
Guido Reni fu, nel Seicento, l’interprete di maggiore successo della grande stagione del classicismo emiliano. Attraverso una copiosa produzione di tele e affreschi, egli si fece paladino di una nuova visione del bello ideale che si nutriva delle serene armonie ed eleganze rinascimentali (raffaellesche) e dello studio assiduo della statuaria antica. Le sue composizioni miravano all’equilibrio e alla compostezza formale, facendo ricorso a un linguaggio limpido, luminoso, eloquente, emotivamente coinvolgente.
La rassegna dei Musei Reali di Torino (visitabile sino al 18 gennaio 2026; curatrici Annamaria Bava e Sofia Villano) ha inteso approfondire l’interesse che l’opera di Reni seppe suscitare nel corso del XVII e XVIII secolo sulla corte sabauda, su due personaggi eminenti in particolare: il cardinale Maurizio di Savoia, un colto e raffinato mecenate che nutrì una spiccata predilezione per la scuola bolognese di gusto classicista, e il principe Eugenio di Savoia Soissons, comandante in capo dell’esercito asburgico, la cui ricca quadreria, alla sua morte, venne ad arricchire le collezioni reali torinesi.
Proprio alla collezione del principe Eugenio apparteneva San Giovanni Battista, un capolavoro del periodo maturo di Reni, giocato sul contrasto tra il candore del giovane corpo del santo e il verde del paesaggio arboreo alle sue spalle, descritto come un groviglio cupo e inestricabile. Di coinvolgente intensità espressiva il gesto della mano sul petto del Battista e il suo sguardo rivolto al cielo.
La facilità coloristica che anima la produzione di Reni, la sua capacità di orchestrare sapientemente le gradazioni cromatiche attraverso pennellate sciolte, leggere, emerge in dipinti come Apollo scortica Marsia, di cui a Torino sono poste a confronto due diverse versioni: quella oggi conservata a Tolosa e quella della Galleria Sabauda. In entrambe, il robusto plasticismo di ascendenza ellenistica traduce il drammatico confronto tra i corpi nudi: da un lato, il pallore argenteo, aristocratico, del dio pagano, dall’altro la scura epidermide del satiro. Da segnalare, ancora, due splendide “mezze figure” della fase tarda della carriera di Reni: il San Gerolamo, di contristata severità, e la Morte di Lucrezia, dove il corpo della donna emerge dal buio, accarezzato da una luce calda, avvolgente. La Lotta tra Amorini e Baccarini è una replica autografa della tela di analogo soggetto conservata alla Galleria Pamphilj di Roma: una composizione condotta con levigata leggerezza e sottigliezza di tocco, prossima alla maniera dell’Albani, a cui in passato il quadro è stato attribuito.
Dalla Chiesa di Abbadia Alpina di Pinerolo giunge in mostra l’Assunzione della Vergine, un’opera della stagione romana di Reni. Il recente restauro ci consente di coglierne la felicità compositiva. Dal Santuario di Santa Maria dei Laghi di Avigliana proviene invece una grande pala d’altare commissionata dal cardinale Maurizio di Savoia, San Maurizio riceve la palma del martirio. Qui alla figura solenne del Santo in primo piano, a cui un cherubino, planando dal cielo, offre la palma, si oppone, sullo sfondo, la scena della battaglia. San Maurizio è vestito con la lorica, da soldato romano, ma ha deposto a terra la spada a significare il suo rifiuto di continuare a combattere e uccidere.
A corredo della mostra, un gruppo di disegni e incisioni che ci permette di apprezzare le qualità del Reni “grafico”, e un olio su rame di squisita esuberanza cromatica, Allegoria della Fama, un tempo attribuito al maestro bolognese, ma che oggi viene assegnato a Giovanni Giacomo Sementi, uno dei suoi più stretti collaboratori.
Nicola Rossello



