HomeIn primo piano“Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, mostra a Torino

“Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, mostra a Torino

Mostra "Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio" - Musei Reali di Torino - Un'immagine dell'allestimento
Mostra “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio” – Musei Reali di Torino – Un’immagine dell’allestimento

Realizzata nel 1623 per il duca Carlo Emanuele I di Savoia, l’Annunciazione è ritenuta tra i massimi raggiungimenti pittorici di Orazio Gentileschi e dell’intero Seicento italiano: un’opera epocale, in cui trovano una sintesi perfetta le forme nette e cesellate della cultura figurativa fiorentina del Quattrocento (di Filippo Lippi, in particolare), l’indagine naturalistica caravaggesca e l’esuberanza di gusto teatrale del Rubens genovese (la magnifica tenda rossa alle spalle di Maria ricorda da presso quella dei Miracoli di Sant’Ignazio della chiesa del Gesù). La Vergine, in piedi, lo sguardo rivolto verso il basso a indicare l’umile accettazione del volere divino, la mano sinistra piegata a stringere pudicamente l’orlo del mantello, è un’immagine indimenticabile, degna erede delle Madonne di Raffaello. Di fronte a lei, in ginocchio, l’Angelo Gabriele con un giglio in mano, simbolo della purezza di Maria.

La rassegna “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, in corso a Torino, nelle Sale Chiablese dei Musei Reali, visitabile sino al 3 maggio 2026, assegna uno spazio privilegiato al capolavoro della Galleria Sabauda. In ogni caso, Annamaria Bava e Gelsomina Spione, le curatrici della mostra, hanno inteso sondare l’intera parabola artistica del maestro toscano dagli anni della formazione agli ultimi capolavori, ripercorrendo in ordine cronologico le tappe del suo percorso pittorico: Roma, le Marche, Genova, Parigi, Londra.

Nato a Pisa nel 1563, Gentileschi si trasferì ancora adolescente a Roma, in casa di uno zio materno, di cui adottò il cognome (il suo nome vero era Orazio Lomi). Le sue prime prove non si discostano da uno stile di derivazione tardomanierista, lo stesso praticato dal fratello maggiore Aurelio Lomi (di quest’ultimo, a Torino è presente una Adorazione dei Magi). Sono lavori convenzionali, che conservano ancora caratteri arcaizzanti. In mostra è esposta la Madonna con il Bambino e i Santi Sebastiano e Francesco, uno dei primi quadri da cavalletto dell’artista che possiamo identificare con sicurezza (nella sua fase precaravaggesca Gentileschi dipinse soprattutto ad affresco).

Nell’estate del 1600, a 37 anni, nella chiesa di San Luigi dei Francesi Orazio scopre Caravaggio, di cui diventa presto amico e collaboratore. È un’autentica rivelazione, che segna una svolta radicale e irreversibile, un deciso cambio di passo nel cammino artistico di Gentileschi. La pittura del Merisi, basata sulla ricerca di effetti drammatici di luce e sulla resa fortemente individualizzata ed espressiva delle figure, studiate direttamente dal naturale, ovvero dal modello in posa, consente a Orazio di rinnovare il proprio linguaggio, elaborando una scrittura pittorica personale e moderna, emancipata da ogni retaggio di stile manierista. La fase più propriamente caravaggesca della carriera di Gentileschi è documentata nel percorso espositivo da una nutrita serie di dipinti dove si registra un indubbio salto di qualità: San Francesco d’Assisi sorretto da un angelo (presenti a Torino sia la versione del Prado che quella di Palazzo Barberini), il Battesimo di Cristo, San Michele e il diavolo, due magnifici San Gerolamo (uno di Palazzo Madama, a Torino, uno di collezione privata), Davide con la testa di Golia (nelle versioni di Urbino e di Roma, della Galleria Spada)…

Al tempo stesso però, Gentileschi, desideroso com’è di allargare la propria cultura artistica, non rimane indifferente all’eloquenza figurativa classicheggiante coltivata dalla pittura bolognese del primo Seicento. L’adesione ai dettami caravaggeschi, che in Orazio non assumerà mai i caratteri di un’adesione rigida, trova nelle sue opere migliori un equilibrio dialettico con la rigorosa e severa compostezza attica sostenuta da Annibale Carracci (che in quegli stessi anni è impegnato a Roma ad affrescare Palazzo Farnese) e da Guido Reni (che, sempre in quel lasso di tempo, lavora al Palazzo del Quirinale).

E così in opere come la Santa Cecilia che suona la spinetta e un angelo, di Perugia, i tratti caravaggeschi sono felicemente amalgamati alla raffinata eleganza delle forme che sarà propria dei dipinti realizzati durante la stagione marchigiana dell’artista. Tra questi ultimi, svetta una composizione di altissimo livello qualitativo, La visione di santa Francesca Romana, una pala in cui – fa notare Keith Christiansen – il particolare linguaggio adottato da Gentileschi mira a “esprimere il clima in cui il quotidiano viene pervaso dal divino”.

Orazio ormai si muove verso un caravaggismo edulcorato, che tende a privilegiare i valori formali della composizione piuttosto che gli effetti naturalistici. Ai colori tipici del manierismo sono ormai subentrate stesure cromatiche limpide e splendenti, sapientemente armonizzate.

Il successivo soggiorno genovese di Gentileschi (dal 1621 al 1624) esercitò una considerevole influenza sulla scena artistica locale, che fu indirizzata verso il moderno stile pittorico che si era affermato a Roma nel primo Seicento. A Torino è esposta Giuditta con la testa di Oloferne di Domenico Fiasella, il più convinto interprete del realismo caravaggesco tra i maestri liguri del Secolo d’Oro. A Genova Orazio si accosta con profitto alla tradizione coloristica veneziana del Cinquecento (numerosi quadri di quella scuola erano presenti nelle dimore patrizie della Superba) e studia da presso le impaginazioni sceniche di Rubens (che in quegli anni era attivo nella città ligure).

Si è già detto dell’Annunciazione della Galleria Sabauda. A Torino essa è posta a diretto confronto con la bella versione (che però qualcuno considera opera di bottega) della chiesa genovese di San Siro. Il Sacrificio di Isacco è esso pure un dipinto di straordinaria vivezza, in cui, accanto alle istanze caravaggesche, si avvertono suggestioni venete, veronesiane e lottesche in particolare (nell’eleganza sapiente delle figure, nel contrasto netto tra la parte in ombra del quadro e quella investita dalla luce). Tenerissima e, insieme, umile e naturalistica, la Madonna con il Bambino in un paesaggio, un olio su rame di piccole dimensioni proveniente dal Palazzo Rosso di Genova (è una versione autografa di un dipinto di collezione privata inglese).

Gentileschi è ormai un artista affermato la cui produzione creativa non conosce appannamenti. A Parigi, dove nel 1624 è incaricato dalla regina madre Maria de’ Medici di decorare il Palais du Luxemburg, torna a confrontarsi con i sonori virtuosismi barocchi di Rubens, che proprio per il Luxemburg andava eseguendo il celebre ciclo di dipinti sulla vita della sovrana. In Francia, un’opera come La Felicità pubblica trionfante sui pericoli, del Louvre, un’elaborata allegoria di squisita fattura classicista, diede un impulso non trascurabile all’affermarsi del gusto della belle manière che dominerà la pittura transalpina del Sei e Settecento.

La tappa finale della carriera di Gentileschi fu Londra, dove nel 1626 fu chiamato a lavorare alla corte di Carlo I dal duca di Buckingam. E proprio per il duca di Buckingam Orazio dipinge il Riposo durante la fuga in Egitto, una tela di impeccabile eleganza compositiva e figurativa, di cui si conoscono diverse versioni (Gentileschi era uso fare repliche dei suoi quadri su richiesta dei committenti). Quella esposta a Torino, proveniente da Vienna, è considerata una delle migliori sul piano della qualità.

La rassegna si chiude degnamente con un capolavoro del periodo londinese: il Mosè salvato dalle acque, del Prado. Eseguito su incarico di Carlo I, che lo donò poi al re di Spagna Filippo IV, il dipinto ci restituisce un Gentileschi teatrale e sentimentale, e prebarocco: nell’espressività delle figure (i gesti di Miriam e della principessa che indicano il bambino) e nello sfoggio dei preziosi costumi (l’abito di seta giallo della figlia del faraone, quello blu argenteo dell’ancella). Si avverte la lezione di Veronese, ma anche quella di Van Dyck, attivo egli pure a Londra in quegli stessi anni. “L’atmosfera del quadro è quella di un corteo in costume”, fa notare acutamente Christiansen. E a noi torna alla memoria il clima incantato di certe composizioni di Watteau.

Nicola Rossello

MOSTRE

Riapre Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna

Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna

“Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti” – Mostra a Roma

“Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti”
spot_img
La Sapienza Università di Roma - Foto di Diego Pirozzolo
Fondazione Roma Sapienza, “Arte in luce” XI edizione

CINEMA

TELEVISIONE

LIBRI

Advertisement

Acquista su AMAZON

Libri

Musica

Abbigliamento

Elettronica

Giardino e Giardinaggio

In qualità di Affiliato Amazon Bit Culturali riceve un guadagno dagli acquisti idonei