniti per la celebrazione del Primo Maggio; probabilmente tutti ascoltano qualcuno che parla, tranne uno che volta le spalle e mira il vuoto con lo sguardo perso. Quest’uomo pare messo lì come monito; ha un cappello di tela di feltro sgualcito, diverso dagli altri. È già in miseria, deve aver perso ogni speranza, si stringe le mani come per darsi coraggio, appare estraneo al gruppo. Tra qualche mese la Grande Depressione inghiottirà ogni cosa e tanti uomini, riuniti nello scatto come sinonimo di forza, si troveranno soli con sé stessi a combattere la povertà.
C’è qualcosa di cinematografico e romanzato. Difatti le immagini di Dorothea Lange ispireranno il grande romanzo Furore di Jhon Steinbeck e la trasposizione cinematografica di Jhon Ford.

Furore racconta dell’emigrazione di una famiglia di mezzadri, i Joad, che attraverso il deserto americano si dirige verso la California.
Siamo nella Grande Depressione e la storia sembra rimandare direttamente all’esodo degli ebrei nella Bibbia; prima la traversata nel deserto, poi la terra promessa occupata da altri popoli e la dura lotta per conquistarla. Il riscatto è solo nella grande dignità umana, nello spirito di sacrificio e attaccamento alla vita (vedi Migratory Mother – Texas o Migrant Mother, una Madonna del XX secolo mentre allatta il suo bambino).
La forza dei suoi personaggi è la forza delle foto della Lange, una delle più grandi, in assoluto, della storia della fotografia.

Diego Pirozzolo

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