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Giovanni Andrea De Ferrari a Genova

Giovanni Andrea De Ferrari, San Francesco presenta a Cristo e alla Vergine i santi patroni Ludovico IX re di Francia ed Elisabetta regina di Portogallo
Giovanni Andrea De Ferrari, San Francesco presenta a Cristo e alla Vergine i santi patroni Ludovico IX re di Francia ed Elisabetta regina di Portogallo

Nato a Genova nel 1598, Giovanni Andrea De Ferrari (nessun legame di parentela con gli altri De Ferrari attivi in Liguria nel corso del Seicento) si formò artisticamente prima con Bernardo Castello, poi con Bernardo Strozzi, di cui per qualche tempo divenne stretto collaboratore. Fu soprattutto autore di monumentali pale d’altare eseguite per edifici religiosi del capoluogo ligure (dove già nel 1619 aveva avviato una propria fiorente bottega) e delle due Riviere, ma anche di dipinti di più modeste dimensioni, sempre di carattere sacro, destinati alla devozione privata: ed è in queste ultime opere che, a giudizio della critica, emerge la sua vena più fresca e viva. Poco numerosi, per contro, i quadri a soggetto profano che gli vengono attribuiti. Roberto Longhi, a suo tempo, ne lodò il “naturalismo venezianeggiante” e arrivò a definirlo “ignaro Velasco di Genova”. Di fatto, la sua ricca produzione si muove tra un naturalismo popolare di matrice caravaggesca, coltivato attraverso il confronto con Domenico Fiasella, il più convinto interprete del Merisi tra i maestri genovesi del Seicento, e l’attenzione alle potenzialità espressive del colore, retaggio dell’esperienza maturata nella bottega dello Strozzi, e che De Ferrari, nella fase finale della sua carriera, arricchirà ulteriormente, accogliendo suggestioni vandichiane e fiammingheggianti.

Il San Francesco presenta a Cristo e alla Vergine i santi patroni Ludovico IX re di Francia ed Elisabetta regina di Portogallo è una grande pala del 1637 e, dunque, appartiene alla stagione della piena maturità (e della maggiore fortuna) dell’artista. Qui il ricordo delle ricerche cromatiche del Cappuccino si traduce nell’adozione di una tavolozza corposa, in cui i rossi accesi, i blu e i bianchi abbaglianti convivono con tonalità più neutre. La composizione è complessa e ben calibrata, ma, come avviene spesso nelle grandi tele di De Ferrari, l’artista dà il meglio di sé nell’attenzione ai dettagli: nella resa pittorica della splendida veste di san Ludovico, nel fresco brano di natura morta che compare in primo piano.

Realizzato per un oratorio francescano, dopo la demolizione di quest’ultimo in epoca napoleonica, il dipinto era stato trasferito nel 1804 nella chiesa di San Nicolosio, dove versava in condizioni di conservazione assai precarie. Un provvido intervento di restauro (per attuarlo, il “Secolo XIX” aveva lanciato una raccolta fondi a cui la cittadinanza ha risposto con grande generosità) ha consentito di restituire alla tela la sua piena leggibilità.

In questi giorni la pala può essere ammirata a Palazzo Bianco, a Genova, dove è in corso una mostra (curata da Raffaella Besta, Martina Panizzutt, e Margherita Priarone e con la collaborazione di Giulia Pilosu; fino al 3 maggio 2026) dedicata a De Ferrari. Il dipinto restaurato costituisce il fulcro della rassegna. Accanto ad esso, sono esposti altri quadri e disegni dell’artista. Da segnalare in particolare l’Allegoria della Musica (Santa Cecilia con una viola da gamba), in passato attribuita allo Strozzi (l’incarnato della figura è quello, tipico, del Cappuccino), ma che Longhi già a suo tempo aveva restituito a De Ferrari. Vicina essa pure alla maniera dello Strozzi è la Madonna col Bambino tra i Santi Francesco, Caterina, Carlo Borromeo e un altro santo (tenerissimo il gesto del Bambino che, in braccio a Maria, si protende verso San Carlo). Giacobbe promette a Labano sette anni di servizio è giocato, come accadeva negli anni della piena maturità del maestro, su un duplice piano narrativo: la vicenda principale, che dà il titolo al quadro, è confinata in secondo piano, mentre in primo piano campeggiano le figure di Lia e Rachele.

Per l’occasione è stato ricomposto il ciclo raffigurante le Quattro Virtù Cardinali, che il governo della Repubblica aveva commissionato per decorare la sala del doge in Palazzo Ducale. De Ferrari era stato chiamato ancora in giovane età a realizzare la figura allegorica della Giustizia (e anche qui l’influenza dello Strozzi è palese). La Temperanza, più monumentale e più prossima, nell’uso del chiaroscuro, alla lezione dei caravaggisti, fu da lui eseguita più tardi, nel 1651. Le altre due figure della serie furono affidate ad Andrea Ansaldo (la Fortezza) e a Domenico Fiasella (la Prudenza). La più curiosa è sicuramente quest’ultima. Fiasella la dipinse come un essere bifronte, con due volti – il volto di una giovane donna e quello di un vecchio canuto – che muovono lo sguardo in direzioni opposte a voler significare la vigile avvedutezza di cui la prudenza deve armarsi.

In concomitanza con la mostra di Palazzo Bianco, all’Accademia Ligustica di Genova si potrà ammirare sino al 3 maggio 2026 un nucleo di nove dipinti di De Ferrari. Accanto ad Abigail porta i doni a Davide, di proprietà della Fondazione Cariplo, sono esposte otto tele delle collezioni storiche dell’Accademia. Sono opere in cui una sorta di pathos contenuto, teso a smorzare l’enfasi drammatica, convive con il ricorso a una tavolozza sommessa, terrosa (Miracolo di Santa Brigida, Un Santo resuscita un muratore caduto). La caratterizzazione somatica di taluni volti richiama alla memoria la pittura spagnola del Seicento, da Ribera a Velazquez, a Murillo (L’ebrezza di Noè, Vendita della primogenitura). Di grande effetto i brani di natura morta: quello, in particolare, dell’Adorazione dei pastori, un quadro di grande forza espressiva, uno degli apici della produzione di De Ferrari, dove all’intenso naturalismo caravaggesco con cui sono restituite le figure dei pastori (quelle fisionomie popolaresche, quei vestiti laceri, sdruciti, quei piedi sporchi…) si oppone la luce sovrannaturale che si diffonde dal corpo del Bambino.

Nicola Rossello

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