Quando nel 1966 gli giunse la notizia che “Il Mondo” avrebbe cessato le pubblicazioni, Paolo Di Paolo, che era stato a lungo il fotografo di fiducia del settimanale (573 scatti in 14 anni), inviò al suo direttore, il mitico Marco Pannunzio, un telegramma accorato: “Per me e per altri amici muore oggi l’ambizione di essere fotografi”. La chiusura de “Il Mondo”, e di lì a poco quella di “Tempo”, con cui pure Di Paolo aveva collaborato attivamente per anni, sanciva ai suoi occhi il trionfo definitivo di un nuovo giornalismo scandalistico, votato unicamente alla ricerca dello scoop: il giornalismo dei paparazzi. Egli decide allora di rinunciare per sempre alla sua professione e di chiudersi in un silenzio caparbio, risentito. Una scelta radicale, che comportò inevitabilmente la perdita della notorietà acquisita negli anni, l’oblio.
La riscoperta e la rivalutazione critica del lavoro di Di Paolo sono cosa recente e risalgono a due coraggiose esposizioni romane: quella del 2016, ideata da Giuseppe Casetti negli spazi della “libreria-galleria il museo del louvre”, e poi, tre anni dopo, la retrospettiva del MAXXI, curata da Giovanna Calvenzi.
La stessa Calvenzi, assieme a Silvia Di Paolo, la figlia del fotografo, è la curatrice della rassegna in corso al Palazzo Ducale di Genova sino al 6 aprile 2026. Attraverso una galleria visiva di oltre 300 immagini, molte delle quali inedite, si è inteso ripercorrere la storia professionale di Di Paolo dagli esordi nel 1953 al ritiro definitivo dalla scena artistica. Un focus particolare è stato riservato ai rapporti del fotografo con la Liguria (La partita di bocce, 1957; Porto di Genova, 1959; la serie Cantieri navali Ansaldo, 1959…).
Classe 1925, molisano, Di Paolo si era trasferito giovanissimo a Roma, dove ebbe modo di frequentare la comunità artistica locale (Guttuso, Consagra, Mafai, Rotelle, Turcato…) e di scoprire la propria vocazione di fotografo. Interrotti gli studi universitari, iniziò a collaborare con “Il Mondo”.
Difficile sottovalutare l’influenza che Pannunzio esercitò sulla carriera di Di Paolo. “Il Mondo”, a cui collaboravano prestigiosi scrittori italiani e stranieri, da Moravia a Thomas Mann, da Sciascia a Orwell, da Landolfi ad Arbasino, a Flaiano, destinava uno spazio importante alle immagini fotografiche, spesso di grande formato e con un loro valore aggiunto: non semplici foto illustrative, asservite al testo che le accompagnava, ma scatti autonomi, che dovevano esplorare con sguardo attento, originale, “poetico”, luoghi, situazioni, personaggi, gesti, colori della realtà contemporanea.
E per “Il Mondo” Di Paolo si fece narratore insieme sottilmente ironico e partecipe dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta: gli anni difficili del dopoguerra e poi del boom economico, in cui il Paese, alle prese con significativi processi di trasformazione, appariva diviso tra quelle aree periferiche e rurali, ancora ancorate a usi e costumi di una cultura contadina ormai marginale, e le nuove realtà urbane e industriali in rapida espansione. È uno straordinario spaccato di storia collettiva quello che ci restituiscono le immagini di Di Paolo (Il padre della sposa, Litorale di Trani, 1959; Inaugurazione Autostrada del Sole, 1964; I piccoli guerrieri di Monte Mario, 1951; Venditrice di biciclette in vicolo del Pallonetto, Napoli, 1957; Contadine, Sicilia, 1958…). Immagini di stile documentario e umanista, che trovano la loro densità narrativa nel ricorso a un bianco e nero secco e rigoroso, di gusto postneorealista (viene in mente il cinema della meglio commedia all’italiana, o quello del primo Fellini e del primissimo Pasolini).
Fece eco l’inchiesta commissionata a Di Paolo nel 1959 dalla rivista “Successo”. Si trattava di percorrere in lungo e in largo le coste della Penisola per documentare le vacanze al mare delle famiglie italiane. I testi che accompagnavano il reportage erano di Pier Paolo Pasolini. Tra il fotografo e lo scrittore friulano si stabilì sin da subito un’intesa profonda. Il primo ritrarrà a più riprese il compagno di viaggio (ma esiste pure una foto di Di Paolo realizzata da Pasolini a Genova) e lo seguirà in seguito sui set di Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo.
La dimestichezza di Di Paolo con il milieu artistico e culturale romano gli consentirà di sviluppare appieno il suo talento di ritrattista. Accanto alla gente comune, davanti al suo apparecchio fotografico passeranno registi e divi del cinema: Mastroianni, seduto da solo a sorseggiare un caffè durante una pausa dalle riprese; la Bardot che si protegge dall’obiettivo sollevando la mano destra; Sophia Loren, osservata da un bambino mentre si trucca; Monica Vitti e Antonioni, Fellini e Giulietta Masina, De Sica e Rachel Welch, Simon Signoret e Yves Montand, Lucia Bosé e Dominguin, Kim Novak, Gloria Swanson, Grace Kelly, Charlotte Rampling, Jane Mansfield, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Alfred Hitchcock, Franco Zeffirelli… Erano gli anni gloriosi della Hollywood sul Tevere, della “dolce vita” e dei locali di via Veneto.
Accanto alla gente del cinema, i rappresentanti dell’élite intellettuale: i poeti, gli scrittori, gli artisti: Ungaretti che scherza con il suo gatto; Vincenzo Cardarelli inquadrato di spalle, seduto al tavolino di un bar di via Veneto; un elegantissimo Lucio Fontana alla Biennale di Venezia; De Chirico in piazza di Spagna; Carlo Emilio Gadda, Ezra Pound… Di ciascuno di essi Di Paolo seppe mettere in luce, con discrezione, aspetti inediti del loro temperamento e, insieme, i segni rivelatori del talento artistico. Si avverte in questi suoi ritratti un clima disteso, cordiale, non cerimoniale. Sono scatti che, come ha scritto Clara Tosi Pamphilii, sembrano registrare “un prima o un dopo di quello che si definirebbe la foto ufficiale”.
Nicola Rossello





