Mario Giacomelli, Per tutti la morte ha uno sguardo

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Mario Giacomelli, La zia di Franco, Ospizio,(1981/1983)Negli spazi di NonostanteMarras a Milano, 29 novembre 2017 al 18 gennaio 2018, resterà aperta al pubblico la mostra “Per tutti la morte ha uno sguardo” di Mario Giacomelli, a cura di Francesca Alfano Miglietti e Giacomo Pigliapoco, in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli e Katiuscia Biondi.

Per tutti la morte ha uno sguardo riprende un verso dalla poesia di Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi che Mario Giacomelli ha scelto come titolo per la serie fotografica sull’ospizio di Senigallia, con cui instaura un profondo legame sin dal 1954 e dove realizza alcune delle sue serie più famose.

Saranno esposti oltre cinquanta scatti delle serie più conosciute del fotografo marchigiano che testimoniano la sua indagine sullo strazio della realtà, come La zia di Franco (Ospizio) (1981/1983), E io ti vidi fanciulla (Ospizio) (1981/1983), Metamorfosi della terra (Paesaggi) (1955/anni Ottanta), Presa di coscienza sulla natura (Paesaggi) (1976/anni Novanta), Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967/69), Poesie in cerca d’autore (1970/2000).

La mostra si sviluppa a partire dal primo scatto realizzato da Giacomelli: Approdo (1953), una foto scattata sul bagnasciuga, la vigilia di Natale del 1953, che ritrae un’onda dove tutto ciò che è visibile si smaterializza nel bianco della spuma, mentre rimane nitida una ciabatta trasportata dalle onde sulla battigia, con sopra una stella marina: un richiamo all’Uomo e a quello che ne rimane dopo il passaggio del tempo. Emergono qui tutta la tecnica e lo stile fotografico che contraddistingueranno poi Mario Giacomelli: l’immagine bruciata, i forti contrasti e l’ambientazione mossa, completamente sfuocata.

Nella serie dei Paesaggi gli scatti eliminano l’unico punto di riferimento principale: il cielo. I paesaggi sono materia viva e pura, senza mediazioni né distrazioni. La scomparsa dell’orizzonte, il rifiuto dei mezzitoni, i contrasti nettissimi con il bianco che si innesta profondamente nel nero sono, per l’artista, l’indice di una natura che pulsa, che vive, di cui Giacomelli ritrae i “segni del suo paesaggio”. E nella rugosità di un albero (Motivo suggerito dal taglio dell’albero) o nei solchi dei campi arati Giacomelli rivede i volti segnati dai patimenti dei contadini, degli ospiti della casa di cura, degli anziani.

La libertà della tecnica che la fotografia scopre in quegli anni, è servita a Mario Giacomelli per superare i limiti del neorealismo con il quale si è formato, per approdare a un linguaggio diverso e personale in cui lo spettatore, l’artista e il soggetto raffigurato convivono tutti nella stessa scena, in uno sconfinamento e in uno spazio polidimensionale in cui l’arte si amalgama con la vita.

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