Nel IV atto del Gabbiano di Cechov a uno dei personaggi, che ha viaggiato molto all’estero, viene chiesto quale città gli sia piaciuta di più. «Genova», risponde subito lui. «Perché c’era una folla meravigliosa nelle vie. Quando esci la sera dall’albergo, tutta la strada è piena di gente. Poi ti muovi in questa folla senza meta, di qua di là, a zig zag, vivi insieme a lei, ti fondi con lei psichicamente e cominci davvero a credere che sia realmente possibile un’unica anima universale».
Il dramma di Cechov è del 1896. Il soggiorno genovese dello scrittore russo risale a qualche anno prima.
Ora, è proprio la Genova fin de siècle e la sua animata vita sociale che Pipein Gamba celebra attraverso la sua vasta e variegata produzione di disegni, bozzetti, cartelloni pubblicitari, réclame, locandine promozionali e altri materiali grafici esposti in questi giorni nel capoluogo ligure nella mostra “Nello studio di Pipein Gamba: immagini di una Genova di fine Ottocento” (a Palazzo Rosso; visitabile sino al 29 marzo 2026; curatrici Veronica Bassini e Marta Focacci). Una rassegna da cui emerge l’immagine di una città viva, dinamica, moderna, colta, con le sue aziende e i suoi locali alla moda e le sue case editrici (la Donath, che pubblicava i romanzi di Emilio Salgari, il quale Salgari, trasferitosi a Genova per essere più vicino al suo editore, di Pipein fu amico fraterno), le feste in costume, le veglie di gala con maschere, le serate danzanti, i balli di carnevale, gli spettacoli musicali al Carlo Felice e le pièce teatrali recitate al Politeama Margherita.
Pipein Gamba (all’anagrafe Giuseppe Garuti) era nato a Modena nel 1868. Trasferitosi a Genova nel 1888, aveva rivelato ben presto un innato temperamento di grafista, sicché, lasciato il lavoro in banca, aveva deciso di dedicarsi in toto all’attività artistica. In breve tempo raggiunse una larga notorietà come illustratore e cartellonista. Produsse numerosi manifesti (quello per Zolfo, con la donna-farfalla che svolazza tra grappoli di uva matura, è stato scelto come simbolo dell’esposizione). Collaborò come disegnatore per quotidiani (il “Secolo XIX”) e periodici umoristici (“Il Successo”, per cui realizzò immagini di vita ligure, “Epoca”, “Gradasso”, “Falstaff”, “Colombeide”, “La Famiglia”, “Il Martello”…). Illustrò vari libri: romanzi d’appendice, la traduzione in versi genovesi dell’Eneide di Virgilio, e naturalmente le opere dell’amico Salgari (Le tigri di Mompracem, Il corsaro nero, La regina dei Caraibi, La capitana del Yucatan, Le stragi delle Filippine…), con cui condivideva il gusto per l’avventura e il mistero, e per l’esotismo dei luoghi. Fu anche un rinomato scenografo e costumista teatrale: oltre che per il Carlo Felice, lavorò per la Scala di Milano, che conserva ancora i suoi figurini, per la Fenice di Venezia, per il San Carlo di Napoli, per il Teatro Colon di Buenos Aires.
I materiali esposti a Palazzo Rosso restituiscono l’atmosfera calorosa e festante, di animata leggerezza, che si respirava a Genova negli anni a cavallo tra i due secoli, e che tanto aveva ammaliato Cechov. Le illustrazioni di Pipein, visivamente assai accattivanti, realizzate con felice inventiva (un buon manifesto, a suo giudizio, doveva unire seducenti eleganze ed efficacia pubblicitaria), non erano prive di torsioni umoristiche (Pipein si dedicò anche alla caricatura). In esse prevale una grafia squisitamente liberty, impostata su profusione di effetti decorativi ed elementi floreali, e su strutture cromatiche limpide, in cui dominano le tinte pastello. Nei giochi di linee ondulate e avvolgenti che racchiudono i contorni di personaggi e oggetti, si può avvertire talora un richiamo alle cadenze curvilinee, arabescate di Audrey Beardsley, Mucha, Loretto Cappiello. Uno dei tratti peculiari della produzione di Pipein è lo sfondo uniforme, neutro, su cui spiccano i colori pastellati dei personaggi in primo piano: gentiluomini in maschera, signore dell’alta società in abito di gala, Pierrot lunari e, soprattutto, aggraziate fanciulle vestite in costumi eccentrici: protagonisti tutti di una stagione festosa e felice.
Nicola Rossello




