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“Belle Époque. Pittori italiani a Parigi nell’età dell’Impressionismo”, mostra a Pisa – Recensione

Giovanni Boldini, Sulla panchina al Bois, 1872, Olio su tavola, 46 x 34 cm, Collezione privata
Giovanni Boldini, Sulla panchina al Bois, 1872, Olio su tavola, 46 x 34 cm, Collezione privata

Francesca Dini, la curatrice della mostra in corso fino al 7 aprile 2026 a Palazzo Blu di Pisa, si è posta un compito preciso: studiare la vicinanza e i fertili sodalizi che les Italiens de Paris ebbero con l’ambiente artistico francese negli anni della Belle Époque, quelli successivi alla caduta di Napoleone III e all’instaurazione della Terza Repubblica.

La scena figurativa che si offriva in quei giorni a chi, come Boldini, De Nittis e Zandomeneghi, aveva scelto di trasferirsi e lavorare nella Ville Lumière, era segnata da un conflitto all’apparenza insanabile tra la pittura accademica dei Salon ufficiali e quella di quanti – Impressionisti in testa – ebbero un ruolo decisivo nell’elaborare un nuovo e rivoluzionario linguaggio artistico. Boldini e compagni, che provenivano dall’esperienza – mai del tutto sconfessata – della Macchia, seppero incunearsi felicemente e trovare un loro spazio tra quei due poli, conciliando rigore formale e apertura al nuovo credo pittorico. Un’impresa, la loro, che si rivelò vincente e riscosse apprezzamento e successo.

I primi loro passi, è vero, li portarono ad accasarsi con la scuderia di Goupil, il potente e abile mercante che promuoveva una pittura di immediata presa sul pubblico, fatta di dipinti di piccolo formato raffiguranti scenette di genere aggraziate e leggere, di facile lettura, giocate su vaporosità settecentesche e pittoresco di maniera (in mostra una serie di quadretti di Boldini: Vecchia canzone, Il musicista, Incontro nel parco di Versailles, Scena galante nel parco di Versailles…). Diego Martelli, il carismatico teorico e mecenate dei pittori macchiaioli, che seguiva con apprensione l’esperienza dei suoi protetti, ebbe a temere il peggio e volle metterli in guardia circa i rischi a cui sarebbero potuti andare incontro. Oggi, grazie anche alla rassegna di Pisa, possiamo giudicare questa virata neosettecentesca degli Italiani a Parigi con minore allarme e severità. Essa consentì loro, in ogni caso, di saggiare il gusto e le richieste del mercato, di affinare la propria tecnica pittorica, di farsi conoscere.

Il vero salto di qualità avviene quando, sulla scorta dei maestri dell’Impressionismo (in mostra sono presenti, come termini di confronto, tele di Renoir, Pissarro, Mary Cassatt), Boldini, De Nittis e Zandomeneghi scoprono, nel tumulto melodioso del paesaggio urbano, la bellezza della vita moderna, e decidono di farsi illustratori della realtà quotidiana della metropoli e dei suoi dintorni, a cui, con i loro dipinti briosi, realizzati en plein air, sapranno conferire un’inedita immediatezza lirica (Strada maestra a Combes-la-Ville e Sulla Senna, di Boldini, Place du Tertre, di Zandomeneghi, La place du Carrusel e le rovine delle Tuilleries, di De Nittis…). In una Parigi che, dopo i giorni tragici della Comune (evocati in mostra dal cupissimo Una rue de Paris en mai 1871, del pointilliste Maximilien Luce), tornava a rinascere e a offrirsi al visitatore straniero come la città della joie de vivre, les Italiens de Paris raccontano per immagini i luoghi di ritrovo in cui la buona società consumava i suoi riti mondani: i salotti più esclusivi dell’aristocrazia borghese (Il salotto della Principessa Matilde, di De Nittis), i giardini pubblici e i parchi (Sulla panchina al Bois, di Boldini, scelta come immagine guida dell’esposizione, Al bois, di De Nittis), i campi da corse (Ritorno dalle corse e Alle corse di Auteuil – Sulla seggiola, di De Nittis), i café (Al caffè Nouvelle Athene, dove Zandomeneghi ritrae se stesso, di spalle – ma il suo volto appare nello specchio sul fondo –, e la pittrice Suzanne Valadon, ricorrendo a tocchi divisi di pennello alla maniera di Pissarro).

A illustrare i fasti, l’eleganza e la piacevole vita dei protagonisti del grand monde fu soprattutto Boldini. Assieme agli amici Sargent (Ritratto di Lady Eden), Blanche (suo il profilo a mezzo busto del conte di Montesquiou, il celebre dandy che ispirò a Proust la figura del barone de Charlus), ed Helleu (che il pittore ferrarese ritrasse in un olio su ceramica mentre dipinge una bella signora), Boldini seppe cogliere lo spirito di un mondo, l’atmosfera di un’epoca. I suoi ritratti mondani (Ritratto della Contessa de Leusse née Berthier), in particolare quelli che, ricorrendo a uno stile elegante e sottile, celebravano una femminilità moderna ed emancipata (Ragazza che si appunta il cappello, Berthe esce per la passeggiata, Fanciulla con gatto nero…), trovarono il favore del mercato parigino e fecero di lui un artista di immenso successo.

L’euforia della Belle Époque e i mutamenti figurativi in atto nella Ville Lumière agirono come uno stimolo profondo anche su quei pittori italiani che fecero di Parigi la tappa di brevi visite o soggiorni temporanei. Si pensi, in particolare, ad Antonio Mancini e al livornese Vittorio Matteo Corcos, che operarono entrambi per qualche tempo nella capitale francese, al servizio di Goupil, per poi fare ritorno in Italia. L’ultima sezione della rassegna si sofferma sugli echi che la scena figurativa parigina ebbe sulla Riviera toscana, la stessa che alla fine dell’Ottocento si avviava a diventare un luogo di ritrovo alla moda.

Acclamato e conteso, ai suoi giorni, da imperatori e regine, quasi dimenticato dopo la morte, ma oggi giustamente riscoperto come uno dei massimi artisti della sua epoca, Corcos fu uno strepitoso ritrattista di eleganze femminili, capace egli pure di raffigurare in tutto il loro glamour i protagonisti della mondanità fin de siècle attraverso immagini di squisita fattura, impostate su tinte delicate, cremose.

A Pisa sono presenti alcuni suoi capolavori: Le istitutrici ai Campi Elisi, una raffinata istantanea che riprende con un’ardita inquadratura dall’alto due giovani donne vestite di scuro sedute a discutere, mentre, inginocchiata accanto a loro, una bambina gioca con una paletta. La giornata è grigia, uggiosa; il parco tappezzato di foglie morte. Su una sedia sono posati dei crisantemi. Lettura sul mare, è una composizione essa pure dal taglio inusuale. Corcos ritrae, al centro, la figliastra Ada, lo sguardo perso nei suoi pensieri; alla sua sinistra, un ragazzo seduto di profilo. Un altro adolescente è sdraiato su un muretto e sta leggendo. I colori sono tenui. Domina “una sommessa teatralità, che ci fa pensare alle creature fragili e turbate di Cechov” (Fernando Mazzocca). Sogni, che chiude la rassegna, è forse il suo quadro più celebre. Raffigura una giovane donna su una panchina, le gambe accavallate in una posa all’epoca ritenuta sconveniente, una mano sotto il mento, i capelli un poco in disordine, l’espressione assorta. Accanto a lei sulla panchina, la paglietta, un ombrellino e alcuni libri. Per terra, tra le foglie cadute, i petali di una rosa. I colori sono caldi, ma l’atmosfera è malinconica, autunnale. È un dipinto che resta nella memoria. Ad ammaliarci è il mistero di quello sguardo, perduto forse tra sogni segreti, o forse afflitto da sottili inquietudini.

Nicola Rossello

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