Quando nel 1591 Giovan Battista Trotti detto il Malosso giunge a Piacenza è un pittore all’apice della carriera. Egli aveva messo definitivamente a punto una cifra stilistica ed espressiva sua propria, ben riconoscibile, e, a capo di una bottega efficiente, era in grado di far fronte a incarichi di grande prestigio con una produzione di alto livello qualitativo. Le magniloquenti pale d’altare che aveva realizzato a Cremona e dintorni esibivano formule compositive complesse, tumultuose, inusuali, in cui l’intensa caratterizzazione delle figure e la loro gestualità fortemente espressiva, miravano a conseguire un’enfasi drammatica, teatrale.
Nato a Cremona intorno al 1555 e formatosi artisticamente presso la bottega di Bernardino Campi, di cui sposò una nipote, il Malosso non rimase insensibile alla lezione del Correggio (la delicatezza delle fisionomie femminili) e alla pittura fiamminga (le lontananze azzurrine degli sfondi paesaggistici). Interprete scrupoloso dei dettami post tridentini, egli seppe elaborare un linguaggio dalle caratteristiche specifiche e personali che, nei decenni a cavallo tra Cinque e Seicento, si pose a cavaliere tra i modi del manierismo storico, il naturalismo di Caravaggio e dei caravaggeschi e la cultura figurativa classicista della scuola emiliana. Le impaginazioni affollate e audaci, e pur studiatissime, delle sue pale d’altare – il genere pittorico a lui più congeniale –, l’accentuata teatralità dei gesti dei personaggi, hanno fatto di Trotti un precursore della sensibilità del Barocco.
Al soggiorno del Cavalier Malosso a Piacenza è dedicata l’esposizione in corso a Palazzo Farnese sino al 13 luglio 2015 (ad essa collegata era la rassegna che si è chiusa l’8 giugno scorso al Museo Diocesano di Cremona, che indagava invece la produzione creativa di Trotti sulla scena locale). I curatori della mostra, Antonio Iommelli, Stefano Macconi e Raffaella Poltronieri (autrice, quest’ultima, di un fondamentale libro sul Malosso), hanno focalizzato la loro attenzione su alcune opere significative dell’artista. Altri suoi lavori, custoditi in varie chiese della città (in San Francesco, in San Giovanni in Canale, nella chiesa dei Cappuccini), sono di fatto inamovibili a causa delle loro dimensioni imponenti o in quanto pitture su muro (al visitatore, in ogni caso, viene raccomandato caldamente un percorso cittadino per ammirare le opere in loco).
Il gruppo pittorico di maggior pregio esposto a Piacenza è sicuramente il ricomposto Trittico Salazar, realizzato nel 1595 per la chiesa dei Cappuccini di Regona di Pizzighettone su incarico del gran cancelliere del governo spagnolo di Milano, don Diego Salazar. L’adorazione dei pastori, lo scomparto centrale del trittico, di proprietà della Banca di Piacenza, è una composizione serrata e pur ariosa e di straordinaria vivezza. Sul piano iconografico presenta alcuni particolari curiosi, come il giovane pastore raffigurato di spalle che offre una forma di formaggio a un frate cappuccino, nonché gustosi brani di natura morta (la cesta con le uova). Le ante laterali raffiguranti San Sebastiano e San Diego d’Alcalà, di collezione privata, si segnalano in particolare per il nudo vibrante del santo martire (che riprende un dipinto con analogo soggetto di Bernardino Gatti) e per gli inserti paesaggistici alla fiamminga che fanno da sfondo alle composizioni.
Nelle altre due tele del Malosso presenti in mostra, entrambe conservate nei Musei Civici di Palazzo Farnese, la Madonna con il Bambino e i santi Antonio abate e Giovanni evangelista, 1599, e La Vergine e Cristo che intercedono per la città di Piacenza, 1603, la scena sacra si dispone su due distinti livelli ed è imbastita secondo un preciso schema piramidale. I personaggi del primo dipinto si accampano dinnanzi a un imponente edificio dall’architettura classica. Il volto della Madonna ha tratti assai delicati, squisitamente correggeschi. L’altra pala è occupata in larga parte da figure celesti. Nel registro inferiore l’artista ha voluto inserire una veduta di Piacenza con i profili riconoscibili di una serie di edifici: il Palazzo Ducale, la Cattedrale, Santa Maria di Campagna. La schiera di angioletti che volteggiano nell’aria è in sintonia stilistica con le figure angeliche dell’Apparizione della Vergine col Bambino a san Francesco, un buon prodotto di bottega, dubitativamente attribuito a Gian Giacomo Pasini detto l’Usignolo, che si avvale di un impianto scenico canonico, con i personaggi disposti lungo una linea diagonale.
Nel 1604 Trotti si trasferisce a Parma, dove entra al servizio del duca Ranuccio Farnese. Il Malosso (fu Agostino Carracci, con cui egli ebbe a questionare per ragioni di lavoro, ad affibbiargli il nomignolo di Malosso, a quanto scrive Malvasia nella sua Felsina Pittrice) è ormai un artista arrivato, che può vantare relazioni e amicizie importanti (Giovan Battista Marino, Federico Zuccari, Vespasiano Gonzaga). Oltre che dipingere, Trotti a Parma realizza apparati effimeri, progetti architettonici e di arredo. Muore in quella città nel 1619.
Nicola Rossello




