Era una donna fragile e al tempo stesso forte, libera e bellissima (i suoi autoritratti, in particolare quelli della prima stagione parigina, ci restituiscono il profilo di un volto dai tratti purissimi, botticelliani), e però perennemente inquieta, afflitta da un’incessante insoddisfazione, che la induceva a muoversi di continuo dall’America alla Francia, dall’Egitto all’Inghilterra, alla ricerca di una pace interiore che faticava a trovare. Segnata da un passato traumatico (la violenza di cui era stata vittima in giovane età), Lee Miller sentiva il bisogno di prendere coscienza di sé, riconoscendosi come artista, e placare così le sue insicurezze, i suoi oscuri tormenti, anche attraverso relazioni affettive forti. Gli incontri con Man Ray, Aziz Eloui Bei e Roland Penrose segnarono in misura differente la sua vita e la sua carriera artistica.
Man Ray, di cui dal 1929 fu modella, assistente di studio, musa, compagna e collaboratrice (la tecnica fotografica della solarizzazione pare sia stata sperimentata per la prima volta da entrambi), la iniziò al verbo surrealista e le diede modo di avvicinare il milieu artistico parigino degli anni Trenta (la Miller fu amica di Picasso, che la ritrasse a più riprese, di Cocteau, per cui recitò ne Le sang d’un poète, 1930, di Ernst, di Leonora Carrington, di Eluard…). Quello con Man Ray fu un legame sentimentale e professionale assai intenso, che assunse talora aspetti tempestosi, ma che consentì alla Miller di dare voce alla propria prorompente energia creativa. Fu Man Ray, con cui resterà in buoni rapporti anche dopo la rottura, a spingerla ad aprire a Parigi un suo primo studio fotografico, dove, accanto ai servizi di moda più tradizionali per Coco Chanel ed Elisa Schiaparelli, Lee Miller, adottando un linguaggio visionario di impronta surrealista, realizzerà immagini talora decisamente paradossali e disturbanti: Senza titolo (Seni asportati da un intervento chirurgico radicale su una tavola apparecchiata), 1929; Senza titolo (Code di ratto), 1930; Senza titolo (Mano che esplode), 1931.
Il matrimonio con Aziz Eloui Bei, un ricco uomo d’affari egiziano conosciuto dopo il suo ritorno in America, consentì alla Miller di dare una sterzata alla sua esistenza. Lei accetta di andare a vivere con lui in Egitto, dove, applicandosi a una fotografia di paesaggio, si lascerà ammaliare dal fascino del deserto e dei resti delle civiltà antiche. Del 1934 è l’enigmatico Ritratto di spazio, da cui Magritte trarrà ispirazione per Il bacio, uno dei suoi capolavori.
Roland Penrose, che sarebbe diventato il suo secondo marito, la restituisce all’Europa, alla Parigi entre deux guerres, e poi, al termine del conflitto (che lascerà su di lei segni dolorosi e profondi), alla quiete della campagna inglese, il luogo ameno dove Lee Miller, ritiratasi dalla scena artistica, trascorrerà il resto dei suoi giorni. Le sue ultime foto raccontano di occasioni conviviali con vecchi e nuovi amici artisti che andavano a trovarla: Ernst e Guttuso, Picasso e Lucien Freud… Sono fotografie dal tono intimo, familiare, in cui si colgono talora lampi di un umorismo giocoso, straniante (Saul Steinberg lotta con il tubo da giardino a suo modo, 1952).
In mezzo, gli anni drammatici della guerra, che vedono la Miller impegnata a narrare la vita quotidiana a Londra sotto i bombardamenti tedeschi (Donne con maschere antincendio, 1941), poi, al seguito delle truppe alleate, a descrivere la Francia liberata (una foto la ritrae in divisa militare assieme a Picasso nello studio parigino del pittore), l’orrore dei campi di sterminio di Buchenwald e Dachau (Una pila di corpi denutriti, 1945; Prigionieri caricano cadaveri su un rimorchio, 1945; Prigionieri liberati nelle loro brande, 1945), le città europee devastate dal conflitto, ma dove la vita ricominciava, faticosamente (Cattedrale di Colonia, 1945; Bambini in cammino verso la scuola, Vienna, 1945; Irmgard Seefried, cantante d’opera, mentre canta un’aria di Madama Batterfly, Opera House, Vienna, 1945).
Curata da Walter Guadagnini, la rassegna in corso al CAMERA – Centro italiano per la Fotografia di Torino (visitabile sino all’ 1 febbraio 2026) ripercorre le tappe della vita e della storia professionale di Lee Miller allineando, secondo un andamento cronologico, oltre 160 scatti, molti dei quali inediti. Difficile cogliere il confine sottile che separa le foto più propriamente artistiche – quelle che assumono una funzione espressiva autonoma, trasformando la realtà in qualcosa d’altro – dalle immagini di stile documentario. Nella stessa produzione di taglio più commerciale della Miller (i ritratti mondani eseguiti nel suo studio di New York negli anni Trenta, i reportage sulla Biennale di Venezia, i servizi di moda e le campagne pubblicitarie) emergono sovente coloriture argute e ludiche di marca surrealista. Anche in questi scatti l’artista, fedele alla propria personale grammatica visiva, mirava a porsi di fronte alla realtà non per riprodurla asetticamente, ma per calarla in una dimensione visionaria.
Nicola Rossello





