HomeIn primo piano"Ottocento al tramonto. Plinio Nomellini a Genova tra modernità e simbolismo"

“Ottocento al tramonto. Plinio Nomellini a Genova tra modernità e simbolismo”

Plinio Nomellini, Sera di marzo, 1896, olio su tela, 125,5 x 159,5 cm
Plinio Nomellini, Sera di marzo, 1896, olio su tela, 125,5 x 159,5 cm

Quando nel 1890 Nomellini giunge a Genova, si è lasciato definitivamente alle spalle il dettato naturalista macchiaiolo, per abbracciare le istanze di un Divisionismo non ortodosso, rivisitato in maniera personale attraverso una pittura che alternava tocchi e puntini di colore puro a pennellate lunghe e sinuose. Giungendo nel capoluogo ligure, aveva in mente di soggiornarvi solo per qualche mese. Ci resterà per dodici anni, sino al 1902: gli anni che la mostraOttocento al tramonto. Plinio Nomellini a Genova tra modernità e simbolismo” in corso a Palazzo Nicolosio Lomellino (a cura di Agnese Marengo e Maurizio Romanengo, sino all’ 1 febbraio 2026) prende in considerazione.

Ad ammaliarlo sono i colori e l’atmosfera della terra ligure, la qualità della luce. In buona parte delle tele dipinte in questi anni emerge la predilezione per il paesaggio, in particolare, per quello marino, la volontà di restituire il respiro dei luoghi rappresentati. Strada a Carigliano, 1890, Sturla, 1890, Ricordo di Genova, 1890, La chiesa di Sturla, 1890, Strada con figure, 1890, Nell’orto, 1891, Mare di Genova (Naufragio), 1891, Al fresco, 1893, sono opere realizzate en plein air, in cui la cura del disegno dei contorni e il rigore costruttivo della composizione sono sacrificati a tutto vantaggio delle potenzialità espressive del colore. Nomellini chiama gli amici toscani a condividere la sua esperienza e le sue ricerche. Chiama Pellizza da Volpedo, con cui all’epoca era in stretti legami d’amicizia. Entrambi nel 1890 dipingeranno, gomito a gomito, lo stesso scorcio di mare a Sturla.

Nel contempo Nomellini si accosta alle tematiche sociali. Frequenta i gruppi anarchici di Genova (la città, in quegli anni, è in preda a tensioni politiche). Realizza dipinti di contenuto umanitario, tesi a denunciare le misere condizioni di vita del proletariato. La diana del lavoro, 1893, raffigura, sullo sfondo, una folla di operai dei cantieri navali in attesa dell’inizio del turno di lavoro. In primo piano, i volti di profilo di un padre e di un figlio adolescente. In quegli stessi anni – ricordiamolo – l’amico Pellizza da Volpedo sta lavorando al Quarto stato.

Nel 1894 Nomellini viene arrestato, assieme ad altri anarchici, per attività sediziosa. Rimane per cinque mesi in carcere. Durante la detenzione esegue una serie di disegni (Carcere di Sant’Andrea). Al processo, che avrà come esito l’assoluzione di tutti gli imputati, Telemaco Signorini testimonierà in suo favore (suo Il processo di Genova, un inchiostro su carta).

A questo punto, Nomellini accantona la politica attiva e le tematiche sociali, e torna alla pittura di paesaggio. Il suo linguaggio muta sensibilmente. Ora nelle sue vedute il dato naturalistico si carica di intonazioni liriche e poetiche di matrice simbolista (Sera di marzo, 1896, Le lucciole, 1899, L’onda, 1900). L’artista è partecipe del clima culturale che si respirava a Genova in quell’ultimo scorcio di secolo. In città erano ancora attivi i paesisti della “Scuola dei Grigi” (Alfredo de Andrade, Alberto Issel, Tammar Luxoro…). Ma Nomellini familiarizza soprattutto con taluni esponenti del cosiddetto “Cenacolo di Sturla” (il poeta Riccardo Roccatagliata Ceccardi, lo scultore Edoardo de Albertis, assieme al quale realizza il dittico Autunno, 1900), con cui ha modo di discutere sulla musica di Wagner o sui versi di Mallarmé. Collabora con “Riviera ligure”, una rivista letteraria che ospitava i contributi dei maggiori scrittori italiani del tempo, da Pascoli a Pirandello, da Gozzano a Ungaretti, da Gadda a Saba. Le immagini che realizza su quelle pagine (in mostra è esposto il celebre Inno all’Olivo, che illustrava la lirica omonima di Pascoli, e che fu assai apprezzato dal poeta) esibiscono cadenze ormai squisitamente liberty. Alla cultura figurativa liberty andranno ricondotti, altresì, i manifesti pubblicitari che esegue per gli Oli Sasso e per il quotidiano genovese “Il Lavoro”.

Quando nel 1902 Nomellini lascia Genova per trasferirsi a Torre del Lago, è un artista ormai pienamente consapevole dei propri mezzi e pronto a misurarsi con i più recenti sviluppi della pittura europea. “Con lo spostamento in Versilia”, osserva acutamente Federico Giannini, “sarebbe arrivata la stagione più misteriosa, più lirica, più dannunziana della sua arte”. Tra i dipinti della stagione della Versilia che chiudono la mostra, un capolavoro: la Ninfa rossa, del 1905. Qui Nomellini raffigura un infuocato paesaggio boschivo e una creatura silvestre, “d’erborea vita vivente”, che sembra emergere dalla scorza di un albero: una figura che non può non richiamare alla memoria quella di Ermione de La pioggia nel pineto.

Nicola Rossello

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