Roma | A Palazzo Incontro retrospettiva su Franco Fontana

“Io credo – affermava Franco Fontana – che questa (la fotografia – ndr) non debba documentare la realtà, ma interpretarla. La realtà ce l’abbiamo tutti intorno, ma è chi fa la foto che decide cosa vuole esprimere. La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo.”
Sono parole decisive, come uno scatto d’inchiostro che impressiona un foglio bianco: sono indice di una nuova fotografia o, meglio, del ritorno in auge di una modalità di utilizzare la fotografia per esprimere una visione piuttosto che una semplice rappresentazione del reale. Modalità che riporta l’Italia, a livello concettuale ed estetico, sui filoni della grande fotografia di ricerca internazionale.

Si parla di Fontana, ed è obbligatorio vedere la sua mostra. Un artista con il quale si è sicuri di non abusare del termine, che non sceglie uno scalpello, un pennello, ma un oggetto meccanico, contro l’idealismo crociano che considera i fotografi alla stregua di bravi artigiani ma mai artisti. Fontana, insieme ad altri della sua generazione, si muove invece con la semplice idea che uno scatto sia il gesto creativo che meglio possa rappresentare e trasferire su supporto la sua sensibilità ed il suo personale desiderio di esprimersi: idea non del tutto scontata negli anni ’60.
Baia delle Zagare, in Puglia è un’immagine emblematica del suo lavoro. Quali piacevoli tonalità di azzurro e ciano, quali forme create tra giochi di luce ed ombra, quali pensieri, sentimenti, calma, tranquillità in quel paesaggio. Reale? Certo, si vede, ma anche no. Quella prospettiva schiacciata blocca il mondo su una superficie, come se staccasse la realtà che ha di fronte e la stendesse su un piano. Quando un amico un giorno mi chiese, nel caos frenetico della città di Roma, se avessi voluto trovarmi su una spiaggia deserta, ho pensato subito a Baia delle Zagare; non quella vera, quella di Fontana, dove sono protagonisti i colori ed il gioco delle forme, dove la coscienza di un luogo reale ed insieme di un paesaggio tradotto nel linguaggio dell’informalismo astratto convivono perfettamente: un incontro di vodka e vermut, di quelli migliori, servito nel calice freddo in una giornata di calura estiva.

“La visione di Franco Fontana – ha scritto Denis Curti, curatore della mostra – distendendosi nelle ampie campiture cromatiche del paesaggio italiano, non si caratterizza solo per l’inconfondibile stile espressivo, ma anche e soprattutto per il legame imprescindibile con un preciso movimento artistico che introduce la fotografia nel misterioso e proibitissimo regno del colore.” Ed è proprio il colore uno dei tratti distintivi di Fontana, che travolge l’immagine come soggetto stesso carico di significato. Una scelta priva di valore ornamentale, ma presa con cura, cognizione di causa, con desiderio di innovare e raccontare attraverso la policromia il mondo che lo circonda. Sono anni in cui il bianco e nero ha ancora il copyright sulle foto d’arte e del resto l’atteggiamento dei fotografi non è molto permissivo sull’uso del colore. Walker Evans, per citarne uno, ma sono tanti, (Strand e Bresson compresi), lo considerava con una semplice parola: volgare. Il colore creava rumore, sporcava gli equilibri della composizione: Evans era categorico, salvo poi divertirsi negli ultimi anni della sua carriera a giocare con una polaroid producendo delle opere straordinarie a colori. Nella vita e nell’arte mai essere definitivi.

A Palazzo Incontro a Roma sarà possibile ammirare le opere realizzate nella sua lunga carriera. 130 fotografie che raccontano i paesaggi degli esordi negli anni sessanta; la serie realizzata negli Stati Uniti nel 1979 in cui il fotografo applica la sua tecnica al contesto urbano; piscine in cui vengono rappresentati sinuosi corpi di donna avvolti in colori squillanti ed immersi in un paesaggio sospeso; paesaggi immaginari, realizzati dal 2000, in cui il fotografo spinge la suo poetica oltre il limite delle ottiche, offrendoci una visione della realtà, che si snoda tra colori accesi e dinamici movimenti formali, estremamente bidimensionale ed astratta.

La mostra, curata da Denis Curti, è promossa dalla Regione Lazio nell’ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura ed è organizzata da Civita. È visitabile dal 15 ottobre 2014 all’ 11 gennaio 2015.

Diego Pirozzolo