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Il medico di notte, un film di Elie Wajeman – Recensione

Il medico di notte

Una Parigi inedita, livida e brumosa, quella portata sullo schermo dall’ultimo film di Elie Wajeman: un paesaggio urbano frammentato e disunito, che riflette e amplifica, nella sua grigia desolazione notturna, lo smarrimento e la desolazione di Mikaël, l’eroe che lo attraversa. Un eroe ambiguo, dolorosamente scisso tra la missione salvifica, quasi sacerdotale, che si è imposto, la stessa che lo spinge a percorrere in lungo e in largo i quartieri difficili della città per prendersi cura degli ultimi, i più vulnerabili e indifesi (tossici e derelitti, bisognosi di assistenza medica; persone anziane e sole, afflitte da crisi di angoscia), e il lato più opaco della propria esistenza (la scarsa attenzione che riserva ai propri familiari; l’avventura adulterina con Sophia; le relazioni ambigue che intrattiene con il cugino farmacista e una banda di pericolosi trafficanti, a cui procura il subutex attraverso false prescrizioni).

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Chiamato qui a incarnare un ruolo assai lontano da quello del sempliciotto teneramente goffo e lunare a cui ci aveva abituati in passato, Vincent Macaigne è riuscito a dare spessore e umanità a un personaggio contraddittorio e lacerato, “preso in conflitto, al confine tra il bene e il male” (Wajeman). Sempre gentile, comprensivo, premuroso verso i propri pazienti, Mikaël, allorché ogni cosa intorno a lui sembra vacillare, sarà capace di improvvisi accessi d’ira e di atti di violenza selvaggia. Il percorso a cui lo costringono le circostanze si configura come un problematico percorso di redenzione, teso a restituire all’uomo la sua dignità perduta, un rapporto pacificato con la propria coscienza. Un itinerario che, conchiuso in un arco temporale ristretto (l’intera vicenda si consuma in un’unica notte), assume un’andatura viepiù concitata, ansimante, ansiogena, dove gli stessi momenti di quiete presenti nel racconto (le visite domiciliari ai malati) conservano pur sempre qualcosa di precario e illusorio.

L’adesione ai ritmi e alle tensioni del genere prevede l’adozione di canoni di rappresentazione mimetica della realtà, che assumono tuttavia coloriture antinaturalistiche, quasi oniriche. Il mélange di crudo realismo documentario e stilizzazione, consueto peraltro al cinema noir degli anni Quaranta, come a quello neohollywoodiano, avvicina il film alla lezione di Jacques Audiard. Per il resto, l’impalcatura strutturale della pellicola, nonché alcune sue strategie narrative, si rivelano un palese tributo al cinema dei maestri: le inquiete peregrinazioni di Mikaël lungo le strade di una città malata, cupa, spettrale, ricordano inevitabilmente quelle di Travis, l’eroe di Taxi Driver di Scorsese (1976); la risoluzione del racconto sembra presa a prestito da Carlito’s Way di De Palma (1993) (anche se Wajeman si concede, e ci concede, un finale sospeso, più “aperto”, meno disperato).

Nicola Rossello

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