Lorenzo Canova, il curatore della mostra attualmente in corso a Sarzana alla Fortezza Firmafede (visitabile sino al 21 luglio 2025), si è imposto un obiettivo preciso: riconsiderare l’ultimo decennio della produzione di Giorgio de Chirico, quella riconducibile al cosiddetto periodo neometafisico.
Le opere esposte a Sarzana (una cinquantina tra dipinti, litografie e sculture, provenienti dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma) risalgono tutte agli anni Sessanta e Settanta, anni in cui il Pictor classicus torna a proporre temi e immagini legati alla propria personale iconografia. Le sue “favole anticheggianti” (Roberto Longhi) si ripopolano di figure dei miti ellenici: accanto a Ercole, Nettuno, Ippolito, Elettra, ritroviamo gli eroi dell’esilio (Ulisse), della solitudine dolorosa (Arianna), dell’amicizia solidale (Oreste e Pilade): personaggi schermo attraverso i quali l’artista riflette sul proprio vissuto: sulla nostalgia della sua terra d’origine: la Grecia mitizzata e perduta del proprio passato infantile; sull’esistenza errabonda, percorsa da una perenne inquietudine; sul profondo rapporto affettivo che lo univa al fratello Andrea, in arte Alberto Savinio.
Ricompaiono le grandi piazze vuote, silenziose, assolate, sospese nell’ora arcana del meriggio tra fughe di porticati: spazi irreali e spaesanti, su cui si addensa una malinconia senza nome (Lo sgombero, 1970; Piazza d’Italia con Efebo, 1972; Il trofeo, 1976). Tornano certi oggetti di semplice quotidianità, osservati, scriveva Giovanni Macchia, “con la solennità inquietante dei miti antichi” (Il guanto, 1975). Tornano gli “interni metafisici”, costruiti con prospettive clamorosamente incongrue e fantasiose (Interno metafisico con pere, 1968). Tornano i celebri manichini, dietro cui si intuisce la figura dell’artista vate e indovino, decifratore di misteri esoterici (Il poeta solitario, 1970; L’astrologo, 1970; Il contemplatore, 1976; ma lo stesso de Chirico si esibisce in un autoritratto, agghindato in un costume del Seicento, in un dipinto del 1970). Tornano gli archeologi, i trovatori, i gladiatori, i centauri, i bagni misteriosi…
Di fatto la pittura neometafisica, così come già accadeva nella gloriosa stagione parigina e ferrarese, mira ad andare oltre la realtà del visibile. L’intento dell’artista torna a essere quello di esplorare territori altri, più profondi, misteriosi ed enigmatici, e discoprire il meraviglioso che si cela dietro i dati dell’apparenza fisica. Rispetto al passato, acquista una più decisa rilevanza, in queste opere, il gusto per l’invenzione ironica, capricciosa e straniante, ottenuta attraverso bizzarri accostamenti di oggetti.
Una esplicita e consapevole rivisitazione di temi e figure personali, dunque, quella che de Chirico realizza nella fase conclusiva della sua carriera. Che però non si traduce in una stanca e compiaciuta ripetizione di immagini già note e collaudate. L’ultima produzione di de Chirico non denuncia, per altro, un calo di densità qualitativa (si pensi al bell’omaggio a Böcklin quale è Rocce misteriose, 1968). Si può cogliere, semmai, in essa una diversa intensità di significati rispetto ai dipinti della stagione metafisica. L’artista elabora in forme nuove, più ironiche e gioiose, le antiche immagini, ibridando, come fa notare Canova, le iconografie del proprio periodo giovanile con le suggestioni dei lavori degli anni Venti e Trenta.
I tempi tuttavia sono mutati. La produzione del maestro non è più in sintonia con le tendenze dominanti. All’antico (al culto della pittura classica) si è sostituito il nuovo (dell’astrattismo e dell’informale). In un simile contesto, la scelta di andare contro corrente assume per de Chirico il carattere di un rifiuto: il rifiuto di assoggettarsi supinamente ai dettami e al dominio dei molti.
Nicola Rossello




