
Intorno alla figura di Donato de’ Bardi aleggia ancora un fitto mistero. Decisamente esiguo è infatti il numero dei dipinti che gli vengono attribuiti, scarse le testimonianze documentarie a lui relative. Dell’artista lombardo, fino a pochi anni or sono, si conosceva un’unica opera certa: la Crocifissione, oggi custodita nella Pinacoteca Civica di Savona: un quadro a olio su tela, firmato e collocabile intorno al 1448, dunque, nella fase tarda del percorso artistico del maestro (la scomparsa di Donato de’ Bardi è antecedente al giugno del 1451, quando una sua Maestà, lasciata incompiuta, viene affidata a un altro pittore). “Uno dei più alti capolavori del nostro Quattrocento”, così Vittorio Sgarbi ha definito la Crocifissione. “Un’opera perfetta, nella quale la rivoluzione formale di Giovanni Bellini nel rapporto tra umanità e natura è intuitivamente anticipata”. Qui Donato si appropria delle ricerche della nuova pittura fiamminga (l’adozione della prospettiva aerea, l’uso della luce per dare plastica evidenza alle figure), e va oltre (egli non manifesta la stessa attenzione per i dettagli minuti, resi con verismo lenticolare, che caratterizza la cultura figurativa nordica), per adottare uno stile personale, sorprendentemente innovativo e moderno, che precorre, in una certa misura, le esperienze del primo Rinascimento.
Originario di Pavia e di nobile famiglia, poco o nulla si sa della sua formazione (legata, verosimilmente, alla cultura del gotico “cortese” allora in auge in Lombardia), così come della sua prima attività pittorica.
Nel 1405 è a Genova, dove tiene bottega nel quartiere di Banchi (si è supposto che l’allontanamento dalla patria fosse dovuto a ragioni politiche, e che, avendo perso i propri beni, Donato e il fratello minore Boniforte abbiano deciso di dedicarsi alla pittura). E a Genova ha modo di confrontarsi con l’arte fiamminga (vari dipinti di Jan van Eyck, Rogier van der Weyden e di altri maestri d’Oltralpe erano allora presenti nelle collezioni locali). Le poche opere che oggi, grazie a recenti acquisizioni critiche, gli sono concordemente assegnate sono tutte riconducibili al primo periodo genovese dell’artista: la tavola con i Santi Caterina, Giovanni Evangelista, Giovanni Battista e Benedetto, dell’Accademia Ligustica, in cui si avvertono ancora echi della tradizione figurativa tardogotica lombarda; il trittico con la Madonna dell’Umiltà tra i santi Filippo e Agnese, del Metropolitan Museum di New York, dove invece è possibile cogliere relazioni con la cultura provenzale; e la Presentazione di Gesù al Tempio.
Quest’ultimo dipinto, entrato di recente ad arricchire la collezione di Palazzo Spinola di Genova, è stato presentato al pubblico il 4 dicembre 2025. Si tratta di un’opera di notevole interesse storico e artistico. Realizzata negli anni Trenta del Quattrocento, in una fase cronologicamente successiva rispetto alle prove appena ricordate, presenta, sul piano stilistico, elementi di novità. I residui della tradizione figurativa tardogotica, così come le suggestioni di matrice provenzale, lasciano il posto alla ricerca di un nuovo, sapiente rapporto strutturale tra le figure che occupano la scena – nelle quali si può cogliere una diversa solidità costruttiva e una più decisa attenzione alle fisionomie – e l’ambiente che fa da quinta all’episodio evangelico: l’abside di una chiesa medioevale che esibisce l’alternanza di conci bianchi e neri, tipica dell’architettura ligure del tempo, e, impressa nella chiave di volta, la croce di san Giorgio, simbolo della Repubblica di Genova: elementi che fanno desumere che il dipinto fosse destinato a un edificio sacro della città o, comunque, del suo circondario.
Nicola Rossello




