L’uomo che mente, film di Alain Robbe-Grillet – Recensione

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Locandina del film "L'uomo che mente"Diciamolo una volta per tutte: nel complesso, l’opera di Alain Robbe-Grillet è stata un bluff. I suoi romanzi ormai non li legge più nessuno. Personalmente, dubito che qualcuno lo abbia davvero mai fatto: è arduo sopravvivere, dopo una decina di pagine, al puro procedere elencatorio della sua scrittura. “Trovo più interessante fare le parole incrociate”, diceva Chabrol quando veniva interrogato sul maestro del noveau roman. E Truffaut: “Un tipo come Robbe-Grillet di cinema non ne capisce nulla”.

Vero è che, negli anni Sessanta e Settanta, alcuni suoi film ebbero un lusinghiero successo (“Allora i produttori facevano la fila per lavorare con me”, lamenterà il regista quando i tempi delle vacche grasse erano ormai tramontati). Per merito, certo, di alcuni interpreti d’alta scuola (Jean-Louis Trintignant, Philippe Noiret, Michel Lonsdale) e delle splendide fanciulle in fiore che si prestavano amichevolmente a comporre per lui deliziosi tableaux vivants, ingegnandosi all’occorrenza a recitare il meno possibile (il cinema di Robbe-Grillet prevede l’utilizzo di modelli, non già di personaggi vivi). Ma in grazia soprattutto delle immagini di squisito erotismo con cui l’autore trapuntava i propri lavori (le stesse che mandavano puntualmente in bestia le femministe di quei giorni: altro merito non da poco).

Giunto con quasi mezzo secolo di ritardo sui nostri schermi televisivi, L’uomo che mente si lascia apprezzare per la scena della punizione di Maria, la serva del castello, dove riemergono, sia pur con una certa cautela (la scena in questione, a conti fatti, è quasi casta), i consueti ammiccamenti e richiami di chiara matrice sadiana. Per il resto, nel film l’artificio, il cerebralismo e l’ingegnosità imperano sovrani – come pure la noia.

L’autore si diverte qui a sovvertire, decontestualizzandoli, gli stereotipi narrativi e iconografici propri del cinema resistenziale, così come in altre occasioni si accanirà a smontare i meccanismi del genere avventuroso, poliziesco o erotico. Al tempo stesso, la pellicola rispolvera il motivo, di ascendenza pirandelliana, del personaggio in cerca di una storia, indotto a mentire in continuazione per poter dare un fondamento alla propria identità incerta.

Alla fine della seconda guerra mondiale, uno straniero si presenta al castello in cui vivono, insieme a una serva, la moglie e la sorella di Jean, il comandante partigiano locale, misteriosamente scomparso. Lo straniero, che dice di chiamarsi Boris, prende a parlare di se stesso e dei rapporti che lo legavano a Jean. Si accanisce nei suoi discorsi nel tentativo di essere creduto dalle sue interlocutrici. Di fatto, ogni nuova versione che l’uomo fornisce dei fatti che lo riguardano è destinata fatalmente ad apparire inverosimile, venendo peraltro a essere contraddetta dalle immagini stesse della pellicola.

Si crea in continuazione, nel film, un rapporto conflittuale tra la parola e le immagini: tra ciò che è enunciato dalla voce off del protagonista che racconta e quello che vediamo scorrere sullo schermo. L’aspetto di finzione, nella pellicola, è denunciato in termini espliciti. La menzogna – questo vuol farci intendere il regista – è connaturata a ogni film, a ogni storia narrata. Né può esserci alcuna attinenza tra la realtà reale e quella di un racconto, la costruzione fittizia che si svolge sullo schermo e che vive di vita propria, in un universo chiuso, autonomo, totalmente autosufficiente e non rappresentativo d’altro che di se stesso.

Nicola Rossello

Scheda film

Titolo: L’uomo che mente (L’homme qui ment)
Regia: Alain Robbe-Grillet
Cast: Jean-Louis Trintignant, Ivan Mistrik, Zuzana Kukorikova, Sylvia Turbova, Sylvie Breal, Jozef Cierny, Jozef Króner, Dominique Prado, Dusan Blaskovic, Catherine Robbe-Grillet, Július Vasek, Ivan Letko
Durata: 95 minuti
Genere: Drammatico
Anno: 1968

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