venerdì, Luglio 3, 2020
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Elisabetta Sirani in mostra alla Galleria degli Uffizi di Firenze

Elisabetta Sirani (Bologna, 1638-1665), Sacra Famiglia con Sant’Anna e San Gioacchino (Sacra Famiglia delle ciliegie), 1662 circa, Olio su tela, Milano, Collezione privata
Elisabetta Sirani (Bologna, 1638-1665), Sacra Famiglia con Sant’Anna e San Gioacchino (Sacra Famiglia delle ciliegie), 1662 circa, Olio su tela, Milano, Collezione privata

Nella sala Edoardo Detti e nella sala del Camino, al primo piano della Galleria degli Uffizi di Firenze, dal 6 marzo al 10 giugno 2018, resterà aperta al pubblico la mostra “Dipingere e disegnare “da gran maestro”: il talento di Elisabetta Sirani (Bologna, 1638-1665)”.

L’esposizione presenta una selezione di 33 opere provenienti da raccolte italiane pubbliche e private, ad eccezione dell’Autoritratto come Allegoria della Pittura del Museo Pushkin di Mosca.

La produzione sia grafica che pittorica di Elisabetta Sirani è stata oggetto di molti studi, a partire da alcuni pioneristici contributi risalenti agli anni Settanta del secolo scorso, passando per le numerose pubblicazioni degli ultimi anni, tra le quali i gender studies riferiti al peculiare fenomeno delle artiste bolognesi.

Il progetto, curato da Roberta Aliventi e Laura Da Rin Bettina, con il coordinamento scientifico di Marzia Faietti, intende approfondire alcuni elementi emersi dalle indagini precedenti.
La prima parte della mostra è incentrata sul contesto in cui Elisabetta visse e operò: i numerosi aneddoti e i riferimenti rintracciabili nelle fonti a lei contemporanee (opere a stampa in prosa e poesia, epistolari e carte d’archivio) trasmettono l’immagine di una pittrice universalmente ammirata, tanto da ricevere nella sua abitazione personalità politiche e intellettuali di tutta Europa.

Particolare attenzione è stata riservata ai legami della Elisabetta Sirani con alcuni dei protagonisti della scena culturale bolognese grazie ai quali poté intrecciare relazioni con la Firenze medicea e soprattutto con il cardinale Leopoldo, uno dei più importanti collezionisti della sua epoca.

Come riporta il bolognese Carlo Cesare Malvasia pochi anni dopo la sua prematura scomparsa, a soli 27 anni, la pittrice veniva lodata per la «leggiadria senza stento, e la grazia senza affettazione» delle sue creazioni; il segno grafico si caratterizzava per un uso sciolto e sicuro del pennello e dell’inchiostro diluito, mentre la linea tracciata a pietra nera e rossa, a volte concisa altre volte più elaborata, risultava sempre espressiva ed efficace. Nella tecnica dell’acquaforte, poi, l’artista raggiungeva suggestivi effetti atmosferici.

La coerenza dei propri intenti artistici e la consapevolezza dei suoi mezzi emergono non solo nei temi sacri e nei ritratti, ma anche nella capacità di affrontare soggetti allegorici e storici, a volte rappresentati con iconografie non convenzionali. Questi ultimi erano anche il frutto dello studio attento dei testi letterari presenti nella biblioteca del padre Giovanni Andrea, pittore anch’egli e anzi primo maestro di Elisabetta.

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