Dialogo con Teresa Comberiati autrice del romanzo “Il muscolo dell’anima”.

Teresa Combierati
Teresa Combierati

“Nel centro di Bologna, non si perde neanche un bambino..”, cantava Lucio Dalla, e la musica continuava a risuonare beffarda nella mia testa mentre constatavo di essermi perso proprio nel centro di Bologna. Eh già… cercavo un taxi. D’improvisso mi trovai di fronte all’ospedale Rizzoli; grandioso, e per me, più che un luogo di cura, la promessa di un taxi, che non avrei comunque trovato neppure in quel luogo.
Cosa c’entra un ospedale con un libro? Vorrei iniziare questa intervista con Teresa Comberiati riportando un mio ricordo, per sottolineare come la descrizione delle vicende narrate nel suo romanzo Il muscolo dell’anima sia talmente vivida che torneresti a Bologna, indietro nel tempo, per visitare quell’ospedale, raccontato in modo così brillante da diventare un piccolo paese animato da personaggi, medici quasi magici e da pazienti pieni di storie da raccontare. In particolare, trovarmi davanti le pareti bianche della stanza n. 3, per lasciare andare la mia mente e scoprire i riflessi che condizionano il mio io, che in altre parole sono limiti interiori, come Ginevra la protagonista del romanzo durante la sua degenza. Forza di una narrazione scritta con la luce dei pensieri, che ha l’impatto di una fotografia.
Ginevra si trova al Rizzoli per un delicato intervento chirurgico. Ragazza all’alba dei 30 anni cercherà di vincere il trauma dell’intervento leggendo i fatti che le accadono con una vivida ironia e trasformando l’ospedale in un luogo quasi magico. La degenza sarà anche l’occasione per guardarsi dentro e compiere un vero e proprio viaggio interiore tra “le sue tante sé”, per individuare quei riflessi condizionati che possono costituire un limite alla sua crescita, al passaggio da ragazza spensierata a donna consapevole. I muri bianchi della sua camera di ospedale si trasformano così in uno specchio dove scorrono immagini del passato, paure, pensieri, ricordi piacevoli e tristi; costituiranno, dunque, la superficie liscia dove proiettare il suo io passato e cercare forza e motivazioni per la persona che diventerà.

Teresa Comberiati conoscendo Ginevra attraverso le pagine del tuo libro si ha l’idea di un personaggio complesso ma dalla grande ironia e leggerezza. Quanto c’è di Ginevra in te?

Ginevra è un’estrapolazione della mia penna che, col senno del poi, probabilmente si è formata nel tempo. Ci siamo nutrite a vicenda, l’una dell’altra come se da lì a poco dovevamo condividere qualcosa su una base che stavamo costruendo insieme. Una linea sottile traccia il limite che separa me da lei, anche se nel romanzo “giochiamo” un po’ a scambiarci i ruoli.

Oltre a quanto emerge chiaramente dai pensieri di Ginevra, che hai saputo rendere perfettamente, possiamo individuare altri aspetti del carattere della protagonista del tuo libro? Ad esempio: una vitalità estrema che si traduce in uno sguardo magico capace di andare oltre il momento, di guardare al lato poetico, di miscelare la realtà in modo giocoso, senza per questo alterarla e mistificarla in qualcosa che non è.

La protagonista del romanzo ‘Il Muscolo dell’Anima’, sta per intraprendere un percorso molto importante, non limpido ai suoi occhi e fisicamente impegnativo. Lei si troverà in una struttura ospedaliera dove l’onirico ed il fisico si scontreranno. Si creerà “una vita nella vita” fra quelle mura bianche condivise da altre donne che incroceranno il suo percorso. La sua spiccata e innata ironia sarà un’ancora di sopravvivenza per contrastare e difendersi dalle difficoltà.
Vedrà nel suo mondo immaginario dei camici bianchi ballare una allegra Milonga, bere del Branca&Cola e vedersi trasferire da una stanza all’altra a suon di maracas. Eppure fra quelle pareti e nello sguardo di uno specchio Ginevra incontrerà tanti riflessi: alcuni saranno storici, altri no. Per scoprirlo si imbatterà in una ricerca: trovare il muscolo dell’anima.

L’immagine spesso sintetizza un concetto, e tra le pagine del tuo romanzo il lettore incontra linee quasi minimaliste come se le parole vorrebbero ad un certo punto tracciare una linea sul foglio, come per l’appunto fa una crepa su una parete.

Si, all’interno del libro ci sono delle illustrazioni. Il minimalismo dell’illustrazione si avvicina molto alla rappresentazione dell’essenziale. Lo scopo è proprio questo: focalizzare, incidere dei punti come se le illustrazioni fossero dei segnalibro.
Detto ciò, vorrei ringraziare il lavoro certosino e l’impegno che ha dimostrato l’illustratrice/cover design Antonella Comberiati, nonché mia sorella. Come si suol dire “tutto in famiglia!”

Nella tua esperienza artistica hai iniziato come fotografa, oggi sei passata alla scrittura. Il passaggio dalla macchina fotografica alla penna sembrerebbe un po’ insolito: hai sentito la necessità di esprimerti in un modo totalmente nuovo? In che maniera ti sei approcciata alla scrittura e successivamente al prodotto finale?

È vero, per chi mi conosce sa che io nasco come fotografa. Nel mio piccolo mondo, le mie immagini seguono un’espressione concettuale dettata sempre da una ricerca. Come Ginevra, anche io ho le mie “tante me”: ho insegnato, sono stata supplente in diverse scuole, e ho studiato e continuo a farlo per portare avanti ciò che mi piace. Appartengo a quella generazione che ha aperto l’epoca in cui i titoli di studio non sono mai abbastanza, ed è difficile perché ci si divide in mille pezzi per sperare di ottenere un giorno un unico appagante prodotto. Questo per dire che non ho deciso di mettermi a scrivere da un giorno all’altro, ma l’ho sempre fatto. La differenza è che oggi ho il coraggio di farlo vedere!
Il passaggio dalla fotografia alla scrittura per me è stato naturale. Quello che ho sentito di diverso è stato il passo successivo, ovvero le mie parole lette da altri, da voci sconosciute.
C’è una frase che mi ripeto continuamente, riferendomi al libro come se fosse una persona: «Fino a poco tempo fa eravamo solo io e te. Da oggi saremo noi e gli altri!»
Ed è proprio così…

Diego Pirozzolo