Jane Goodall in un docufilm di Brett Morgen

Jane Goodall
Jane Goodall

La Fondazione Cineteca Italiana presenta dal 9 al 16 luglio 2018, presso Il Cinema Spazio Oberdan di Milano, il film ” Jane ” di Brett Morgen, docufilm dedicato alla grande primatologa ed etologa inglese Jane Goodall.

Presentato in anteprima mondiale al Festival di Toronto 2017, e realizzato attraverso la rielaborazione di oltre 100 ore di filmati inediti, Jane offre un ritratto intimo, sincero e senza precedenti di Jane Goodall, le cui ricerche sugli scimpanzé sfidarono le opinioni scientifiche di predominio maschile del suo tempo, rivoluzionando la comprensione del mondo naturale.

Attiva fin dai primi anni Sessanta, Jane Goodall è un’autentica icona vivente, dell’etologia e non solo, perché la sua vita, dedicata allo studio dei grandi primati antropomorfi, alla conservazione dell’ambiente, alla formazione delle nuove generazioni e alla divulgazione scientifica, molto può insegnare su come rapportarci in modo virtuoso al nostro bellissimo ma spesso oltraggiato pianeta.

Prodotto da National Geographic e Public Road nel 2017, utilizzando materiale filmato inedito degli archivi della National Geographic Society, il film Jane propone un ritratto intimo della celebre etologa, tra ricerca e vita privata, indissolubilmente legate dopo il suo trasferimento a Gombe, la Riserva della Tanzania dove ha condotto i suoi studi e vissuto senza soluzione di continuità dal 1960 alla fine degli anni ’70 e dove ancora, alla vigilia degli 84 anni, si reca più volte l’anno.

L’autore di gran parte delle immagini d’epoca è Hugo van Lawick, un fotografo e videomaker che nel 1962 ebbe l’incarico da National Geographic di andare a seguire nel bel mezzo dell’Africa centrale una giovane ricercatrice inglese che studiava gli scimpanzé. Jane Goodall si aggirava allora, incurante dei pericoli, nella foresta di Gombe, in prossimità del lago Tanganica, con un taccuino in mano, indossando scarponi di tela e pantaloncini color cachi, con l’aria mite, ma determinata, e i capelli raccolti in una coda di cavallo.

L’incontro con van Lawick – all’inizio segnato da una certa insofferenza poiché Jane aveva rifiutato la presenza di un estraneo che poteva disturbare il suo approccio con gli scimpanzé – fu in molti modi fondamentale nella vita di Jane Goodall.

Durante quella prima missione del 1962, Hugo scattò migliaia di fotografie e girò 65 ore di riprese con la sua cinepresa 16mm. Parte di questo materiale fu utilizzato per il documentario che nel 1965 consacrò Goodall all’attenzione internazionale: “Miss Goodall and the Wild Chimpanzees”, in cui la voce narrante era quella di Orson Welles.

I rulli contenenti le sequenze tagliate in fase di montaggio di quel documentario del 1965 sono stati ritrovati nel 2015 in un deposito della Pennsylvania. Le immagini ci restituiscono degli inediti “dietro le quinte”, soprattutto la rappresentazione di un’intesa professionale, quella con van Lawick, che si tramuta dapprima in complicità e poi in un rapporto affettivo. La ricercatrice e il suo “regista” convoleranno a nozze nel marzo del 1964 e avranno un figlio nel 1967. Negli anni successivi prenderanno strade diverse, pur continuando a collaborare.

Le immagini inedite girate da van Lawick nel corso degli anni ’60 e ’70, con riprese private della famiglia, e con una lunga recente intervista alla Goodall, convergono nel film del 2017, “Jane”, che racconta gli anni dell’infanzia e della formazione in Inghilterra, dal manifestarsi dell’amore per gli animali all’arrivo in Africa, dell’incontro con col noto paleoantropologo inglese Louis Leakey, che fu suo mentore, e del lungo periodo dello studio degli scimpanzé a Gombe.

«Una delle più grandi sfide del film – ha affermato il regista Brett Morgen nel corso della conferenza stampa di presentazione – è stato portare un materiale sterminato di 140 ore di bobine per fotocamera girate in forma discontinua, e senza sonoro, e dargli una forma compiuta, coinvolgente, un montaggio che potesse rendere la storia di Jane e la sua vita a Gombe». «Ma nonostante questo problema – ha aggiunto Morgen – quando ho preso visione per la prima volta di questo materiale filmato, ho pensato che in qualche modo mi ero imbattuto nel più grande film in 16mm esistente».