
Eseguita su incarico del nobile Giovan Carlo Doria, un colto collezionista e amante dell’arte e mecenate genovese per cui Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 – Milano, 1625) aveva lavorato già a partire del 1611, la serie completa degli Apostoli era composta in origine da 14 tele: le 12 figure degli Apostoli, appunto, più quelle di Gesù e di Maria. Ad ispirare il ciclo, un gruppo di dipinti di analogo soggetto realizzato da Rubens pochi anni prima per il duca di Lerma e oggi custodito al Prado. L’intera serie fu completata da Procaccini tra la fine del 1621, anno in cui Simon Vouet ebbe modo di vedere i quadri nella bottega milanese del pittore, e l’inizio del 1622, quando essi furono consegnati al committente. Alla morte di quest’ultimo, la collezione fu oggetto di diversi passaggi ereditari, per poi essere definitivamente smembrata nel 1674.
Oggi quattro dipinti del ciclo – San Matteo, San Paolo, San Tommaso, San Simone (o San Giuda Taddeo) – sono conservati a Genova a Palazzo Rosso. Le restanti tele erano date per disperse. Il recente ritrovamento di due di queste – San Pietro e San Bartolomeo – in due distinte collezioni private è all’origine della mostra “Giulio Cesare Procaccini. Gli Apostoli riuniti“, che si tiene sino al 19 luglio 2026 nelle sale di Palazzo Rosso per la curatela di Raffaella Besta, Odette D’Albo e Marco Franzone, e con il supporto della galleria Goldfinch Fine Arts.
Nel 1622 Procaccini fu afflitto da gravi malanni fisici. Un fatto, questo, che, a giudizio di qualche studioso, avrebbe pesato negativamente sulla produzione tarda dell’artista. Anche a proposito del ciclo degli Apostoli, in passato si sono volute riscontrare disparità stilistiche e qualitative. Soltanto San Tommaso, per taluni critici, andava riconosciuto come un’opera pienamente autografa. Le altre figure della serie, considerate meno risolte, dovevano essere ritenute opere di bottega.
È un’ipotesi critica che oggi viene respinta con forza. Odette D’Albo, che su Procaccini ha scritto, assieme a Hugh Brigstocke, una fondamentale monografia, ritiene che si debba ricondurre l’intero nucleo – le quattro tele di Palazzo Rosso e le due recentemente rinvenute – alla mano dello stesso autore. A suo giudizio, si può cogliere una sostanziale coerenza nella costruzione plastica delle figure, la cui imponenza monumentale, scultorea è debitrice, in certo modo, della prima formazione artistica del maestro lombardo (Procaccini, sino all’anno 1600, fu attivo come scultore, lavorando anche nel cantiere del Duomo di Milano). Ciascuno dei suoi Apostoli, rinserrato entro gli angusti limiti spaziali della tela (la torsione dei corpi interviene a rafforzare il dinamismo dell’immagine), è costruito attraverso vigorosi impasti cromatici, dove all’energia espressiva del Rubens genovese si associa l’uso marcato del chiaroscuro proprio del tardomanierismo lombardo del primo Seicento, di cui Procaccini fu uno dei maggiori esponenti.
Lo stesso Procaccini a Genova soggiornò a più riprese, lasciando alcune delle sue pietre miliari: su tutte, la gigantesca Ultima cena della chiesa della Santissima Annunziata del Vastato (ma a Palazzo Bianco è conservato un monumentale San Giovanni Battista nel deserto che con il ciclo degli Apostoli intrattiene spiccate assonanze). A Milano, dove operò per la più parte della sua carriera, ebbe modo di lavorare a stretto contatto di gomito con i principali protagonisti della scena artistica lombarda di quegli anni: il Cerano e il Morazzone, insieme ai quali eseguì il singolare Quadro delle tre mani (ovvero Il martirio delle Sante Rufina e Seconda), oggi alla Pinacoteca di Brera: un’opera che si colloca appieno nel clima della cultura pittorica religiosa di ispirazione borromaica della Controriforma.
Nicola Rossello

