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“Perfect days”, un film di Wim Wenders – Recensione

Perfect days

Con Perfect days Wim Wenders delinea il ritratto di un uomo non più giovane, Hirayama, che conduce una vita quieta, pacifica, ripetitiva, lavorando come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo; un compito che egli svolge in modo scrupoloso, riuscendo, nel tempo libero che gli rimane, a coltivare le proprie passioni: la fotografia (egli ama fotografare le chiome degli alberi attraversate dalla luce del sole), la musica rock dei tempi andati (gli Animals, i Kinks, Patti Smith, Nina Simone, Van Morrison, Lou Reed – è un brano di quest’ultimo a dare il titolo alla pellicola), i libri (Faulkner, Patricia Highsmith – da un romanzo della Highsmith, si ricordi, è tratto L’amico americano, 1977, uno dei film più intensi del regista tedesco).

Un uomo umile, taciturno, solitario, Hirayama, eppure disponibile ad aprirsi agli incontri più o meno casuali (con un bambino che ha smarrito la mamma; con la nipote adolescente, in cerca di se stessa), e capace di gesti di gentilezza e generosità (anche con chi, come il giovane compagno di lavoro, non sembra affatto meritare tante premure…). Estraniatosi per scelta consapevole dalla frenesia del mondo contemporaneo (non da certi tormenti segreti, però: scopriremo come la serenità apparente di Hirayama mascheri oscuri episodi di un passato familiare doloroso), l’eroe del film insegue la pienezza del qui e ora, le gioie semplici del quotidiano (l’aria che assapora di primo mattino; le pagine di un libro che legge prima di addormentarsi) e in esse trova una forma di quieto appagamento, di pacificazione interiore.

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In sintonia con le scelte di vita ascetica del suo personaggio, Wenders conduce il racconto adottando un ritmo piano, pacato, essenziale, privo di accensioni drammatiche o colpi di scena. Un ritmo costruito su eventi minimi, che si succedono e si ripetono sempre uguali a se stessi, punteggiando lo scorrere dell’esistenza quotidiana di Hirayana con accenti poetici, in cui la grazia si mescola a una malinconia sottile. Lo sguardo che il regista concede al protagonista della pellicola – uno sguardo benevolo e partecipe, esaltato dalla scelta del formato desueto 1,33:1 – si allarga talora all’esplorazione della Tokyo contemporanea: una metropoli fatta di grandi arterie stradali ed edifici modernissimi (i bagni pubblici dove lavora Hirayana sono esempi di design di alta qualità), assai diversa dalla città del dopoguerra che Yasujiro Ozu ci ha restituito nei suoi capolavori.

E proprio Ozu, a cui Wenders nel 1985 dedicò un omaggio commosso, Tokyo-Ga, resta, insieme a Paterson di Jim Jarmush (2016), il principale punto di riferimento di Perfect days (il nome stesso del protagonista del film è un chiaro richiamo al cinema del grande maestro giapponese: Hirayana si chiamavano l’eroe di Viaggio a Tokyo, 1953, e quello de Il gusto del sakè, 1962). Al limpido e inconfondibile stile contemplativo di Ozu, alla sua sobria e avvolgente leggerezza espressiva, all’infinita tenerezza con cui egli osservava i propri personaggi, si ispira quest’inno commosso ai piccoli piaceri della vita che è Perfect days, una pellicola in cui Wenders ritrova il passo lirico e felice e rigoroso delle sue opere migliori.

Nicola Rossello

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