Seurat, Van Gogh, Mondrian. Il Post-Impressionismo in Europa

Maximilien Luce, (Parigi 1858-1941), Dintorni di Montmartre, rue Championnet, 1887, Olio su tela, 45,5x81 cm, Kröller-Müller Museum, Otterlo, Netherlands, © Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, the Netherlands
Maximilien Luce, (Parigi 1858-1941), Dintorni di Montmartre, rue Championnet, 1887, Olio su tela, 45,5×81 cm, Kröller-Müller Museum, Otterlo, Netherlands, © Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, the
Netherlands

Settanta capolavori provenienti dal Kröller Müller Museum di Otterlo sono esposti dal 28 ottobre 2015 al 13 marzo 2016 (prorogata fino al 28 marzo 2016) a Palazzo della Gran Guardia a Verona.
La mostra, dal titolo Seurat, Van Gogh, Mondrian. Il Post-Impressionismo in Europa, racconta l’epocale svolta che avviene tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nella storia dell’arte.

L’esposizione si apre con l’artista-chiave del post-impressionismo, Georges Seurat. Pittore dalla vita breve (muore a soli trentadue anni) e dallo stile raffinatissimo che mette a punto una complessa e rigorosa teoria scientifica sui rapporti tra luce e colore: nasce così il pointillisme, l’inconfondibile tecnica pittorica basata su una fitta picchiettatura di punti di colore divisi e separati, che vengono “fusi insieme” dall’occhio di chi guarda. In apparenza, si tratta di un esperimento rigoroso e quasi impersonale: ma il risultato è di una straordinaria poesia, grazie alla pacata immagine del mondo che Seurat ci offre soprattutto nei paesaggi – tra cui la memorabile Domenica a Port-en-Bessin (1888) – caratterizzati dalla presenza delle acque di fiumi, mari e canali, dalla luce che scintilla, dai riflessi delle imbarcazioni e delle case, dalla profondità degli orizzonti che segnano una fase nuova per l’arte.

Accanto a Seurat, Paul Signac utilizza magistralmente la tecnica del pointillisme, applicandola a paesaggi accesi dai toni luminosi e più solari, spesso legati alla Costa Azzurra. Un capolavoro assoluto è La Sala da pranzo (1886-87) con cui Signac dimostra come questa tecnica particolarissima di stesura del colore si presti non solo a indagare la natura, ma anche a rivelare emozioni nascoste, intimità dell’anima, segreti trattenuti.

La seconda sala mette in luce lo sviluppo internazionale del “colore diviso” e l’apertura verso nuovi soggetti. Nato prima di tutto come metodo d’indagine della realtà, il pointillisme viene applicato inizialmente ai paesaggi: ne sono un efficace esempio le due tele di Henri Edmond Cross tra cui la più rappresentativa è Studio per “Le Ranelagh”: Parco con figure (1889 ca.). Presto, tuttavia, la tecnica del colore diviso si apre a nuovi scenari. Se ne fa interprete il belga Theo Van Rysselberghe sensibile e versatile pittore della fine dell’Ottocento. In mostra sono presenti sei tele di questo artista tra paesaggi marini, nudi femminili e scene familiari, tutte di grande importanza tra cui, eccezionale per dimensione, luminosità e poesia è la splendida In luglio, prima di mezzogiorno (1890), un’opera decisiva nello scenario della pittura europea di fine Ottocento.

Un pagina del tutto particolare è quella del Simbolismo, accompagnato da un ritorno a temi mistici e religiosi. L’interprete più autorevole di una rinnovata sensibilità cristiana alle soglie del Novecento è Maurice Denis, che trasferisce la tecnica dei “nabis” (il gruppo di cui Denis era stato tra i fondatori, insieme a Gauguin) a temi di forte slancio ideale. In mostra anche Johan Thorn Prikker che parte dal pointillisme per una ricerca di misticismo, in cui tradizionali soggetti sacri – come Cristo in croce (1891-92) e Presso la croce (Madonna dei tulipani) del 1892 – vengono affrontati con uno spirito e uno stile legato al simbolismo internazionale.

In questi stessi anni, in un’altra regione della Francia si consumava la bruciante avventura umana di Vincent Van Gogh. Due esperienze parallele con esisti sorprendentemente opposti: alla paziente analisi, Van Gogh contrappone una stesura fremente tradotta in pennellate dense e appassionate. Affascinato prima dalle luci di Parigi e poi abbagliato dal sole della Provenza, Van Gogh va oltre l’Impressionismo. Il suo strumento è senza dubbio il colore, steso con colpi forti e carichi, talvolta quasi spremuto direttamente dal tubetto sulla tela, per proporre una nuova, drammatica intensità.
Attraverso un gruppo di ben otto dipinti e due disegni di Van Gogh, tutti risalenti al periodo trascorso in Francia (1887-1890), la mostra mette a confronto la visione del mondo serena di Seurat con quella nevrotica di Vincent: capolavori appassionati come Il seminatore (1888) e il Paesaggio con fasci di grano e luna che sorge (1889) sono punti di partenza fondamentali per lo sviluppo dell’espressionismo europeo.

Van Gogh rovescia le regole tradizionali della pittura per conferirle una nuova energia. Lo testimonia in mostra un gruppo di opere di artisti francesi, belgi e olandesi, chiaramente influenzati dalle pennellate accese dell’olandese.
Uno degli aspetti più significativi dell’uso del “colore diviso” è il cospicuo gruppo di opere legate ai temi del lavoro e degli sviluppi sociali di un’epoca di rapidi e profondi cambiamenti, con la dialettica tra città e campagna, sviluppo industriale e dinamiche produttive. Nella veduta parigina di Maximilien Luce, quale Dintorni di Montmartre, rue Championnet (1887), spicca una ciminiera fumante che ritroveremo nelle tele di Lemmen (Fabbriche sul Tamigi del 1892) e di Sluijters (Metamorfosi del 1908).
Una figura significativa è quella dell’architetto e designer di Anversa Henry van de Velde, uno dei massimi maestri europei dell’Art Nouveau. In mostra i suoi interessantissimi esordi, con studi di figure umane ma soprattutto con il bellissimo Crepuscolo (1889 circa), in cui la scena è semplificata in lineari campi di colore.
Con il suo essenziale Ponte a Londra (fine 1888 – inizio 1889), Toorop ci guida verso l’ultima sezione della mostra, dedicata a uno dei più significativi sviluppi della ricerca sul colore: il progressivo passaggio verso l’arte astratta.

L’ultimo capitolo dell’esposizione è dedicato alla scelta radicale di Piet Mondrian, che negli anni della Prima Guerra Mondiale compie il passaggio all’astrattismo, suddividendo il campo della tela in riquadri di colore. Sono in mostra quattro opere storiche, a partire dal 1913 quali Composizione n. II (1913), Composizione a colori B (1917), Composizione con griglia 5: losanga, composizione con colori (1919), Composizione con rosso, giallo e blu (1927).

La mostra racconta come sulla scia dell’Impressionismo nasca il Post-Impressionismo che individua e raccoglie tutte le molteplici esperienze figurative sorte negli ultimi anni dell’Ottocento in Europa. Mentre sboccia la fotografia, l’estro della pittura diventa ben diverso e decade l’idea secondo la quale obiettivo dell’arte è il perfetto naturalismo. La pittura deve ricercare un’altra specificità.
Il Post-Impressionismo non è stato uno stile vero e proprio ma ha accomunato artisti i quali a un certo punto della loro esperienza non potevano più porsi il problema della mera riproduzione: i loro strumenti diventano così un modo per comunicare qualcosa invece di rappresentarlo. Nel breve volgere di pochi decenni, le premesse di questo atteggiamento porteranno a rivoluzioni totali nel campo dell’arte con la nascita delle Avanguardie.

Promossa dal Comune di Verona e con il supporto della Fondazione Arena, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia Group in collaborazione con il Kröller Müller Museum ed è curata da Liz Kreijn e Stefano Zuffi.