Bit Culturali incontra Gerardo Ferrara, autore del romanzo “L’assassino di mio fratello”

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Gerardo Ferrara, autore del romanzo "L'assassino di mio fratello"

Gerardo Ferrara, autore del romanzo “L’assassino di mio fratello”

Certi tramonti autunnali li guardo dalla finestra di casa mia, accompagnato da un notturno di Chopin e sorseggiando del vino rosso di annata. Tramonti immaginati o rubati agli scorci di cielo che si intravedono tra i tetti degli eleganti Palazzi Umbertini del mio quartiere a Roma. Lo faccio anche oggi che preparo questa intervista con un misto di stupore e piacere, perché incontro un romanziere sensibile e profondo, Gerardo Ferrara, che ha iniziato a scrivere il suo primo romanzo (“L’assassino di mio fratello”, Giovane Holden Edizioni, 2013) proprio ascoltando Chopin, in un giorno di nostalgia. Un romanziere che ti prende per mano e sa condurti in certi luoghi che sono i suoi, ma diventano anche i tuoi, lasciandoti scoprire attraverso le sue pagine qualcosa in più di quel complesso mondo che esiste fuori e dentro  di noi.

Gerardo Ferrara come è andata in quel lontano giorno mentre ascoltava Chopin?
Era il 2003. Mi trovavo a Buenos Aires per qualche mese, svolgevo lì uno stage. Un pomeriggio, mi sentivo un po’ solo e avevo molta nostalgia di casa, mi sono seduto al computer, proprio ascoltando un notturno di Chopin, ed ho immaginato una scena. Poi, ho scritto la prima pagina e l’ho abbandonata lì, in una cartella, per ben nove anni, finché alcuni cari amici mi hanno spinto a tirar fuori dal cassetto appunti, ricordi e ispirazioni che avevo messo da parte nel corso del tempo.

Immaginava di avere una così forte vena creativa?
Più che altro ci speravo e ci spero. Oggi, come allora, è soprattutto una scommessa, un gesto di fiducia ed obbedienza nei confronti delle persone che mi hanno spinto a scrivere, oltre che dei lettori, le persone cui spero di comunicare qualcosa di me, di lasciare qualcosa di bello, magari anche solo un breve istante, un bel ricordo, una piccola oasi nella fatica della quotidianità. Definirei l’avventura che è questo romanzo come un salto nel vuoto.

Il suo romanzo parla di un viaggio sia fisico che interiore, un libro che aiuta il lettore a guardarsi dentro, a porsi delle domande.
Sì, è così. Ognuno di noi è costretto, prima o poi, a uscire un po’ da se stesso per guardarsi meglio, capire che cosa c’è che non va. Per me, ad esempio, è stato così: la tendenza a voler evadere, a viaggiare per cercare qualcosa fuori, lontano, si è trasformata, quando ho accettato di guardare dentro me stesso, in un viaggio nella mia anima, nella mia storia, dal quale penso di essere tornato arricchito ancor più di quando sono andato dall’altra parte del mondo.

Secondo lei la letteratura e più in generale l’arte possono aiutare a migliorare la vita?
Certo che sì. Quello che vorrei, scrivendo, è accompagnare il lettore in un percorso nella propria vita, attraverso personaggi in cui egli possa immedesimarsi almeno un pò. Nondimeno, ritengo che l’artista debba desiderare, anzi, debba fare di tutto per migliorare la vita degli altri. L’arte non è arte se è solamente divagazione, astrazione, esaltazione di concetti enigmatici. A differenza di quanto dicevano i latini, io direi: ars gratia vitae. Il vero artista, infatti, è, per me, colui che si mette al servizio della bellezza e quindi dell’uomo, per non dire di Dio.

Parliamo del suo rapporto con la musica. Mi  è piaciuta una sua affermazione, quando sostiene  che è “un filtro attraverso il quale percepisco la realtà. Ogni cosa è mediata dalla musica ed essa è la mia ispirazione anche quando scrivo”.
Ho imparato a cantare e a suonare quasi prima di imparare a parlare e ho dedicato buona parte della mia vita alla musica. È stato un rapporto di odio-amore, un sacrificio, in parte dolore. Così, ho capito che la musica non è altro da me, che non è la vita, non è qualcosa per cui esistere, ma una parte di me, come la voce, come gli occhi. È un senso in più che è donato a certe persone, come ad altre è data la propensione per le arti figurative e ad altre ancora la capacità atletica. Solo che la musica è qualcosa di universale, accessibile a tutti, anche a chi è storpio, non molto intelligente, povero o semplicemente pigro.

Una pagina scritta che diventa musica ed una melodia che diventa pagina scritta. Sento già il desiderio di leggere il suo prossimo lavoro. Sta già lavorando ad un nuovo romanzo?
Sì. Ho già scritto buona parte del mio secondo romanzo, che è alquanto diverso dal primo, soprattutto perché parla di donne e dal punto di vista di una donna in particolare, che è la protagonista: una figura complessa, estremamente volubile ma, allo stesso tempo, forte, sensuale, indomabile come un’onda del mare che travolge qualunque cosa trovi sul suo cammino ma che, alla fine, è destinata a infrangersi su una scogliera. Amo raccontare i contrasti dell’animo umano e la crescita che questi provocano in un personaggio è alla base di ogni romanzo che si rispetti. Non amo i personaggi che sono semplicemente buoni o cattivi senza conflitti interiori. Non mi appassionano le figure grigie.

Gerardo Ferrara cosa legge? quali sono gli autori che ama, quelli da cui trae ispirazione, non solo per la sua attività di scrittore, ma anche nella sua vita quotidiana.
Da un punto di vista letterario, sicuramente C.S. Lewis, ma anche scrittori come gli israeliani Avraham B. Yehoshua (senza dubbio il mio preferito), Amos Oz, Sami Michael. La letteratura israeliana e quella araba sono certamente la mie favorite. Ultimamente, per il mio secondo romanzo, cerco di ispirarmi anche a Tolstoj, un maestro nella caratterizzazione dei personaggi. Trovo, inoltre, che nessuno scrittore possa prescindere da quella che è l’opera più bella e significativa mai scritta: la Bibbia.

La ringraziamo per il tempo che ci ha concesso e buon lavoro nella stesura del suo prossimo romanzo.

Diego Pirozzolo

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