Il San Giorgio in lotta col drago di Carpaccio, del Museo dell’Accademia di Venezia, è un’immagine indimenticabile, di straordinaria potenza. Il campione del Bene, San Giorgio, vi è raffigurato a cavallo del suo bianco destriero, rivestito di un’armatura medioevale, ma privo dell’elmo, per darci modo di ammirare le nobili fattezze del volto. Lancia in resta, ha conficcato la punta dell’arma nella gola del drago (simbolo del Male). In secondo piano, sulla destra, ritta dinanzi a una rupe, la principessa Sabra (la Chiesa in pericolo) attende con trepidazione l’esito del duello. Sullo sfondo le architetture fantasticate di una città orientale, Selene, che si affaccia su un mare percorso da velieri. Il terreno arido e desolato su cui si consuma lo scontro è cosparso di macabri resti di corpi dilaniati, teschi, ossame, rettili, scorpioni, rospi: uno scenario desolato che attende di essere redento.
Una replica autografa del celebre dipinto, realizzata con collaborazione e conservata a Venezia in San Giorgio Maggiore, può essere ammirata sino all’ 1 marzo 2026 a Genova, al Teatro del Falcone di Palazzo Reale, nella mostra “San Giorgio. Il viaggio di un santo cavaliere dall’Oriente a Genova“. Il quadro, un olio su tela, firmato e datato 1516, presenta sul fondo, a destra, l’episodio della lapidazione di santo Stefano. È sicuramente uno dei pezzi di maggior richiamo della rassegna dedicata alla figura di San Giorgio, il cui emblema, la croce rossa in campo bianco, è da sempre il simbolo della Superba.
L’intento della mostra è quello di illustrare la diffusione del culto del miles christianus dal tempo delle Crociate al pieno Cinquecento nell’area del Mediterraneo e nel resto dell’Europa; culto a cui diede un significativo alimento la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine. Accanto a un nutrito gruppo di codici miniati, ceramiche, incisioni, oggetti di oreficeria (tra i pezzi più curiosi, uno scudo dipinto su cuoio proveniente dal Musèe de Cluny di Parigi, e un micromosaico bizantino su legno e rame della prima metà del XIV secolo, custodito al Louvre), a Palazzo Reale è esposta una serie di dipinti di area genovese o comunque di provenienza ligure. Il San Giorgio e il drago di Luchino da Milano, dal Palazzo San Giorgio, e quello realizzato da Nicolò da Voltri, oggi conservato in Sicilia, a Termini Imerese (intensa era all’epoca la trama dei rapporti tra la Liguria e la Sicilia), sono due opere della prima metà del Quattrocento in cui già si respira – nel gusto pronunciato per la narrazione favolistica, così come nelle cromie squillanti, nell’esuberanza dei motivi ornamentali, nella grafia raffinata e sinuosa – il clima di quella cultura gotica cortese che proprio in quegli anni andava diffondendosi in Italia settentrionale. Il primo dipinto, un olio su tela utilizzato a suo tempo come gonfalone della città, porta la data 1444 e la firma di Luchino da Milano. Nel dipinto di Nicolò da Voltri, il drago, riverso a terra, esibisce squame di color verde e rosse ali di pipistrello. Rosso è il fodero della spada che reca la firma del pittore.
Il San Giorgio e il drago di Pietro Francesco Sacchi, custodito a Levanto, nella chiesa dell’Annunziata, è una tavola di grandi dimensioni, dipinta a quasi un secolo di distanza, attorno al 1520. Nato a Pavia, ma a lungo attivo entro i confini della Repubblica genovese, Sacchi era stato influenzato dal naturalismo fiammingo del tardo Quattrocento. Al tempo stesso, guardava alla parlata classicista lombarda di Luini e Bergognone. Qui, nella figura della principessa, che, fuggendo terrorizzata, volge lo sguardo verso il cavaliere, si è voluto individuare un richiamo a Raffaello; in quella del cavallo impennato, un ricordo del soggiorno di Leonardo a Milano.
Assieme a questi dipinti riconducibili all’ambiente figurativo ligure, e a una notevole tavola del XV secolo di un ancora anonimo pittore bresciano, proveniente dalla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia (si notino le grandi ali a pipistrello del drago e, in lontananza, la città fortificata, animata da scenette di vita quotidiana, nonché l’uso dell’oro sull’armatura e sui paramenti del cavallo), si segnalano in mostra alcune opere iconiche, ben note al grande pubblico: il San Giorgio di Donatello, che, in forma di calco, apre la rassegna, esibisce la giovinezza ardita e la forza morale di un eroe del mondo classico. Il San Giorgio di Mantegna, che chiude degnamente l’esposizione, è inquadrato entro una cornice marmorea. Il drago giace ai suoi piedi, la lancia conficcata nella gola, la testa che sporge oltre la cornice stessa. Sullo sfondo, in cima a una collina, la città di Selene. L’eroe vittorioso indossa un’armatura del Quattrocento (si ammiri la resa dei riflessi della luce sulla corazza) e volge leggermente il capo verso la sua sinistra. Nella mano destra regge ancora l’asta spezzata con cui ha trafitto la bestia immonda.
Accanto al capolavoro del Mantegna, due quadri di piccolo formato di Cosme Tura e Ercole de’ Roberti, caratterizzati dal ductus nervoso e prezioso e pungente, proprio della pittura ferrarese del Quattrocento. Sono opere che attestano lo spiccato interesse che all’epoca la corte ferrarese nutriva per l’evocazione favolistica e poetica, “ariostesca”, del mondo cavalleresco.
Nicola Rossello




