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“I Macchiaioli e l’invenzione del Plein air tra Francia e Italia” – Mostra a Monza

Giovanni Fattori, Bovi al carro, 1868, olio su cartone, Collezione Palazzo Foresti, Carpi
Giovanni Fattori, Bovi al carro, 1868, olio su cartone, Collezione Palazzo Foresti, Carpi

Rinunciando a riproporre l’ormai canonico confronto tra i Macchiaioli e gli Impressionisti, la mostra della Villa Reale di Monza (aperta sino al 21 maggio 2023; curatrice Simona Bartolena) ha scelto invece di evidenziare il rapporto di vicinanza tra la Macchia e la Scuola di Barbizon. Ad accomunare i due gruppi pittorici vi sono diversi elementi: il desiderio di sottrarsi alle norme accademiche per elaborare un inedito vocabolario figurativo; la spiccata predilezione per una pittura di paesaggio, a cui la tecnica dell’en plain air avrebbe conferito una nuova immediatezza lirica; la volontà di studiare il vero naturale ritraendo “in presa diretta” scorci di realtà quotidiana, umili momenti di vita contemporanea.

La pittura realizzata en plain air aveva consentito a Jean-Baptiste Corot, a Charles-François Daubigny (di cui si segnala in rassegna un intenso Cour de ferme avec paysannes et poules picorantes), a Constant Troyon (Appel maternel, Vache carolaise qui se frotte), a Jules Dupré, a Théodor Rousseau di avviare un profondo rinnovamento nella scena figurativa francese della prima metà dell’Ottocento. Si trattava di misurarsi con un genere da sempre considerato minore, il paesaggio, dipingendo in forme nuove il vero degli ambienti naturali di cui si aveva diretta esperienza, cogliendo gli effetti di luce del momento, conferendo al soggetto raffigurato un’inedita impressione di naturalezza.

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La suggestione delle ricerche formali adottate dalla Scuola di Barbizon si ritrova nelle scelte compositive e stilistiche di quegli italiani in temporanea trasferta a Parigi che, come Serafino De Tivoli (La Senna a Bougival), faranno conoscere i principi sperimentali della moderna pittura francese nelle sale del caffè Michelangelo, a Firenze. Qui si davano convegno alcuni giovani artisti insofferenti del tradizionalismo accademico e impegnati nella comune ricerca di un nuovo lessico pittorico: gli stessi artisti che, a metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento, avrebbero dato vita al movimento della Macchia.

Il nucleo principale della rassegna di Monza dà conto dell’evoluzione della pittura di Fattori e compagni nella seconda metà del secolo. Dipingendo dal vero i luoghi della Toscana e dell’estremo levante ligure – le rive dell’Arno e le distese marine del golfo di La Spezia, le case di Riomaggiore e le coste di Castiglioncello, la campagna di Piagentina e gli spazi maremmani –, gli esponenti più rappresentativi del movimento elaborarono una nuova visione del paesaggio e della natura, ricorrendo a un linguaggio basato sugli effetti di contrasto tra le zone d’ombra del dipinto e quelle investite dallo splendore della luce, dove la strenua ricerca dei valori atmosferici consentiva di ridurre le figure a macchie di colore.

I Macchiaioli faranno ricorso all’en plain air, oltre che nei soggetti paesaggistici e nelle scene agresti di contadini al lavoro (tra i dipinti presenti in mostra, occorrerà almeno ricordare l’arrancare lento dei magnifici Bovi al carro di Giovanni Fattori, le Donne che lavorano nei campi di Cristiano Banti e le Donne al pozzo (Il Bindolo) di Silvestro Lega, Il mercato del bestiame di Telemaco Signorini), nelle loro infrequenti incursioni nella pittura di storia (Dante nel Casentino di Vincenzo Cabianca, Donna nel parco di Vito D’Ancona). Fattori, come è noto, l’applicherà alle sue scene di argomento militare, condotte senza alcuna concessione alla retorica (Soldati a cavallo, La lettera al campo).

Dopo il 1870, chiusa la stagione eroica delle battaglie macchiaiole che avevano trovato nel critico e mecenate Diego Martelli un generoso sostegno, la coesione del movimento viene meno. Tra i componenti del gruppo – che non fu mai un gruppo omogeneo, compatto – emergono incomprensioni e contrasti. Raffaello Sernesi era morto combattendo con Garibaldi nel 1866. Due anni dopo muore Giuseppe Abbati. Diversi tra gli antichi frequentatori del caffè Michelangelo prendono la via di Parigi, dove, facendosi cantori dei salotti mondani dell’alta borghesia internazionale, troveranno riconoscimenti e successo economico. Signorini soggiorna lui pure per qualche tempo in Francia, dove frequenta Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini e si aggrega alla scuderia Goupil (La strada di Combs-la-Ville). Poi torna in Italia e si volge a un nuovo naturalismo. Ora nei suoi lavori all’esasperazione chiaroscurale del passato subentra, come nota Mazzocca, “un più pacato sentimento atmosferico e una tonalità diffusa” (Pioggia a Settignano). In quegli stessi anni, Lega e Fattori proseguono la loro attività creativa in un doloroso isolamento.

Intanto sulla scena pittorica si va affacciando una nuova generazione di artisti, in larga parte toscani, che ambiscono a farsi eredi della lezione macchiaiola: Francesco e Luigi Gioli, Niccolò Cannicci, Angiolo, Ludovico e Adolfo Tommasi. La rassegna di Monza si chiude proponendo alcune loro tele.

Nicola Rossello

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