HomeFotografia"Ghitta Carell. Ritratti del Novecento", mostra a Milano

“Ghitta Carell. Ritratti del Novecento”, mostra a Milano

Gigina Necchi, Fotografia di Ghitta Carell, 1941 © Fondo Necchi Campiglio - FAI
Gigina Necchi, Fotografia di Ghitta Carell, 1941 © Fondo Necchi Campiglio – FAI

Nata nel 1899 in Ungheria, Ghitta Carell scelse l’Italia come patria d’adozione. Trasferitasi a Firenze nel 1924, acquisì sin da subito conoscenze importanti e autorevoli (Margherita Sarfatti, a cui fu legata da grande amicizia, Ugo Ojetti…), le stesse che le diedero la possibilità di diventare una fotografa ritrattista assai richiesta e osannata, per cui accettarono di posare il Duce e i membri della famiglia Savoia, aristocratici ed ecclesiastici di alto rango, il gotha della finanza, dell’imprenditoria e della cultura italiana. Dopo le serie dedicate alla principessa Maria José, a Emma Ciano e a Mussolini, per gerarchi, generali, scrittori, artisti e divi del cinema farsi fotografare da lei venne a costituire un attestato irrinunciabile di affermazione sociale.

Le composizioni che la Carell realizzava nel suo studio di piazza del Popolo, a Roma, esibivano appieno i caratteri della ritrattistica cerimoniale, di rappresentanza. L’uso studiato delle luci e delle inquadrature (predominava il taglio a mezzo busto, frontale o di tre quarti; più insolito quello di profilo), la grande attenzione ai dettagli delle acconciature e dei vestiti (Ghitta sceglieva lei stessa l’abbigliamento che avrebbe dovuto indossare chi chiedeva di essere ritratto), la posa e l’espressione del volto, curate nei minimi particolari: tutto contribuiva a suggerire l’autorevolezza, il prestigio sociale, ovvero il fascino e l’eleganza raffinata e sinuosa del soggetto raffigurato.

Il gusto pittorico neomanierista della Carell, le sue predilezioni per la ritrattistica rinascimentale e tardorinascimentale del Quattro e Cinquecento, la stessa che mirava a glorificare il potere politico e sociale dell’effigiato, si associavano, in un gioco colto e sofisticato, al gusto squisitamente lussuoso con cui il cinema classico hollywoodiano incensava le sue star d’anteguerra.

Ghitta utilizzava un apparecchio fotografico tradizionale munito di cavalletto. Lei stessa poi interveniva personalmente a tavolino sulle lastre di vetro con abili ritocchi e correzioni a matita e a pennello. L’intento era quello di levigare l’immagine originaria, emendando eventuali durezze e imperfezioni, e giungere a una sorta di ritratto idealizzato.

Nel secondo dopoguerra fu rimproverato alla Carell l’ossequio al Regime. Un’accusa ideologica che non teneva conto del clima culturale del Ventennio. Di fatto, in quanto ebrea, Ghitta visse sulla sua pelle il dramma delle leggi razziali del 1938. Fu emarginata dalla buona società e, dopo l’8 settembre, costretta a nascondersi per evitare la deportazione.

Alla fine del conflitto, riprese la sua attività con impegno e determinazione. A posare davanti al suo obiettivo ora ci sono i rappresentanti della nuova classe dirigente (De Gasperi, Gronchi, Andreotti, Saragat…) ed esponenti della nuova élite intellettuale (Cesare Pavese, Luigi Barzini…). E però i tempi sono assai cambiati, e così pure il gusto estetico. Nelle foto della Carell si può ora notare un’inedita immediatezza, un tono meno solenne, più diretto, una maggiore vicinanza verso i personaggi ritratti: verso le donne, in special modo, a cui l’artista riserva una particolare attenzione e simpatia.

Nel 1959 Ghitta ottiene la cittadinanza italiana. Dieci anni dopo decide di trasferirsi in Israele, dove viveva una sorella. Muore a Haifa nel 1972.

La retrospettiva che le è stata dedicata a Milano (ospitata nella splendida cornice di Villa Necchi Campiglio sino al 12 ottobre 2025; curatore Roberto Dulio) accoglie a parte, nella hall del primo piano, i ritratti di Piero Portaluppi, l’architetto che ideò il progetto dell’edificio, e delle sorelle Nedda e Gigina Necchi, che decisero di cederlo al FAI. La fondatrice stessa del FAI, Giulia Maria Crespi, compare assieme alla madre in uno scatto del 1935. In altri ambienti della Villa sono esposti l’apparecchio fotografico della Carell, libri, lettere, documenti vari, nonché una selezione di sue fotografie, tutte rigorosamente in bianco e nero, di personaggi vari, celebri o meno celebri.

È una straordinaria galleria di immagini che oggi ci parlano di un’epoca di cui Ghitta seppe farsi finissima interprete. Scatti in cui emerge una cifra stilistica personalissima e riconoscibile. Deliziose alcune foto di gruppo, dove è messa in luce la dolcezza dei legami e degli affetti familiari (Bruno e Maria Grazia Bottai, 1934, Contessa Cavazza Borghese con figli, anni Trenta, Umberto e Maria José di Savoia con i figli Vittorio Emanuele e Maria Pia, 1938, Famiglia Busiri Vici, 1942…). Presente la serie dedicata a papa Pio XII, 1952-1953 (curioso lo scatto in cui il Pontefice è ripreso di spalle), e un intenso ritratto di Giovanni XXIII, 1960, l’ultimo lavoro importante realizzato dalla Carell prima di lasciare l’Italia. Tra gli autoritratti, quello in cui lei si presenta come Laura Battiferri, la protagonista di un celebre dipinto del Bronzino, il pittore fiorentino del Cinquecento che immortalò la corte granducale in forme auliche e solenni.

Nicola Rossello

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