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Giulio Romano, allievo di Raffaello a Genova

"Giulio Romano, allievo di Raffaello a Genova"

Alla morte di Raffaello, nel 1520, Giulio Romano (al secolo, Giulio Pippi, c. 1499 – 1546), il suo più talentuoso allievo e collaboratore, venne incaricato di portare a termine alcune opere del maestro lasciate inconcluse. La grande pala della Trasfigurazione era una di queste.

E proprio la Trasfigurazione costituirà il modello di riferimento privilegiato allorché qualche anno dopo, tra il 1521 e il 1524, Giulio Romano si accingerà a realizzare, su incarico del cardinale datario papale Giovan Matteo Giberti, uno dei suoi massimi capolavori: La lapidazione di Santo Stefano.

Il dipinto, di grande energia creativa, esibisce elementi che preannunciano lo stile maturo dell’artista, quello, per intenderci, dei celebri affreschi di Palazzo Te a Mantova: ricorso a una messa in scena complessa, concitata, esuberante, spettacolare, segnata dalle pose teatrali e dalla gestualità esasperata dei personaggi; utilizzo di un chiaroscuro denso, drammatico. Al tempo stesso, il quadro introduce quell’evoluzione pittorica attraverso la quale dall’ultimo periodo dell’attività di Raffaello (e dalla tarda stagione del Rinascimento italiano) sarebbe emerso il nuovo linguaggio del Manierismo.

Divisa su due registri, la tavola presenta al centro, in primo piano, il santo in ginocchio, il volto sereno, le braccia aperte in segno di preghiera. Accanto a lui, il giovane Saulo indica con la mano all’osservatore la figura del martire. Intorno a loro, schierati a semicerchio, i carnefici: un’accolta di fisionomie repellenti e ghigni feroci. Sullo sfondo, un paesaggio e una città in rovina: è la Roma antica, epitome della prossima caduta del mondo pagano. Nella parte superiore del dipinto, campeggiano su un mare di nuvole le immagini di Dio Padre e del Figlio, attorniati da una schiera di angeli e amorini.

L’imponenza della rappresentazione scenica lascerà un segno decisivo negli sviluppi della cultura figurativa ligure del Cinque e Seicento, in Luca Cambiaso in particolare. Di fatto, sino a quel momento Genova era rimasta estranea ai raggiungimenti del Rinascimento. Sarà proprio il capolavoro di Giulio Romano (unitamente agli affreschi che Perin del Vaga eseguirà in quegli anni a Palazzo del Principe) ad avere un effetto rigenerante sulla pittura locale, consentendole di aprirsi alle più aggiornate esperienze dell’Italia centrale.

All’Accademia Ligustica, dove fino al 17 gennaio 2026 è in corso una mostra curata da Filippo Biolé e Giulio Sommariva, La lapidazione di Santo Stefano (invero, una sua riproduzione ad alta fedeltà, in scala 1:1; l’originale è rimasto nella sua sede, la vicina Abbazia di Santo Stefano) è posta a diretto confronto con il cartone preparatorio del dipinto, realizzato a matita e a carboncino, custodito nei depositi della Pinacoteca Vaticana e raramente esposto al pubblico, a causa della sua fragilità. Il progetto della rassegna è quello di gettare luce sul processo creativo dell’artista, avvalendosi anche di una serie di disegni e schizzi provenienti dalle collezioni di Windsor e dal Louvre. Dal Louvre giunge anche una riproduzione in piccolo formato della Lapidazione di Giulio Benso (esistono altre repliche dell’opera di Giulio Romano: due pale d’altare di Bernardo Castello, oggi conservate a Palermo, una nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi, l’altra nel Museo Diocesano, attestano la grande fortuna che La lapidazione di Santo Stefano ebbe sulla pittura ligure).

Numerosi sono gli studi recenti tesi a scandagliare i rapporti di collaborazione tra Raffaello e Giulio Romano. C’è chi, a proposito della pala genovese, ipotizza che il Pippi possa essersi giovato della collaborazione del Sanzio nella fase ideativa del progetto. La mostra offrirà l’occasione di chiarire anche questi dubbi.

Nicola Rossello

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